Nel mentre che autori delle altre provincie pubblicavano commentato in lingua latina il libro di Dante, un toscano che da principio soleva scrivere latina ogni cosa, Cristoforo Landino, poneva le mani a stenderne un molto ampio commento in lingua italiana. Di già i vecchi commentatori del trecento parevano a lui essere un poco antiquati, ed io per me credo che senza la stampa non avrebbe egli pensato un lavoro il quale intendeva riuscisse, come ora si direbbe, popolare. Lo stesso Landino avea pubblicato l’anno 1476 una versione dell’Istoria naturale di Plinio in lingua fiorentina, che altrove chiama toscana e dice essere lingua comune a tutta Italia. Questa versione, dov’entra un numero stragrande di voci, ed il Commento dantesco stampato nel 1481, io credo non poco servissero agli scrittori tuttora inesperti, che ebbero in quei libri un esemplare di lingua vivente allora in Firenze ma non di lingua delle piazze, perchè il Landino per antico abito disdegnava quei modi di scrivere che a lui sapessero di plebeo. Nello stesso anno 1481 usciva il Morgante di Luigi Pulci; e insieme i tre libri non poco servirono a render meglio familiare l’uso dello scrivere in lingua comune. Lorenzo de’ Medici e Angiolo Poliziano ebbero fama, e non del tutto immeritata, come restauratori del buono scrivere italiano. Lorenzo promosse l’uso di questa lingua e lo difese, dandone egli stesso in verso e in prosa pregiati esempi. Seguendo il genio suo nativo, che lo conduceva bene all’acquisto della grandezza, cercò egli essere popolare; la conversazione lo aveva formato più che lo studio; si atteneva quindi assai di buon grado all’uso fiorentino in quelle minori poesie, le quali, o sacre o sollazzevoli, bramava che fossero cantate dal popolo; facea versi anche pe’ contadini. Per tutto questo meritò bene della lingua, più ancora che non facesse il classico Poliziano, il quale insegnava a trarre la forma della poesia italiana dai greci autori e dai latini.
Finiva il secolo, e la lingua toscana s’avviava a farsi italiana. Alle altre provincie, secondo che divenivano più cólte, non bastava l’uso di quei volgari plebei a cui rimase nome di dialetti; perchè a cotesto uso mancavano spesso non che le voci per cui si esprimono idee non pensate dagli uomini rozzi, ma più ancora le frasi o locuzioni e il giro e la forma di quel discorso più condensato che si chiama scelto, più breve e rapido perchè cerca comprendere un maggior numero d’idee; forma che serve generalmente a chi si mette a scrivere un libro. Non so che i dialetti fossero insegnati nelle scuole, nè che si pensasse a coltivarli come lingua letteraria. Ciò tanto è vero, che il fare libri nel dialetto proprio agli autori non toscani, cominciò tardi, e fu per gioco e come una sorta di prova non tanto facile, perchè lo scrittore deve in quel suo dialetto cacciare e costringere le frasi e i costrutti ch’egli era solito pigliare da un uso più cólto e più universale. Ma per contrario, quando nel primo tempo l’autore avvezzo al suo dialetto voleva innalzarlo fino a quella lingua ch’era intesa da tutti, ne aveva in sè il germe che la coltura vi avea già posto; e il nuovo processo veniva più facile, essendo per molta parte il compimento di quell’antico suo parlare. È stato già detto che a scrivere bene in lingua italiana, la meglio è cercarla ciascuno nel fondo del suo dialetto, perchè a correggere o a dirozzare questo si vede uscirne fuori quella lingua comune di cui la lingua toscana già diede agli altri dialetti la forma e che n’è il fiore e la perfezione. Ma questi dialetti poichè non bastavano a quell’uso più ampio e più scelto, chiunque volesse parlare o scrivere in tal modo non poteva pigliarne le forme da un altro dialetto, perchè non s’intendono questi fra loro; poteva bene pigliarle da quel linguaggio e da quell’uso più accettabile universalmente, che vivo in Toscana corregge dappertutto i plebei parlari perchè più italiano di ciascuno d’essi. Ciò veramente poteva in qualche parte dirsi opera di traduzione; e questo fu il caso di quei primi non toscani, i quali sul finire del secolo XV cominciarono a scrivere libri in lingua toscana.
