Per quella pace i Genovesi bene avvisati che da Firenze tutte le forze si volgerebbero all’impresa di Sarzana, passando la Magra senza aspettare la primavera che fu del 1487, investirono il Borgo di Sarzanello; e questo occupato ed arso, battevano con le artiglierie la Rôcca, avendo usato per la espugnazione l’artifizio nuovo e tuttora non bene regolato delle mine. A quell’annunzio i Fiorentini molto si commossero, e mandato in campo il Conte di Pitigliano, scrissero a quanti condottieri e conestabili tiravano soldo dalla Repubblica, si affrettassero intorno Sarzana. Giungeano i Signori di Piombino e di Faenza, vennero altri Orsini di nuovo ricondotti dalla Repubblica e dal Duca di Milano, e Galeotto Pico signore della Mirandola. Tardi inviava Lodovico Sforza quattrocento lance, e il Re di Napoli a Livorno sei galere con cento provvigionati e con l’intenzione di fare in Corsica qualche effetto contro ai Genovesi. Raunate le forze, si venne a battaglia con vittoria dei Fiorentini, i quali ebbero prigione lo stesso Capitano genovese Gian Luigi del Fiesco: dipoi fabbricate sulla Magra, e in altri punti bene acconci, bastìe che impedissero ogni soccorso alla città, si venne all’assalto; il quale riuscito la prima volta infruttuoso, ma le mura essendo da più parti rotte, i cittadini senz’aspettare l’assalto secondo, liberamente si diedero a Lorenzo dei Medici; il quale venuto in campo, colse l’onore della vittoria e della molta benignità usata verso i Sarzanesi. Avrieno in quel caldo bramato a Firenze di spingere innanzi la guerra, ma furono impediti dallo Sforza, il quale avendo trattati in Genova, non voleva che fosse menomato quello Stato, del quale divenne bentosto signore: invidiava egli anche la riputazione di Lorenzo, e tra essi due sempre gli animi furono mal disposti.[543]
Nella Romagna, solito campo alle stragi familiari tra quei signorotti, due morti avvennero nell’anno 1488, per le quali fu ivi attirata la sollecitudine dei Fiorentini. Girolamo Riario teneva Forlì, odiato per crudeltà ed avarizie; tantochè un giorno, essendosi messi d’accordo taluni di quei principali cittadini, l’uccisero; e poi gittato il corpo dalla finestra, chiamavano il popolo gridando Chiesa e Libertà. La Rôcca teneasi nel nome dei figli, i quali insieme con la madre essendo alle mani dei congiurati, ottenne la Contessa d’entrare in quella sotto colore di persuadere il Castellano a cederla; poi facendo il contrario, insultava dalle mura con animo ed atti poco femminili ai rivoltosi che minacciavano d’uccidergli i figli. Ma la città si mostrava fredda; e intanto veniano genti da Milano e da Firenze, pel cui soccorso Caterina Sforza riebbe lo Stato che fieramente poi manteneva ai figli ed a sè. Nè un mese appena era passato, che un peggiore caso avvenne in Faenza: Galeotto Manfredi fu ivi ucciso dalla sua propria moglie, nata di Giovanni Bentivoglio; e questi cercando occupare in quel tumulto Faenza, i contadini di Val di Lamone, che più altre volte avean fatto prova della virtù loro, accorsi in arme, recuperarono la città facendo prigione lo stesso Bentivoglio. Allora i cittadini a mezzo con gli uomini di Val di Lamone presero lo Stato in nome del piccolo fanciullo Astorre e sotto la consueta protezione di Lorenzo de’ Medici e della Repubblica di Firenze; la quale ritenne Piancaldoli, buona rôcca sul confine, e prima stata di suo dominio. In Osimo un Boccolino si era fatto tiranno e minacciava chiamare i Turchi; ma costretto rendere al Papa quella città, e per qualche tempo in Firenze ritenuto, fu indi a Milano fatto uccidere. Dipoi una guerra tra l’Imperatore e i Veneziani essendo bentosto finita, e per interposizione di Lorenzo placate le ire del Papa contro al re Ferrando per l’uccisione dei Baroni e pel negato tributo,[544] godette senz’altro accidente l’intera Italia pace tranquilla.[545]
