Capitolo VIII. SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1491.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA.
Abbiamo veduto per cento anni l’operosità intellettuale degli Italiani volgersi quasi unicamente a riporre in luce gli autori classici, ad assicurarne la lezione, a propagarne l’uso e l’intelligenza. In essi cercavano forme più elette alla parola, ma per quello studio apersero come un nuovo mondo alla erudizione, che fino allora si era aggirata dentro a termini molto angusti; della quale Dante era assetato penosamente, ed il Petrarca troppo soddisfatto. Ma intanto l’istoria tornata in luce rettificava molti degli errori che aveano goduto autorità e corso nell’età di mezzo, e la critica si assottigliava, e molte passioni si temperavano col cessare l’ignoranza che l’uomo racchiude in sè medesimo e lo rende spesso agli altri più ostile. Molto anche appresero dai Latini quanto agli uffici dell’uomo civile; la scienza pratica si avvantaggiava, ma facendo ingombro a eletti ingegni nei quali si vede scarsa in quegli anni l’originalità: dipoi, saziata la foga del ritrovare, venne il pensiero speculativo a farsi più ardito, quando ai Latini s’aggiunsero i Greci scrittori e che lo studio di questa lingua si fu divulgato. Uomini dotti tra’ Greci accorsero al Concilio tenuto in Firenze per l’unione delle due Chiese, e in tale occasione le controversie teologiche riaprirono il campo alle filosofiche; i Greci portarono in esse un rivolo delle antiche loro scuole, buono ad irrigare i campi fatti aridi della scolastica, donde san Tommaso aveva oggimai cavato ogni frutto.
Tra gli altri erano due Greci, cultori della Filosofia platonica, Gemisto Pletone ed il cardinale Bessarione che aveva promossa l’unione, e che rimasto poi sempre aderente alla Chiesa dei Latini godeva in Italia autorità negli studi. Da questi due uomini dovette Cosimo dei Medici essere indotto a favorire quella dottrina che molto bene si confaceva al genio artistico e religioso de’ Fiorentini; l’accolse egli stesso nel suo Palazzo, e ad essa volle che fosse allevato quasi dalla fanciullezza Marsilio Ficino ch’era figliuolo del medico suo. Ivi si facevano conversazioni di dotti, le quali pigliarono nome platonico d’Accademia, divenuto solenne dipoi a questa e ad altre simili riunioni. Cotale indirizzo dato agli studi sino d’allora io credo fosse argine alla corruttela del pensiero. Finchè un principio d’autorità poneva limiti alla controversia, e i più alti gradi della scienza in lei scendevano dalla fede, giovava seguire la disciplina dei peripatetici, sottile arnese ed atto ai lavori delle scolastiche officine. Ma ora che il pensiero ambiva spingersi fino all’altezza dei primi veri, e le dottrine del gentilesimo tutto invadevano il sapere, bene fu almeno alle scuole nostre avere accolta quella filosofia che in cima a sè stessa aveva un principio fuori di sè stessa, sovraimponendo l’idea di Dio a tutta l’opera del ragionamento. Per quelle dottrine si temperarono molti ingegni fino ai più audaci e dissoluti: corse oltre a un secolo, e la prevalenza ch’ebbe in Toscana un tale abito nel filosofare, io credo infondesse maggior sanità nell’intelletto di Galileo e della scuola che da lui discese. Si vede egli sempre nella fisica avere a guida una filosofia, e per lo studio della materia non perdere mai l’idea dello spirito: bene gli avvenne che al primo formarsi di quella mente gli stesse innanzi nelle tradizioni casalinghe una filosofia religiosa; così l’accademia Platonica diede qualcosa del suo all’accademia del Cimento.
Marsilio Ficino [n. 1433, m. 1499] tradusse in lingua latina le opere di Platone, che fu il maggiore servigio prestato da lui direttamente alla filosofia. Tradusse i libri anche di Plotino, e si affaticò molto intorno a Proclo, a Giamblico e agli altri della Scuola neoplatonica d’Alessandria; ne accolse le mistiche astrusità, e da quelle fu condotto infino ai sogni dell’Astrologia giudiziaria e ad altre consimili fantasie. La sua maggiore opera è un libro col titolo di Teologia Platonica, perchè nel pensiero di lui, platonico e cristiano erano tutt’uno; ed egli cercava per tal modo soddisfare insieme all’ingegno sottile ed al cuore dov’era la fede sincera e schietta: fu prete e parroco virtuoso, di vita semplice, di costumi puri; e, quale si fosse il valore delle sue dottrine, la conversazione di lui educava agli alti pensieri e alla bontà i molti suoi discepoli o seguaci. Innanzi alla morte del Ficino e poi molti anni, tenne in Firenze la cattedra di filosofia Platonica Francesco Cattani da Diacceto, che pei suoi libri si acquistò fama come illustratore di quella dottrina. Nei tempi di Marsilio, e di lui più vecchio, Cristoforo Landino [n. 1424, m. 1504] fu anch’egli platonico: scrisse in latino le Disputazioni Camaldolesi, un trattato sulla nobiltà dell’anima ed altre molte cose in prosa ed in verso; in lingua italiana, un dotto Commento e assai reputato sulla Divina Commedia; tradusse in volgare l’Istoria Naturale di Plinio; insegnò in Firenze le belle lettere e fu segretario della Repubblica: pochi s’agguagliarono a lui per l’onorata vita e pei servigi recati agli studi.
In quel secolo fu la Toscana oltremodo ferace d’ingegni, sebbene ad alcuni tra’ sommi nuocesse la varietà delle cose a cui si volsero nel tumultuare che le menti facevano in quella novità di studi tuttora immaturi. Il che si vidde in Leone Battista Alberti, nato in esiglio su’ primi anni del quattrocento, di quella famiglia che noi vedemmo fieramente perseguitata in Firenze. Attese da giovane allo studio delle leggi e fu laureato nel diritto canonico, intantochè egli scriveva in latino una Commedia che fu creduta d’autore antico, e si rendeva singolare per forza e destrezza negli esercizi del corpo ed in tutte le arti liberali e cavalleresche. Artista e scrittore non trascurò la pittura e la scultura ma fu grande nell’architettura, di lui rimanendo per l’Italia alcuni insigni edifici, tra’ quali bellissima la chiesa in Mantova di Sant’Andrea: scrisse un trattato di quest’arte, libro che lo pone anche oggi tra’ primi che ne furono maestri. Si dilettò molto della meccanica, ingegnandosi a comporre macchine che riuscirono singolari massimamente per ciò che spetta all’arte nautica: nella scienza della prospettiva fu maestro a quelli che dopo lui vennero. Seguendo in filosofia le dottrine platoniche, scrisse non pochi trattati di cose morali in lingua volgare. Uno tra questi che ha per titolo della Famiglia contiene nel terzo Libro la materia di quello che lungamente andò col nome di Agnolo Pandolfini. Duole a noi spogliare il buono e onorato vecchio della lode che a lui ne venne: certo che il libro si direbbe opera d’un massaio anzichè d’uomo a cui fa peso l’erudizione, ed il cui scrivere in volgare parve aspro agli stessi amici suoi, per essere egli nato in esiglio ed assai tardi venuto in Firenze. Ma poichè vediamo lui stesso chiamare nudo lo stile di quel terzo libro, essendosi in quello provato a imitare il greco soavissimo scrittore Senofonte, non rimane altro a noi (se falsa non sia quella lettera), che ammirare qui pure l’ingegno tanto pieghevole dell’Alberti, dolendoci che sempre non abbia egli scritto nudo a quel modo. Poco egli visse in Firenze, dov’era stata dal Medici richiamata la famiglia degli Alberti; e morì l’anno 1472.
Abbiamo narrato di Sant’Antonino il suo valore anche nelle lettere: dicemmo assai di Giannozzo Manetti del quale non ebbe Firenze altro cittadino più lodato nella vita civile nè più di lui autorevole per sapere. Scrisse molti libri, dotto com’egli era in greco e in latino, ma con predilezione si diede all’ebraico; tradusse da questa lingua il Saltero, combattè i giudei, trattò argomenti di religione e di morale, cui bene serviva con la integrità del costume. Infelice come cittadino, Giannozzo fu l’ultimo che insieme attendesse alla Repubblica e agli studi: la vita civile diveniva più angusta, intantochè si apriva un campo più vasto alla vita letteraria che già in quel tempo si diffondeva per tutta Italia. Ma pure i Medici non disdegnavano chiamare agli uffici i letterati devoti a loro, e si onoravano con l’inviarli ambasciatori a’ Principi forestieri: così è che ascese ai più alti gradi in quella nuova sorta di Repubblica Matteo Palmieri, il quale ottenne stima di solenne letterato per le molte opere da lui composte, ma oggi meno lette. Tra queste primeggia un trattato sopra la Vita Civile, che fu tradotto anche in francese, ed una Cronaca dalla creazione del mondo fino a’ suoi tempi, con altre minori opere istoriche, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di Dante, che ha per titolo Città di Vita. I Segretari o Cancellieri della Repubblica si sceglievano per antico uso, come abbiamo detto, tra gli uomini letterati, che tali furono Carlo Marsuppini, e Benedetto Accolti aretini e Bartolommeo Scala da Colle in Val d’Elsa. Ebbe l’Accolti un fratello di lui più chiaro come giureconsulto, di nome Francesco, seduto su varie cattedre in Italia. Filippo Bonaccorsi, nato in San Gimignano, che ad uso di quella età pigliò nome di Callimaco Esperiente, giovane appartenne a quell’Accademia Romana che poi soffriva fiere persecuzioni; donde scampato viaggiò per l’Oriente, e fermatosi in Polonia e divenuto ivi grande personaggio, scrisse in latino assai elegante l’Istoria della infelice guerra nella quale venne a morte l’ultimo nazionale re d’Ungheria. Un altro sangimignanese Paolo Cortese, cui diede fama un libro di Teologia purgata dal gergo scolastico, soleva menare la vita in un castello presso al luogo nativo, dove accoglieva i dotti, e di alcuni dettava le Vite.
Abbiamo a stampa, ma in troppo scarso numero, le prediche di San Bernardino da Siena, che al modo di altri celebri e più antichi Frati sermoneggiando sulle piazze delle città d’Italia, predicava la cessazione dalle inimicizie cittadine; oratore concitato, ricco di figure, caldo e abbondante come avvezzo a sempre cercare gli effetti subiti sulle moltitudini. D’un altro senese che fu Enea Silvio Piccolomini, papa col nome di Pio II, bene fu detto avere egli scritto più libri che altr’uomo ozioso, e trattato più faccende che altri ad esse unicamente rivolto. Viaggiò dell’Europa alcune parti ancora meno note, descrivendo i luoghi osservatore acutissimo, fu ministro dell’imperatore Federigo III, fu cancelliere del Concilio di Basilea e propugnatore della contesa ivi sostenuta contro a papa Eugenio. Disciolto il Concilio, si acconciò col Papa; Legato in Germania ch’egli bene conosceva, sostenne acremente ivi le parti della cattedra pontificia, e questa tenne poi decorosamente avendo finita, coma narrammo, la vita nelle fatiche di un troppo ardito divisamento. Le opere sue tutte in latino, oltre agli scritti di controversia ed alle Poesie, contengono Istorie del tempo suo, Commentari e descrizioni di paesi; i fatti d’Italia narrò fin presso alla morte sua, quelli della Germania come attore o come testimone sempre autorevole quando anche appassionato: scrittore copioso, arguto, gratissimo a leggere per una sua eleganza e disinvoltura signorile da lui acquistata nella pratica dei grandi uomini e delle grandi cose; ingegno vario, di cui fu danno che non si abbellisse la lingua italiana.
Le Scienze allora sorgevano anch’esse, nelle quali non possiamo tacere il nome di Paolo Toscanelli che non si vuol confondere con un altro fiorentino Paolo Dagomari, detto dell’Abbaco, vissuto prima che il Toscanelli nascesse l’anno 1397. Dotto di cose astronomiche, derise l’Astrologia: essendo venuta a compimento la grande Cupola di Santa Maria del Fiore, pensò d’apporre in cima d’essa uno Gnomone rimasto famoso. Questo per la grande altezza disegna con raggio più lungo più larghi gli spazi, i quali lo spettro solare fa correre dal foro, ch’è in cima, sul marmo infisso nel pavimento; dal che più distinto riesce il punto meridiano, e più si determina il momento del solstizio. Ma gloria maggiore ebbe il Toscanelli dall’essere stato cagione in grande parte al Colombo d’intraprendere il grande suo viaggio; il che sappiamo dalla Vita che Ferdinando Colombo ha lasciato del suo genitore. Paolo, curioso della Geografia, ebbe da mercanti fiorentini e da certi uomini inviati dalle Indie al papa Eugenio IV notizie di quei paesi e occasioni di farsi un concetto, fortunatamente sbagliato, della via da percorrere per giungervi da Occidente. Ne scrisse a un Martinez canonico di Lisbona, il quale avendone tenuto discorso al Colombo, questi per mezzo di un Giraldi fiorentino ch’era in Lisbona mandò per lettera al Toscanelli l’annunzio del suo disegno ed una piccola sfera sulla quale aveva segnato il viaggio; donde il Toscanelli mandava al Colombo una Carta da navigare con gli spazi segnati a suo modo: a tutti è noto che il Colombo credeva la prima terra da lui toccata fossero le Indie. Il Toscanelli non ebbe tempo di sapere a quale uomo e a quale scoperta avesse in perpetuo egli associato il nome suo, morendo l’anno 1482.
Qui male possiamo noi definire in brevi tratti Leonardo da Vinci [n. 1452, m. 1519], intelletto portentoso e inesplicato nella vasta potenza sua, che in sè racchiudeva come una divinazione iniziatrice delle scienze le quali si ampliarono dopo di lui. Tiene Leonardo come artista tra i sommi un luogo tutto suo proprio e quasi appartato, perchè non bastandogli il bello esprimere come forma, intese a condurlo per via del pensiero fino all’ultima idealità sua; cercò degli affetti le ragioni più riposte; e dopo averne dentro all’animo concetta l’essenza per via d’astrazione, fece suo studio tradurla con l’arte in immagine visibile: nè ciò gli bastava, chè un altro studio tutto diverso poneva egli quindi nei mezzi meccanici che all’arte dessero compimento. Dei suoi dipinti, che procedevano lentamente, pochi rimangono: il Cenacolo in Milano, sebbene quasi perito, è per eccellenti copie negli occhi di tutti; gli studi, i bozzetti, le prove mutate con sottili differenze abbiamo in gran numero, perchè egli fu ingegno ch’era impossibile soddisfare. Un colosso equestre di Francesco Sforza, del quale aveva già fatto il modello, fu distrutto dai Francesi quando l’anno 1500 entrarono in Milano; si perdè il cartone d’un grande dipinto che doveva ornare Firenze. Ma egli ebbe intelletto essenzialmente speculativo: scrisse trattati sulla Pittura e sopra l’Idraulica: abbiamo libretti dov’egli segnava i suoi calcoli e le invenzioni sue, le macchine da lui tentate, gli studi d’algebra, di geometria e quelli intorno alla meccanica razionale, alla dinamica, all’ottica, all’anatomia degli uomini e degli animali; trovò la teoria del moto dell’onde, studiò il volo degli uccelli, osservò fatti tra i più reconditi ch’abbia la natura, intorno ad essi lasciando formule che tuttavia sono rimaste alla scienza. In questi frammenti dei suoi studi, gli ardui problemi che egli aggrediva col pensiero ne mostrano quanta solidità fosse in quella sua mirabile estensione. Era oltreciò bello e forte della persona; eccellentissimo nella musica e inventore d’alcuni strumenti. Non ebbe fortuna con Leone X; accolto in Milano da Lodovico il Moro, condusse l’opera del Canale detto il Naviglio, e lavorò intorno alle fortificazioni; amato dal re Francesco I, dimorò in Francia alcuni anni e quivi moriva in un castello presso Amboise, nè già in Milano e nelle braccia di quel Re come fu detto fino ai giorni nostri. Aveva Leonardo spinto il pensiero fino a cercare una generale proporzione la quale servisse a lui come artista per la figura dell’uomo, e come fisico gli mostrasse le leggi supreme a cui si conforma la struttura delle cose. Quindi Fra Luca Pacioli da Borgo San Sepolcro, amico e compagno di lui pubblicava, su quell’idea un libro della divina proporzione: era il Pacioli pratico nei calcoli, avendo in più libri raccolto d’algebra e di geometria quanto si sapeva al tempo suo, e dato notizia di antichi studi matematici in oggi perduti, tra’ quali primeggiano alcuni frammenti del pisano Fibonacci.
In Leonardo vennero a far capo le due correnti per le quali si era condotta innanzi l’Italia, da un lato nelle Arti e dall’altro nella Scienza; ma le Arti ebbero più facile e necessariamente meno incerto il cammino. La forte vita che si agitava per tutto il dugento aveva prodotto quasi a un portato Dante e Giotto; ma bastò a Giotto avere in sè stesso la forma del bello, poichè i mezzi capaci ad esprimerlo erano a lui già sufficientemente forniti dall’uso che era ai suoi tempi della pittura. Quei mezzi che stanno invece della parola, nelle Arti d’imitazione sono quasi del tutto meccanici; quindi è più semplice l’andamento pel quale riescono esse a procedere e a perfezionarsi. Un genio era apparso da principio e aveva mostrato una via nuova, donde la pittura per quasi un secolo parve come stare intorno a lui, da lui pigliando l’esempio a certe significazioni degli affetti e più accurate regole al disegno e più ardimento nelle composizioni; facendo di tutte queste cose all’Arte come un patrimonio capace a vivere ed a passar oltre. Il che essa fece dopo a Masaccio. Il quattrocento fu secolo d’artisti, i quali bisogna dire che in Firenze nascessero come spontanei dal suolo; molti gli eccellenti, e male pareva che non si sapesse fare. Il nome d’Arte, come si usa oggi a modo astratto, non conoscevano: facevano come se esercitassero un mestiere, del quale i maestri insegnavano le pratiche; il resto avevano in sè stessi.