Vorremmo allegare qui alcuno di quelli sparsi documenti che a noi fu lecito di raccogliere, se fosse qui luogo a minute ricerche o se quelle che abbiamo fatte ci apparissero sufficienti. Crediamo però che i pochi esempi sieno conferma di quello che abbiamo sopra accennato quanto alla difficoltà che avevano maggiore o minore le altre provincie a farsi nello scrivere italiane, secondo le varie qualità delle misture ch’erano entrate in ciascun dialetto. Abbiamo un Testamento politico di Lodovico il Moro[570] scritto sulla fine del quattrocento in lingua milanese che vorrebb’essere italiana; e nella città stessa abbiamo l’Istoria di Bernardino Corio, che finisce al primo entrare del secolo susseguente: qui sembra il dialetto nascondersi affatto, ma lo stile duro e faticato ha proprio l’aspetto d’un nuovo e non sempre felice sforzo che l’autore fece usando una lingua che tutti leggessero. Questa, e l’Istoria napoletana di Pandolfo Collenuccio da Pesaro, credo sieno i primi libri dove il toscano fosse cercato da scrittori non toscani: il Corio di molto sopravanzò l’altro per la materia, ma il Pesarese più franco e sicuro in quanto alla lingua, scrive anche in modo assai più scorrevole. Generalmente gli uomini più meridionali e, su su venendo, quelli della sponda dell’Adriatico, si erano prima fidati più degli altri al natìo dialetto così da usarlo anche nello scrivere. I Veneziani, etruschi d’origine, come hanno dialetto meno degli altri discordante, così lo usarono, sebbene con qualche temperamento, sino al finire della Repubblica nelle arringhe che si facevano in Senato o nella sala del Gran Consiglio; tanto che v’era un’eloquenza in veneziano, quale non credo che fosse nemmeno in Firenze, dove il Gran Consiglio durò poco, e prima era scarso l’uso del parlare in modo solenne. La vita e la lingua qui erano nel popolo, da cui venivano come a scuola gli scrittori quando al principio del cinquecento l’urto straniero ci ebbe insegnato a rendere cose quanto si poteva nazionali, la vita almeno civile e la lingua.
Pochi anni prima di quel tempo Fra Girolamo Savonarola venuto giovane da Ferrara dove il parlare aveva qualcosa del veneto, cominciò in Firenze a predicare. «Da principio diceva ti e mi; di che gli altri Frati si ridevano.[571]» Divenne poi grande oratore avendo appreso qui la correttezza e la proprietà della favella, senza mai troppo cercare addentro nell’uso più familiare di questo popolo Fiorentino. Dal quale poi trasse non poco un altro Ferrarese, l’Ariosto, ma con quel fino e squisito gusto ch’era a lui proprio; e se io dovessi dire quali autori allora o poi meglio adoprassero nelle scritture quell’idioma che solo era degno di essere nazionale, porrei senza fallo il nome dell’Ariosto accanto a quelli di due Toscani, che sono il Berni ed il Machiavelli. Lo scrivere andante si poteva bene imparare anche da due poeti come quelli, perchè infine la lingua della poesia viene dalla lingua della prosa, di cui non è altro che un uso più libero.
Così alla fine questo volgare che aveva data nei suoi primordii una promessa poco attenuta, che fu negletto per oltre un secolo o rinnegato anche in Toscana da chi teneva il latino essere tuttavia l’idioma illustre della nazione, questo volgare divenne allora quel che non era mai prima stato, lingua italiana. A questo effetto andavano tutte insieme le cose allora in Italia: già la coltura diffondendosi agguagliava presso a poco l’intera nazione ad un comune livello, intantochè le armi forestiere distruggevano in un con le forze provinciali e cittadine quanto nei piccoli Stati soleva in antico essere di splendore e di bellezza; l’idea nazionale, che allora spuntava, cominciò a farsi strada nella lingua. Ma era troppo tardi: gli ingegni fiorivano, le lettere e le arti toccavano il colmo, l’Italia insegnava alle altre nazioni fino alle eleganze e alle corruttele della vita; possedeva una esperienza accumulata d’uomini e di cose tale, che una piccola città italiana aveva in corso più idee che non fossero allora in tutto il resto d’Europa; di scienza politica ve n’era anche troppa. Ma quando poi sopravvennero i tempi duri, questo tanto sfoggiare d’ingegni non approdò a nulla, perchè le volontà in Italia erano o guaste consumate dall’abuso, o vólte a male. Quegli anni che diedero i grandi scrittori passarono in mezzo a guerre straniere, dove gli Italiani da sè nulla fecero, nulla impedirono; e come ne uscisse acconcia l’Italia non occorre dire.
Dopo le guerre e dopo i primi trent’anni del cinquecento, erano i tempi ed il pensare ed il sentire di questa nazione tanto mutati da mostrare il vuoto che era sotto a quella civiltà splendida ma incompiuta: da quelli anni in poi calava il nostro valore specifico (se dirlo sia lecito), e il nostro livello a petto alle altre nazioni d’Europa venne a discendere ogni giorno. Mancò nel pensiero, perchè era mancato prima nella vita, l’incitamento ad ogni cosa che non fosse chiusa dentro ad un cerchio molto angusto; mancò la fiducia che all’uomo deriva dall’aperto consentire insieme di molti: v’era in Italia poco da fare. Nè ai tanti padroni che aveva essa dentro andava a genio che si facesse; e già la stanchezza o una mala sorta d’incuranza disperata menavano all’ozio, interrotto solamente da quelle passioni che non hanno scusa nemmen dal motivo; la conversazione tra gente svogliata o avvilita o malcontenta non pigliava vigore nè ampiezza dai gravi argomenti; i libri meno che per l’innanzi andavano al fondo nelle cose della vita: dice il Fornari molto bene, che «tra letterati e lettori non v’era in Italia quella comunicazione intima e piena» per cui la vita, la lingua, le lettere tra loro s’aiutano.