Grande era in quegli anni appresso al Pontefice l’autorità di Lorenzo dei Medici, il quale in Roma diceano essere arbitro d’ogni consiglio; ed in quello andare insieme i due Stati i quali tenevano il mezzo d’Italia, avea fondamento la pace, essendo la via interchiusa alle inimicizie di quei Principi che si apprestassero a turbarla. Motivi privati s’aggiugneano ai pubblici a rendere stretta quell’amicizia: papa Innocenzio avea, con nuovo e tristo esempio, riconosciuto pubblicamente un suo figliuolo naturale, Franceschetto Cibo. A questi Lorenzo sposava la figlia giovinetta Maddalena, che fu dalla madre condotta a marito. Sperò Franceschetto dal padre o dal suocero uno stato principesco; faceva disegni su quei di Piombino e di Città di Castello, sognava perfino d’avere Siena; ma nè il Papa a queste cose gli dava mano, ed a Lorenzo poco aggradivano.[546] Bene aveva questi condotto Innocenzio ad un atto di favore molto insolito, e che fu nei tempi avvenire fondamento dal quale saliva fino al principato la casa dei Medici. Giovanni, secondo figlio di Lorenzo e che i due altri per ingegno superava, dal padre era stato fin dalla puerizia incamminato all’ecclesiastiche dignità. Ai sette anni insieme alla cresima ebbe la tonsura, e fatto dal Papa Protonotario, si chiamò da indi in poi Messer Giovanni: il re di Francia Luigi XI gli avea conferita l’abbadia di Fonte Dolce; ebbe indi quella di Passignano in Toscana, ed una dal Duca di Milano, e poi quella fra tutte insigne di Monte Cassino. Luigi XI aveva anche tenuto discorso di farlo arcivescovo d’Aix in Provenza; al che il Papa metteva per gli anni difficoltà, sebbene lo avesse fatto abile a tenere gli ecclesiastici benefizi.[547] Tuttociò era innanzi la morte di Sisto IV e che il fanciullo pervenisse ai nove anni. Prima che fosse giunto ai quattordici, da Innocenzio fu creato Cardinale, ma con la riserva di indugiare alla pubblicazione tre anni; i quali essendo compiti nel marzo del 1492, pigliava con grande solennità in Firenze Giovanni l’investitura di quel grado, e subito andava in Roma ad esercitarlo.[548] Abbiamo i consigli che il padre a lui dava per iscritto intorno al modo di contenersi nel cardinalato; consigli che onorano Lorenzo: e poichè ad abbreviarli si guasterebbero, e letti potranno servire all’istoria, abbiamo proposito di pubblicarli tra’ Documenti che saranno in fine a questo volume.[549]
Per tante grandezze a molti pareva Lorenzo avviarsi al principato, ed era voce che non appena con l’età di quarantacinque anni divenisse abile al supremo magistrato, sarebbesi fatto creare Gonfaloniere a vita. Un grande passo aveva fatto l’anno 1490 col togliere al Consiglio dei Settanta l’autorità di creare la Signoria, il che era avere lo Stato in mano. Questo da principio Lorenzo aveva sofferto dividere con un collegio di suoi devoti, ma era numeroso ed era perpetuo, da non potersi alla lunga governare: per questo e perchè le cose andassero più strette e più spedite, fece Lorenzo eleggere una Balìa di Diciassette, dei quali era uno egli medesimo. Fu ordinato che ai Settanta rimanendo l’autorità d’una Pratica o Consulta, tutto il maneggio delle scelte si facesse per vie coperte dagli Accoppiatori, com’era già stato. Quella Balìa decretava più altre riforme, tra le quali, perchè era in Firenze quantità di monete nere di vari paesi; mettendo queste fuori di corso, ordinarono che le gabelle si pagassero in monete bianche allora coniate, nelle quali entravano due oncie d’argento per libbra e valevano il quarto più delle altre. La cosa era per sè buona, ma per questo modo crebbero assai le entrate della città, con molto gridare della plebe alla quale rincaravano tutte le grascie e cose necessarie al vitto. Con altre industrie fu continuato l’antico scandalo circa al Monte delle Doti, di nuovo ridotte e sempre a benefizio di Lorenzo.[550]
Il titolo di Magnifico a lui serbato dalla posterità era solito darsi a chiunque avesse condizione più che di privato. Già egli traeva a sè ogni cosa: lui personalmente riconoscevano ed a lui si obbligavano i Signori della Città di Castello, e i Baglioni di Perugia, e i Malaspini di Lunigiana, ed altri che aveano soldo dal Comune; quelli di Faenza a lui erano in tutela. I Re ed i Principi con lui solo carteggiavano di cose di Stato: Luigi XI di lui pigliava cura come d’amico. Ferrando gli rendea grazie dell’averlo salvato egli solo nell’ultima guerra; col re d’Ungheria Mattia Corvino aveva relazioni per cose di studi. Vedemmo il favore di che egli godeva presso al Signore dei Turchi; ed il Soldano d’Egitto mandava doni a lui e alla Signoria, tra’ quali era un Leone domestico ed una Giraffa, strano animale che altra volta s’era veduto in Firenze; ma gli Artisti e gli Scrittori faceano a Lorenzo gloria d’ogni cosa, come di omaggio che a lui rendessero i re barbari.[551] In casa e in città mantenne sempre modi e costumi di cittadino; il vivere suo era più compagnevole che fastoso, eccetto in qualche solenne occasione di feste o conviti a principi forestieri: serbava con tutti la fiorentina dimestichezza, ed a chi fosse di più età di lui cedeva la mano.[552] Il figlio suo Piero maritò con l’Alfonsina di quella stessa casa Orsini donde egli medesimo aveva la moglie: le nozze furono celebrate in Corte di Napoli ed alla presenza del Re. In questo e nel maritaggio della figlia Maddalena cercò alleanze di famiglie signorili, ma collocò le altre figlie con privati cittadini di Firenze, sposando Lucrezia a Iacopo Salviati, e Contessina a Piero Ridolfi; aveva la terza figlia promessa a Giovanni dell’altro ramo di casa Medici, ma essa moriva quando era sul punto di andare a marito.
Come in Firenze i maritaggi tra gli Ottimati serviano spesso alle politiche aderenze, così Lorenzo che per tal modo si avea legato due famiglie delle maggiori nella città, poneva studio diligentissimo nell’impedire che tra le grandi Case non si formassero alleanze a lui sospette, o ne faceva egli a suo modo, avendo l’occhio sugli andamenti dei cittadini, sulle amicizie, sugli interessi: male sofferiva persino che altri si rendesse grato con balli e conviti in occasione di nozze, com’era costume antico in Firenze, d’allora in poi quasi dismesso. «Nelle quali cose ebbe a durare grande fatica massimamente nei primi tempi, e ad altro pareva non attendesse il dì e la notte mettendovi tutto l’ingegno e l’industria con assidua pazienza e usando a tal fine varie arti con sètte segrete e compagnie che l’una non sapeva dell’altra:[553]» nelle stesse liberalità poneva tale misura che niuno s’arricchisse troppo, e che gli uomini dello Stato non apparissero all’universale violenti e rapaci. Dipoi, la congiura dei Pazzi gli aggiunse amici nuovi e ristrinse i vecchi più intorno a lui, tanto che la potenza sua divenne più assoluta, e crebbe un grado da quella che aveva tenuta Cosimo. Il Palagio della Signoria perdeva ogni dì credito, ai Consigli ed agli stessi Collegi, che prima erano ogni cosa, pochi si curavano d’intervenire: onde nacque caso che non si potendo fare la tratta dei magistrati al dì necessario, e taluni ch’erano a caccia nelle ville loro avendo ricusato andare, sebbene chiamati a grande fretta, dal Gonfaloniere furono ammoniti. Ma parve a Lorenzo, assente in Pisa, che avesse quegli presa di suo capo troppo grande libertà; e si aggiunse l’avere negato, secondo l’usanza, l’entrata in Palagio mentre i Consigli deliberavano, a Ser Piero da Bibbiena ch’era Cancelliere di Lorenzo; per queste cose il Gonfaloniere appena uscito d’ufizio fu ammonito per tre anni.[554] Industria antica di Casa dei Medici era tenere in ciascun ufizio o magistrato un Cancelliere di confidenza loro: e uno ve n’era salariato dal Comune da stare fermo nelle ambascerie che spesso mutavano, il quale aveva con Lorenzo conto a parte e lo avvisava d’ogni cosa. Per tale modo i grandi cittadini aveano gli uffici, ma gli uomini tirati su da Lorenzo esercitavano ad arbitrio suo la potestà effettiva, massimamente in ciò che spetta alle gravezze ed al Monte, ch’egli era accusato volere annullare per indi volgere più liberamente le entrate pubbliche a suo pro. A ciò era dalle private sue necessità costretto; ma il danno feriva grande numero di cittadini che aveano nel Monte i loro capitali, e ne ricavavano fra tasse e riforme più che dimezzato l’interesse. Ma sopra ogni altra odiose riuscivano le riduzioni fatte al Monte delle Doti, che non si pagando al tempo promesso rimanevano nel Monte, e le fanciulle che si maritavano, in luogo di sorte non avendo altro che l’interesse sotto certe regole, era alle famiglie necessità sborsare la dote in contanti per non si potere valere di quello che aveano a tal fine più anni prima depositato. Dal che avveniva che poche fanciulle si maritassero, e anche bisognava chiederne licenza perchè il parentado andasse a genio di Lorenzo.[555]
Ogni principio di rumore, se pure nascesse, prontamente gastigava, come apparve in un caso narrato dall’oratore Modenese, allora in Firenze, le cui parole giova riferire. «Andando io in piazza, trovai gran tumulto di popolo, e la causa fu perchè menandosi uno giovine della terra alla giustizia perchè avea morto un famiglio de li Otto a’ dì passati, ed essendo fuggito a Siena, i Senesi lo diedero nelle mani di questa Signoria per i capitoli comuni. E menandosi detto giovine per piazza per condurlo al luogo della giustizia, il popolo si levò, gridando scampa, scampa; in modo che lo cominciarono a togliere dalle mani alla famiglia del bargello. Pure li Otto della Balìa in persona vennero in piazza e fecero fare subito un bando, alla pena della forca, che la piazza fosse sgombrata. Ed essendo fatta instanza per l’oratore di Milano ed il Genovese per ottenere la grazia di quel giovine, e ad instanza di Lorenzino e di Giovanni e di Pier Francesco (de’ Medici) con il Magnifico Lorenzo che si trovò in Palazzo a tale tumulto, Sua Magnificenza gli dette buone parole, e operò ch’egli fosse appiccato in piazza ad una finestra del bargello: poi fece pigliare quattro di quelli del popolo che gridavano scampa, scampa, e a ciascheduno fu dato quattro tratti di corda e furono sbanditi per quattro anni fuori della terra. A questo modo si sedò il tumulto, e mai non si volse partire fuori della piazza il Magnifico Lorenzo sinchè non vide sedato il popolo.[556]» Di questo tumulto non fanno parola gli scrittori Fiorentini.
Ma più della forza poteano il favore e i nuovi costumi, il popolo essendo a lui devoto in città fiorente per l’eccellenza delle Arti e per la dovizia dei mestieri: domato di prima, impinguato ora più che mai fosse pei grossi guadagni, rallegrato dalle feste, godevasi ambiziosamente come sue la grande fama di Lorenzo, le magnificenze della Casa Medici, la gloria che a tutta la città ne derivava. Essendo a Lorenzo falliti i traffici ai quali sdegnava calare l’ingegno, si voltò alle possessioni; e al Poggio a Caiano edificò una Villa d’architettura elegantissima, della quale egli medesimo avea dato il primo concetto a Giuliano da San Gallo che dietro a quello poi la condusse. Cercando risollevare l’infelice Pisa dal tetro squallore in che era caduta, comprò molte terre in quella provincia e case in città, dove a lui stesso non di rado piaceva dimorare facendovi spese e mettendo vita intorno a sè: ripristinò anche l’antico gioco del Ponte, caro ai Pisani e quindi vietato dalla sospettosa gelosia della Repubblica di Firenze. Era in Pisa uno Studio, anch’esso deserto dopo la conquista; ma Lorenzo volle sorgesse a celebre Università; chiamandovi con larghi stipendi da ogni parte d’Italia eccellenti professori in legge, in medicina, in divinità.[557] Le umane lettere e le Arti aveano in Firenze già grande splendore: Lorenzo era tale in sè medesimo da più illustrarle; ingegno potente, vario, elegantissimo e curioso d’ogni sapere, capace di alzarsi al pensiero filosofico e al sentimento delle Arti belle, scrittore non ultimo in prosa ed in verso tra molti insigni che lo attorniavano, raccoglitore munifico di quelle opere dell’antichità dalle quali aveano impronta gli studi. Il secolo era nelle dottrine incerto e mutabile, nei costumi sciolto, gaio nella vita com’essere sogliono i tempi che alle ruine precedono. Lorenzo pareva in sè accogliere tutto il secolo, scrivea rime sacre e canti carnascialeschi, cercava e ascoltava gli uomini religiosi ed era involto negli amori. Assiduo alle cure di Stato e infaticabile in ogni cosa che a lui servisse o a lui dèsse fama, pareva non altro amare che celie e sollazzi, e compagnia d’uomini arguti e faceti; avea tal natura, che a tutto bastava e ad ogni cosa pareva fatto. La Casa dei Medici era un museo, una scuola, un ritrovo degli ingegni che ad essa accorrevano; da quella partivano i consigli gravi, e la luce delle lettere, e i giochi e le feste e le corruttele dei costumi: in quella cresceano fanciulli due Papi, ivi risedeva l’Accademia Platonica intesa con gli studi a rinnalzare la vita e il pensiero; ed ivi continua la dimestichezza del Poliziano e del conte Giovanni Pico della Mirandola che fu portento dell’età sua; ivi Michelangiolo faceva saltare dal marmo le prime scaglie, e Luigi Pulci leggeva il Morgante nelle cene geniali: tanta ampiezza di vita, nè tanta magnificenza, nè allegrezza forse alcun tempo non vide mai; era il nome di Lorenzo in cima a ogni cosa.
E intanto la vita di lui declinava. I dolori delle gotte, ereditari nella famiglia sua, lo avevano afflitto sino dalla giovinezza; e noi lo troviamo già nell’anno 1482 ai Bagni del Senese ed a quei di Lucca, e spesso di poi al Bagno a morbo nel Volterrano.[558] Si aggiunsero doglie frequenti di stomaco, dalle quali fu talmente logorato, che a vedere alcuni ritratti di lui si direbbe uomo decrepito. Crebbe il male nei primi mesi dell’anno 1492, nè vollero gli amici e i congiunti crederlo mortale insinchè agli otto del mese d’aprile nella villa di Careggi, di poco avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra sofferenze acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva quella vita della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata, nè più nei tempi che sopravvennero celebrata. Due giorni prima, caduto un fulmine sulla Cupola di Santa Maria del Fiore aveva spezzato quella delle grandi costole di marmo che scende dal lato dov’era la Casa dei Medici, e i pezzi cadendo foravano in più luoghi la vôlta del tempio. La notte di quel dì stesso che era stato ultimo a Lorenzo, Pier Leoni da Spoleto, medico fra tutti reputatissimo, fu trovato morto in un pozzo a San Gervasio, o ch’egli medesimo, come fu detto, vi si gettasse per disperazione, o che vi fosse da altri gettato. Nella città era grande la costernazione, pauroso l’avvenire a coloro stessi che mal volentieri ubbidivano a Lorenzo; gli amici a lui più bene affetti, o si dispersero, o mancarono: due anni dopo moriano, sebbene di lui più giovani, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano: Marsilio Ficino, già vecchio, finiva non molto dipoi.
Tempi luttuosi conseguitarono alla morte di Lorenzo dei Medici, e accrebbe favore al suo nome l’essersi da indi in poi di tutta Italia arrovesciate le sorti, quasi fosse ella perita con lui che solo era abile a scamparla. Bentosto si vennero a urtare insieme le ambizioni degli altri Principi, insinchè non furono oppresse tutte dalla sopravvenienza delle armi straniere che uno di loro aveva chiamate. Fu detto Lorenzo avere creata la scienza che poi fu appellata d’equilibrio e che ai politici delle età seguenti divenne studio; ma era già arte della Repubblica di Firenze, naturale protettrice delle città e degli Stati minori di lei, perchè ella cercava tra mezzo ai maggiori la propria sua conservazione. La quale arte stando rinchiusa dentro ai confini d’Italia, valeva a tenerla bene spartita e contrappesata in sè medesima finchè d’oltremonti nessun pericolo minacciasse; più non bastava se una volta le altre nazioni venendo a comporsi in forti regni, la divisione rendesse invalida la difesa; il che presentiva l’istesso Lorenzo. Questi mantenea frattanto l’Italia in bilancia,[559] il che era un rimuovere le cause interne e le occasioni per cui venissero gli assalti di fuori: e ciò da lui solo riconosceva ed a lui ne diede, fra tutti gli altri, amplissima laude Francesco Guicciardini nel principio della grande Istoria sua; sebbene avesse egli in altra opera giovanile, ponendo a confronto Cosimo e lui, attribuito maggiore all’avo prudenza e giudizio. Bene ebbe Lorenzo assai più di Cosimo ardito il consiglio e in più vasto campo spaziava il pensiero: natura d’artista, anima di principe, ultima grandezza d’un’età splendida che finiva.[560]