Ma nulla dunque si era fatto in quei dugent’anni quanto all’uso della nostra lingua? S’era fatto molto, ed ogni giorno si faceva; ma il male stava in ciò, che tale uso procedeva bipartito, essendo pel naturale andamento suo più cólto nei popoli, ma insieme più guasto nei libri. Un assai grande numero di lettere scritte nel quattrocento furono in questi anni pubblicate, e ne abbiamo noi vedute molte manoscritte; e molte, tratte dagli Archivi di Firenze, sono allegate nel grande Vocabolario. Ora le lettere familiari danno sempre l’espressione più naturale e più immediata del vivo parlare, e chi le raffronti ad altre più antiche, le troverà scritte in modo che annunzia lingua più adulta e più conforme a quella che poi fu la moderna italiana lingua. Ma nei libri stessi usciti in quel secolo, sebbene pallido ne sia lo stile, pure il discorso procedeva meglio ordinato e più finito e più somigliante ad uomo già fatto; ma non però bello quanto promettevano le grazie e il fuoco delle età prime. Io pure grido, Studiamo il trecento, secolo che aveva in sè certamente quella potenza che più non ebbe la lingua nostra: ma vero è poi, che di tutte le nazioni gli antichi scrittori si riveriscono come vecchi intanto che si amano come fanciulli; si ammirano per la ingenuità loro e per la forza, ma non si saprebbe nè si vorrebbe per l’appunto scrivere a quel modo. Tuttociò avviene sempre e dappertutto; ma fu a noi tristo privilegio che la lingua dipoi si dovesse o si credesse dovere attingere dal trecento, quasichè in essa il corso del tempo facesse il vuoto o altro non avesse fatto che guastarla.

Negli ultimi anni del quattrocento aveva la lingua dunque per sè medesima progredito quanto a una struttura più regolare, ma dall’essere usata poco e trascuratamente nei libri, pareva e anche oggi a noi pare, in fatto essere decaduta da ciò che ella era nel secolo precedente. Lorenzo de’ Medici, il Landino ed altri dicono spesso alla lingua nostra essere mancati gli uomini e il buon uso che appellano stile. Il che fu vero quanto allo scriverla come abbiamo qui sopra notato; ma fu anche vero quanto al parlare questa lingua in modo che fosse norma ed esempio agli scrittori: su questo punto ne conviene un poco fermarsi. Mi sovviene avere una volta udito il Foscolo dire nell’impeto del discorso, che «la lingua nostra non era stata mai parlata:» nella quale enfasi di parola pare a me stesso il germe di un vero che ora si svolge sotto agli occhi nostri. Ma il campo non era libero a quel tempo, e si disputava chi avesse ragione, se il Cesari purista, o il Cesarotti licenzioso, o il Perticari con quella sua lingua che stava per aria. Oggi il Manzoni, sgombrando quel campo, ha dato a noi terreno fermo col fare consistere nell’uso ogni cosa: nè chi voglia uscire da quella dottrina può stare sul vero. Ma se a dire lingua si dice qualcosa fuori d’una semplice nomenclatura, e se invece si tenga essere l’espressione di tutto il pensare d’un popolo cólto, certo è che gli usi di questa lingua sono diversi quanto diverse le relazioni cui deve servire; e che in ciascuna, oltre all’essere disuguale il numero delle parole che si adoperano, è varia la scelta di queste parole. Al che si aggiunga (e ciò è capitale) che oltre alle parole, le frasi e il giro e i collocamenti di esse e la contestura del periodo, ed in certi suoi elementi la forma di tutto il discorso che sempre ha del proprio e del distinto in ogni nazione, tutte queste cose fanno insieme la lingua di quella nazione. So che la lingua in tal modo intesa dovrebbe piuttosto chiamarsi linguaggio, ma so che a distinguere con secco rigore l’una dall’altra queste due parole, starebbe la lingua tutta intera nei vocabolari, dov’ella si giace come cosa morta. Sotto questo aspetto bisogna pur dire che la lingua che si parla differisce in molte sue forme dalla lingua che si scrive, secondo che variano parlando o scrivendo gli intendimenti, le volontà ed in qualche modo lo stato degli animi in chi mette fuori il suo pensiero e in chi lo ascolta presente o deve poi da sè leggerlo sulla carta. Per esempio, nella rapidità del discorso familiare non sempre avviene fare periodi che stieno in gambe, come suol dirsi, perchè in tal caso alla intelligenza molti aiuti provvedono, e la parola come alterata da una concitazione d’affetti, ne diventa spesso più efficace. Chiaro esprimeva questo pensiero Giovan Battista Gelli nella prefazione d’una sua commedia:[564] «Altra lingua è quella che si scrive ne le cose alte e leggiadre e altra è quella che si parla familiarmente; sì che non sia alcuno che creda che quella nella quale scrisse Tullio, sia quella che egli parlava giornalmente.» Questo dice il Gelli; nè intendevano del comune parlare coloro che innanzi di lui scrivevano essere mancati gli uomini alla lingua.[565]

Ma se poi si guardi non più al discorso familiare, sibbene a quello di chi parla solo ed a bell’agio e non interrotto, in faccia ad un pubblico o ad una qualsiasi radunanza; allora il linguaggio s’avvicina molto allo scrivere, di cui ben fu detto non essere altro che un pensato parlare: nondimeno chi ponga mente, per non dire altro, al tempo che mette generalmente più lungo in questo pensare l’uomo che scrive di colui che parla, non che al discorso che n’esce fuori; noterà essere delle differenze per cui la parola scritta è meno viva sempre di quella ch’esce parlando quanto mai si possa pensatamente. Si vede nei libri, quando l’autore poco avvezzo a dire le cose, va cercando ad esse una forma che si adatti ai libri: nei Greci antichi e nei Latini ci si fa innanzi sempre l’oratore. Imperocchè allo scrivere con efficacia è grande aiuto l’uso del parlare, dove uno s’addestra a certo artifizio cui più di rado pervengono le scritture; dico quella distribuzione sagace di concisione e di abbondanza e di facilità e di sostenutezza, e quei colori appropriati a’ luoghi secondo richiedono i vari argomenti e le diverse parti dell’orazione: s’imparano queste cose dagli effetti che in altrui produce la nostra parola. Laonde a chi scrive manca una scuola molto essenziale, quando egli non abbia la mente già instrutta di quelle forme per cui si esprimono parlando le cose che egli vuole scrivere. La quale mancanza, che fu in Italia dai tempi antichi e si protrasse poi nei moderni, ha dato spesso ai nostri libri certa aridità solenne, la quale ebbe nome di stile accademico. Da questo vizio salvò i Francesi la conversazione, la quale fu ad essi come una sorta di vita pubblica e informò lo scrivere in ogni qualsiasi più grave argomento; talchè gli scrittori nel tempo medesimo che ne acquistavano maggior vita, divennero anche più facilmente e più generalmente popolari, così da esercitare nella lingua quel maestrato il quale ha bisogno la lingua medesima che venga dai libri. Questa sorta di maestrato quale si sia disse tanto bene Vito Fornari in un recente suo libretto, ch’io farei torto al mio concetto se non lo esprimessi con le medesime sue parole: «Se egli è giusto il dire che il linguaggio non istà tutto negli scrittori, non si vorrà per questo affermare che si trovi intero fuori degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più fine relazioni e determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non vengono significate se non quando si scrive, cosicchè alcuna piccola parte de’ vocaboli e molta parte de’ modi di dire e de’ costrutti non si può imparare altrove che nelle scritture.[566]»

Per essere in questo modo imperfetta la lingua nostra, potè nel secolo di cui scriviamo essere accusata «di viltà e non capace nè degna di alcuna eccellente materia e subietto;» come attesta Lorenzo de’ Medici in quel Commento del quale abbiamo poc’anzi discorso. Bene egli l’assolve da tale accusa con argomenti di ragione e con gli esempi di Dante e del Petrarca e del Boccaccio. Ma quasi non fossero per sè valevoli quegli esempi, afferma al suo tempo essere la lingua «tuttora nella adolescenza, perchè ognora più si fa elegante e gentile. E potrebbe facilmente nella gioventù e adulta età sua venire ancora in maggiore perfezione, tanto più se il Fiorentino impero venisse ad ampliarsi e a distendersi maggiormente:[567]» pensiero nel quale stavano adombrati il male e il rimedio, ma insieme i concetti dell’uomo di Stato. Tali erano dunque le condizioni di questa lingua negli ultimi anni del quattrocento; l’abbiamo veduta per l’andamento suo naturale progredire nelle sue più familiari ed umili forme, e nella opinione dei letterati intanto scadere. Ma ricorrendo ora col pensiero per tutto quello che si è finquì scritto, abbiamo noi ed avrà chi legge, dovuto accorgersi che il discorso nostro non v’era mai stato caso che uscisse fuori dei confini della Toscana. Di ciò cagione fu la mancanza di libri o scritture in lingua italiana usciti dalle altre provincie d’Italia. È fatto che importa, e ora vuol essere meglio dichiarato.

Volere discernere se dalla cultura dei primi Toscani uscisse la lingua o dalla lingua la coltura, somiglierebbe troppo l’antica lite di precedenza che fu tra l’ovo e la gallina; poichè la lingua essendo una materiale determinazione dei pensieri e degli affetti che si produssero dentro a quel popolo che la forma, diviene strumento che rende capace quel popolo a nuove produzioni del pensiero e a viepiù estendere la sua coltura. Oltredichè una lingua è monca e dappoco finch’ella non abbia la sua finitezza negli usi letterari, cioè finchè non sia capace ad esprimere le cose pensate fuori del comune uso e prima ordinate dalla lenta opera degli intelletti, finchè non abbia insomma prodotto dei libri. Ciò avvenne in Toscana subito dopo al 1250, prima di quel tempo dovendosi credere non bene compita questa moderna favella, come Dante la chiamava. Ma ebbe ad un tratto scrittori in buon numero, e si cominciò a tradurre in lingua volgare gli autori latini; il che era indizio di nuovo idioma in tutto distaccatosi dall’antico. E furono gli anni nei quali Firenze divenuta possente ad un tratto, si rivendicava in libertà, fondava una repubblica popolare, pigliava in Italia l’egemonia delle città guelfe, diveniva maestra delle Arti e produceva il libro di Dante.

La lingua latina, o a meglio dire la lingua classica dei libri latini, che fu esemplare ai nostri autori fino dal nascere del volgare, era il portato di una solenne elaborazione del pensiero, la quale si fece dentro a Roma stessa, sovrapponendosi alla forma latina che aveva quivi il parlare degli Italici. Nata nel fôro e nel Senato e poi sovrana sul Campidoglio, si distendeva per tutta Italia come lingua insieme politica e letteraria; discesa quindi nelle Basiliche dei cristiani, divenne propria della religione. Così può dirsi che il latino venisse a scendere nella lingua nostra seguendo due strade in parte diverse. Discese ne’ vari popoli d’Italia seguendo la naturale trasformazione dei dialetti che fin dalla prima conquista romana si erano formati nelle varie provincie d’Italia. Discese poi per l’autorità somma che diedero al latino classico, qui ed altrove, la religione, la politica, la giurisprudenza e la cultura letteraria dai primi e più elementari dirozzamenti al punto ultimo in fin dove potè condursi in quella età. Fu questo modo comune a tutte le parti d’Italia, salvo in ciascuna d’esse le differenze dei dialetti e della cultura. Ora a me sembra che la Toscana avesse in entrambi questi modi un qualche vantaggio sulle altre provincie; e che le due strade per le quali passò il latino a farsi italiano fossero in Toscana o meno distanti tra loro o quasi congiunte. Si è detto già come il volgare nella sua stessa antica rozzezza dovesse qui essere più latino di quel che fosse colà dov’era mistura di celtico; e la stessa lingua letteraria dovette qui avere per le cagioni medesime assai più facile entratura. Tale vantaggio ebbero i Toscani; ma recò ad essi questo inconveniente, che il latino e il volgare più facilmente si confondessero, e che il latino stesse innanzi agli scrittori non solamente come esemplare, ma come termine verso cui dovesse intendere il volgare scritto, quasichè a culmine di sè stesso. Di tutto ciò pare a me rinvenirsi una qualche traccia da Dante infino al Machiavelli; che è quanto dire per tutto il corso della formazione compiuta e stabile della lingua nostra.

In tutto diverse dalle condizioni che aveva il latino avuto in Roma, furono quelle che il volgare si era fatte in un popolo d’artisti, ed ebbe tosto una letteratura che per due secoli manteneva l’impronta in sè stessa della città che l’avea formata. Quale si fosse abbiamo noi cercato mostrare sin qui: ma perchè s’intenda come le altre provincie nulla a quel moto partecipassero, vorremmo che studi maggiori si facessero sopra i vari dialetti d’Italia, mostrando per quali più lenti passi si conducessero anch’essi ad avere scrittori che fossero da contare oggi tra gli italiani. Allora si vedrebbe fino a qual punto ciò conseguissero per via d’imprestiti sopra i libri d’autori toscani; ma nè potevano questo fare, nè il farlo sarebbe stato sufficiente, finchè i dialetti più inferiori avessero tutta serbata l’antica loro povertà e rozzezza. Era il toscano, in fine dei conti (come si è veduto), un italiano più compiuto e più determinato, più omogeneo in sè stesso e più latino, perchè il parlare dell’antica plebe a questo più affine, aveva in sè stesso trovato la forma della lingua nuova a cui si era più presto condotto. Nelle altre provincie più era da fare; e quello che si fece, rimase dialetto perchè le misture avevano in sè troppo forti discordanze; i suoni, gli accenti sempre non erano italiani.

A mezzo il dugento uno scrittore pugliese, Matteo Spinelli da Giovenazzo, avrebbe prima del Malespini in una sua Cronaca mostrato un esempio di lingua italiana, che poi rimaneva lungamente solitario. Il che invero non sapeva io troppo bene come spiegarmi: se non che in oggi, dopo alle cose scritte da un dotto tedesco pare a me essere dimostrato, che nella Cronaca del Pugliese avesse un uomo del cinquecento levigato l’antico idioma e forse in qualche parte corretto lo stile, perchè io non so bene indurmi a credere che fosse tutta falsificata e che l’editore l’avesse a disegno spruzzata di antiche voci e desinenze napoletane.[568] Gran tempo corse prima che uscissero da quelle provincie, e meno ancora dalle settentrionali, libri di prosa scritti in una lingua la quale non fosse come rinchiusa nel natìo dialetto. Ne abbiamo esempio in quella Vita di Cola di Rienzo la quale fu o si crede scritta dal romano Fortifiocca dopo alla metà del trecento. Qui perchè siamo nella Italia media, la penna corre facile e sciolta; ma tanto è ivi del romanesco, tante le alterazioni dei suoni e quelle che a tutto il resto d’Italia infino d’allora comparivano brutture, da porre quel libro fuori del registro dei libri italiani. Quanto alle lettere familiari, un maggiore studio sarebbe da farne secondo i tempi e le provincie; ma, per via d’esempio, quelle che abbiamo degli Sforza irte e stentate, fanno contrasto alle bellissime che allora e prima scrivevano l’Albizzi[569] e altri Commissari fiorentini. Le Cronache in lingua italiana, ma di autori non toscani, che si hanno dalla metà del XIV fino verso la fine del XV secolo, nulla c’insegnano di quello che importi al nostro proposito, perchè il Muratori che le pubblicava badando ai fatti, e non volendo nè oscurarli con le rozzezze dei dialetti, nè tener dietro alle ignoranze dei copisti, tradusse (com’egli accennava nelle prefazioni) coteste Cronache nella lingua comune al suo tempo. Generalmente però è da notare che appartengono all’Italia media o alla Venezia, poche estendendosi verso il mezzogiorno: in quelle provincie la lingua italiana si era formata più d’accordo con sè stessa per la maggiore affinità che era tra’ popoli primitivi; e potè quindi salire al grado di lingua scritta più presto che non potessero quelle dov’erano popoli usciti di razza celtica od iberica. Le versioni dei Romanzi di cavalleria generalmente scritti in lingua francese, dovrebbe cercarsi se alle volte non appartenessero ai luoghi dov’ebbe maggiore entrata questo idioma. Tutto ciò vorrei che gli eruditi ci dichiarassero, pigliando esempio dalla non mai infingarda curiosità degli uomini tedeschi. Ma si tenga a mente come tra l’uso della poesia e quello della prosa le cose andassero in modo diverso. La poesia lirica fu italiana dai suoi primordii e si mantenne: da Ciullo d’Alcamo siciliano al Guinicelli bolognese ed al Petrarca un andamento sempre uniforme la conduceva fino al sommo della perfezione per una via che rimase sempre l’istessa nel corso dei secoli. Emancipatasi dal latino prima della prosa, fu in essa più certo l’uso della lingua ed ebbe consenso che l’altra non ebbe: quindi noi troviamo che in sulla fine del quattrocento v’era una lingua nazionale della poesia, che nulla ha per noi nè d’antiquato nè di provinciale; il che non può dirsi dei libri di prosa.

Ma quello era il tempo nel quale in Europa non che in Italia pareano le cose pigliare un essere tutto nuovo; ciascuna nazione d’allora in poi ebbe la propria sua lingua più o meno perfetta, ma in tutte recata a foggia moderna. Era un procedere naturale, ma che in Italia più vivo che altrove, doveva estendersi dappertutto: le minori città, meno chiuse in sè medesime poichè avevano perduto ciascuna la fiera indipendenza municipale, si aggregavano alle grandi, e l’una con l’altra più si mescolavano; la vita più agiata voleva relazioni più frequenti, gli Stati col farsi più vasti creavano nuovi centri di cultura, le Corti ambivano essere accademie. Intanto lo studio classico diffuso per tutta l’Italia valeva molto a correggere quei volgari ch’erano rimasti infino allora meno latini; dal fondo di ciascun dialetto cavava lo studio dei libri classici una forma, la quale applicata all’uso cólto di quei dialetti, faceva quest’uso naturalmente essere più italiano e più capace di trarre a sè quella finitezza che prima avevano acquistata i soli libri dei Toscani: venivano i suoni a farsi più molli, più agevole certa speditezza di costrutti; molte proprietà di lingua che i Toscani avevano appreso dall’uso antico tra loro, gli altri imparavano dal latino. Notava sapientemente il Tommasèo, come le etimologie sieno più assai che non si crederebbe mantenute dall’uso del popolo non che da quello dei grandi scrittori: ciò era in Toscana più spesso che altrove; negli altri dialetti gli uomini cólti le ritrovavano qualche volta per lo studio dell’antico latino e quindi le riconducevano nei libri. A questo modo il latino, ch’era stato impedimento allo scrivere dei Toscani, condusse nelle altre provincie i dialetti a meglio rendersi italiani.

In questo tempo era trovata la stampa, dal che la parola aveva acquistato come un nuovo organo a diffondersi. Presso i Greci ed i Latini e in tutte le antiche letterature pagane, chi si metteva a scrivere un libro sapeva bene che sarebbe andato in mano di pochi; cercavano quindi il loro teatro, a così dire, nella posterità: di qui è che i libri ne uscivano più pensati e meno curanti di essere popolari; questo vantaggio hanno i libri classici, e quindi più servono alla disciplina del pensiero. Ma lasciando stare queste cose, gli autori toscani, eccetto i poeti, scrivevano sì per l’uso del popolo ma solamente per quello della provincia loro, non credendo essere intesi nelle altre: quindi è che i libri che apparissero meritevoli, venivano tradotti in lingua latina per dare ad essi, così dicevano, maggiore divulgazione. Quando poi si cominciò a stampare (com’è naturale) quei libri ch’erano più cercati, ebbe il Petrarca la prima edizione l’anno 1470, e la ebbe il Boccaccio nel tempo medesimo; nel 1472 tre non delle maggiori città d’Italia si onoravano pubblicando ciascuna il Poema di Dante, che usciva a Napoli poi nel 1473, ed aveva bentosto l’aggiunta di nuovi commenti, ma in lingua latina. D’altri toscani antichi non mi pare che avesse edizioni in quei primi anni altri che il Cavalca sparsamente per l’Italia, ma per tutte quasi le varie sue opere; e oltre lui, pochi degli ascetici: stamparono questi perchè erano i soli che avessero fama allora in Italia e che dovessero andare tra ’l popolo.