Noi crediamo che nei libri qualcosa debba essere che sia imparata fuori dei libri, perchè altrimenti lo scrivere viene quasi a pigliare la forma d’un gergo necessariamente arido e meno efficace, da cui s’aliena il comune dei lettori. Ciò avvenne bentosto in Italia, e fu in quel tempo quando la lingua più si voleva rendere universale e n’era essa stessa divenuta più capace avendo perdute allora le asprezze d’un uso ristretto, e nel diffondersi della coltura avendo acquistato migliore esercizio nelle arti della composizione. Ma giusto in quel tempo questa lingua per certi rispetti più accuratamente scritta, fu meno parlata; e la parola meno di prima fu espressione di forti pensieri ed autorevoli e accetti a molti: vennero fuori i letterati, sparve il cittadino; scrivea per il pubblico chi nella vita non era avvezzo parlare ad altri che alla sua combriccola: quindi l’eloquenza si foggiò all’uso delle accademie le quali erano una sorta di sparse chiesuole. Mancò alla lingua un centro comune perchè mancava alla nazione: ne avevano entrambe lo stesso bisogno, che appunto allora cominciò ad essere più sentito, sebbene in modo confuso ed incerto; nulla si poteva quanto alla nazione, rimedii alla lingua si cercavano in più modi, vari, discordanti e quasi a tentone. Un modo semplice vi sarebbe stato, ed era l’attingere copiosamente da quel dialetto ch’era il più finito; ma questo invece di tenere sugli altri l’impero, vedeva in quel tempo scadere non poco o farsi dubbia l’autorità sua. Al solo pregio della lingua molti sdegnavano ubbidire: condizioni tutte differenti sarebbonsi allora volute in Italia perchè tante voci, tante locuzioni, tante figure con l’acquistare sanzione solenne potessero farsi moneta corrente pel comune uso degli scrittori. Avrebbe la sede naturale della lingua dovuto almeno stare in alto, cosicchè tutte le parti d’Italia a quella guardassero, e che al toscano fossero toccate le condizioni dell’idioma parigino; «perchè il toscano (dice il Manzoni da pari suo) faceva dei discepoli fuori dei suoi confini, il francese si creava dei sudditi; quello era offerto, questo veniva imposto.» Nè in altro modo poteva l’ossequio delle altre provincie essere necessario e inavvertito, sicchè non venissero tra’ letterati a sorgere le contese che, nate una volta, non hanno mai fine. Se (come fu detto) lo stile è l’uomo, la lingua può dirsi che sia la nazione: quindi all’esservi una lingua bisognava ci fosse una Italia, nè altrimenti poteva cessare l’eterna lagnanza che il linguaggio scritto si allontanasse troppo dai modi che si adoprano favellando, e male potesse fare sue le grazie e gli ardimenti del volgar nostro, il quale da molti ignorato, ebbe anche taccia di abbietto e triviale.
Cotesta accusa molto antica tutti parevano confermare contro alla povera nostra lingua, che ci avea colpa meno di tutti. Poco badando all’uso vivo, nelle scuole di lettere insegnavano per tutta Italia dopo ai latini quei pochi autori toscani che allora fossero conosciuti, cercando alla meglio di mettere insieme su questi esemplari una sorta di linguaggio comune che fosse atto alle scritture. Un letterato molto solenne, Gian Giorgio Trissino da Vicenza, poneva in credito il linguaggio illustre con la versione da lui fatta del libro De Vulgari Eloquio, e molto poi lo difendeva: Baldassarre Castiglione mantovano, uomo e scrittore di bella fama, sebbene dichiari la lingua essere una consuetudine, biasima l’andare sulle pedate dei toscani sia vecchi sia nuovi: sentenziò il Bembo che l’antica lingua stava nel Boccaccio, di cui gli piacevano le grandi cadenze; tutti i chiarissimi dell’Italia per ben tre secoli dopo lui accettarono la sentenza. Ma della comune lingua popolare come in Firenze si parlava e si scriveva, niuno voleva sapere: negli anni stessi del Bembo, cioè verso il 1530, Marino Sanudo veneziano scriveva in una lettera stampata:[572] «che Leonardo Aretino trasse (l’Istoria di Firenze) da un Giovanni Villani, il quale scrisse in lingua rozza toscana.»
Il Bembo era il solo autore vivente di cui s’innalzasse non contestata l’autorità: basta ciò solo a dimostrare come si vivesse in fatto di lettere, quando gli Spagnuoli furono rimasti padroni d’Italia. Al Machiavelli nella sua patria istessa nuoceva la vita; gli nocque più tardi, quanto al numero dei lettori, l’essere all’Indice: l’Istoria del Guicciardini fu lasciata stampare, ed anche mutilata, solamente nel 1561, due anni dopo a che l’Italia per grande accordo tra’ potentati si può dire fosse bello e sotterrata, e quando la voce degli Italiani ormai più non faceva paura a nessuno.[573] Frattanto era disputa più volte rinnovata se si dovesse dire lingua italiana o toscana o fiorentina: chi affermava la lingua essere in Firenze, facea nondimeno poca stima degli autori che ivi nascessero: in certe parole recate dal Bembo si va fino a dire, che «a scrivere bene la lingua italiana meglio è non essere fiorentino.» E in questa medesima città noi vedemmo quante incuranze o quanti dispregi soffrisse la lingua nei più eminenti tra’ suoi cultori: la Divina Commedia non vi ebbe più quasi edizioni, e verso il 1520 certi maestri di scuola vietavano agli scolari leggere il Petrarca. Questa ed altre cose, che stanno a dimostrare la confusione dominante tra’ letterati, sono a disteso esposte in un libro di qualche pregio e di molta noia che ha per titolo l’Ercolano: autore di esso fu Benedetto Varchi, il quale pel vario ingegno non ebbe forse chi lo agguagliasse dentro a quella età che scendeva. In quel medesimo suo libro si vede come allora molto dominassero i grammatici, ai quali avviene quel che ai fisiologi; perchè entrambi avvezzi a tenere fermo il pensiero sopra le minute particelle delle cose, riescono spesso corti o disadatti a quelli studi più comprensivi che bene in antico nella loro massima estensione ebbero nome di umanità. Consente il Varchi prudenzialmente al Bembo, ma solo nelle apparenze; confessa la lingua in Firenze essere trascurata, ma vuole si cerchi nel fondo dell’uso, mettendo egli fuori per via d’esempi gran copia di voci e soprattutto di locuzioni familiari, dovizie nascoste da farne a chi scrive ricco patrimonio.[574] In questo avrebbe egli dato nel segno, nè vi è anch’oggi da fare di meglio, tantochè sarebbe alla unità della lingua mezzo utilissimo un Vocabolario com’è proposto dal Manzoni. Ma il guaio stava in ciò che non erano i più di quei modi entrati abbastanza nell’uso comune; molti erano figure che un tempo ebbero qualche voga, capricci d’un popolo arguto e faceto, e spesso allusioni a cose locali: cotesti Firenze non avea diritto d’imporre all’Italia. Inoltre non era più questo popolo quello che aveva creato una lingua educatrice di tanti ingegni; meno operando, inventava meno; e fatto più inerte anche nell’animo, i suoi discorsi andavano spesso a cose da ridere. I letterati seguendo in queste nuove condizioni l’antico genio popolare e avendo qui molto in uggia il sussiego recato dagli Spagnuoli, si dilettavano oltre al giusto di certe bassezze da essi chiamate grazie della lingua: i Vocabolari con grande amore le registravano. Così tra bassezze e nobiltà false viveano le lettere poi tutto quel secolo.
Ma dentro a quegli anni nacque Galileo. Le scienze matematiche e le fisiche hanno questo, che l’uomo le pensa dentro a sè medesimo, si tengono fuori dal corso vivo degli umani eventi, e vanno da sè per la via loro, qualunque si sieno le cose all’intorno. Galileo, che pure in mezzo all’esperimentare minuto e sottile teneva lo sguardo vôlto all’universo, portò nella fisica l’ampiezza d’una filosofia degna di questo nome, e fu in un secolo di decadenza scrittore sommo, perchè al bell’ordine del discorso unisce la copia e una dignitosa naturalezza. Continuava cento anni in Firenze la scuola fondata da Galileo e di sè lasciava traccie indelebili nelle scienze fisiche; da quella uscirono anche uomini dotti nelle razionali, e assai le lettere se ne avvantaggiarono nella seconda metà del seicento. Ma quando la lingua e le idee francesi predominarono e quando poi gli eccitamenti nuovi destarono gli animi degli Italiani a cercare almeno in fatto di lingua l’unione vietata, la Toscana sofferse rimproveri dalle altre provincie, quasi ella fosse gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che aveva in casa ma non lo adoprava. Più grave è fatto il nostro debito ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori ma più difficili a portare; noi siamo venuti ad esse non preparati; e s’io dovessi quanto alle future condizioni della lingua fare un pronostico, direi senz’altro: la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani.