Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria. Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica. Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva, senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore; e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro, e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica.

Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia; tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai nemici del Visconti il poco valido suo aiuto.

La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie; frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti, e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada: i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao, figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno, a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria, perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza, qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, nè contro alla libertà d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini meglio essere che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai Francesi;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia.

Il Duca frattanto, il quale teneva in Toscana piede fermo a Siena ed a Pisa, fatte oramai sue dipendenti, aveva mandato in quest’ultima città i due Conti da Barbiano con cinquemila soldati ad infestare i Lucchesi, i quali vivevano sotto Lazzaro Guinigi in amistà con la Repubblica di Firenze; e questa avendo a soccorso loro inviato sue genti e sprovveduto San Miniato, uno dei Mangiadori fuorusciti, di furto entratovi, uccideva il Commissario fiorentino, ma era dal popolo ricacciato;[90] e il conte Alberico scorreva da Siena fin sotto le mura di Firenze a Pozzolatico ed a Signa, guastando il contado. Era la guerra già denunziata, sebbene anche prima e fin dall’ottobre 1395 per un consiglio di Richiesti fosse fatta deliberazione di opporsi al Visconti, e creati i Dieci di balía e condotto gente d’arme e chiesto l’aiuto de’ Bolognesi e degli altri collegati di Romagna. Imperocchè il nodo di tutta la guerra già era in Mantova assalita con grande sforzo dal Duca, il quale da prima con gravi barconi ed artiglierie fatte scendere giù per il Mincio, avea rotto i ponti ed i serragli della fortezza; la quale tuttavia resistendo per la difesa delle lagune, e i Fiorentini avendovi in più tempi mandato fino a millesettecento lancie sotto Carlo Malatesta, mentre all’incontro molto ingrossavano le genti del Duca, fu a Governolo grande battaglia e gran rotta dei Ducheschi, ma scarso il frutto pei collegati, il Malatesti avendo ricusato spingere innanzi la guerra. Venezia allora la prima volta entrava in lega, ma con l’intendimento di farsi arbitra della pace, siccome colei che fino a quel tempo, o nulla ambiva in terraferma, o solamente la ruina dei Carraresi, intanto piacendole si logorassero le due parti.[91] Aveva cercato che in lei facessero compromesso; al che negandosi il Visconti, fu stretta la lega, con questo però, che da sè soli i Veneziani potessero fare pace o tregua anche pei collegati, i quali dovessero il fatto loro ratificare: imposero quindi nel maggio del 1398, e innanzi d’averla con gli altri convenuta, una tregua per dieci anni; tanta era in Italia già da quel tempo l’autorità della Repubblica di Venezia.[92] In Pisa era morto Iacopo d’Appiano, avendo sepolto pochi mesi prima il figlio Giovanni capace a reggere quello Stato, il quale cadeva nell’altro suo figlio di nome Gherardo, uomo da poco; e già il Visconti con la frode e con le armi aveva tentato occupare le fortezze; laonde Gherardo, perchè alla casa degli Appiani nessuna infamia mancasse, vendeva al Duca Pisa per duecento mila fiorini d’oro, col riservarsi la signoria di Piombino, che indi rimase nei discendenti di lui: indarno i miseri Pisani avevano offerto pagare essi la moneta e riscattarsi a libertà. Peggio fece Siena, che di proprio moto si diede al Duca in servitù; il che era già stato deliberato fino dall’anno 1391, ma non ebbe esecuzione, sinchè ora fu vinto nel Consiglio generale; le guerre avevano e le contenzioni ridotta in miseria quella nobile città, diserto lo Stato e quasi vuoto d’abitatori.[93] A quel tempo stesso Perugia e Assisi erano venute sotto il dominio del Duca, invano il Papa ed i Fiorentini a ciò essendosi contrapposti; Lazzaro Guinigi signore di Lucca era ucciso a tradimento da un suo proprio fratello ad istigazione del Vicario in Pisa del Duca, il quale dava indi mano a Paolo della famiglia stessa che pigliò la signoria, e lunghi anni poi la tenne: il Conte di Poppi, quello di Bagno, gli Ubertini si diedero al Duca; il Signor di Cortona s’accordò con lui: guerra minuta di correrie da questi facevasi in Casentino e nel Chianti; e gli sbanditi del 93, cui piaceva scaldarsi a quel fuoco, lo attizzavano più che mai.[94] Allora una pace in Pavia fu conchiusa dai Veneziani, a questa obbligando anche gli altri collegati secondo il patto che aveano posto; del che i Fiorentini si dolsero assai:[95] ma pace non fu, siccome tregua non era stata, e sempre i danni continuavano. Anche la peste era venuta fieramente a percuotere la città, da quella fuggendosi grande numero di cittadini; infuriò in Roma nei mesi del giubbileo di quell’anno 1400, e dipoi corse tutta Italia.

Qui è luogo a dire di quella devozione dei Bianchi penitenti, la quale venuta d’oltr’Alpe, era entrata per Genova e Lucca in Toscana l’anno precedente: Compagnie d’uomini e di donne, fanciulle e fanciulli, coperti di panni lini bianchi, andavano a molte migliaia nove dì processionando con l’insegna del Crocifisso innanzi; cantavano laudi, chiamavano pace e misericordia, facevano rappacificare le genti tra loro: sicure le andate anche nelle terre le quali soleano tenersi nemiche: pareva proprio cosa di Dio. Venute in Firenze di tali Compagnie da’ luoghi vicini, ebbero il vitto dalla Repubblica e molte limosine: e quando forse quaranta mila dei Fiorentini vollero fare lo stesso, provvidde la Signoria che oltre al Vescovo, il quale andava con loro, avessero guide che gli ordinassero per contrade e regolassero ogni cosa affinchè scandalo non nascesse; e a loro non permisero dilungarsi molto fuori di città, dentro alla quale doveano ogni sera tornare ad albergo. Usciva bensì con altri il Vescovo di Fiesole; ai quali aggiugnendosi per la via molti del contado, si radunavano in Figline venti mila persone o più; i quali andati fino ad Arezzo, di là tornarono, dentro i nove dì: era due mesi continuata in Toscana quella devozione.[96]

Nell’anno 1401 la Repubblica, via più sentendo intorno a sè crescere i pericoli da ogni parte, dappoichè i Signori di Mantova[97] e di Ferrara segretamente si erano accordati col Visconti, ed in Pistoia i Cancellieri aveano cercato fare mutazione dello Stato, si volse al nuovo Imperatore: questi era Roberto conte Palatino di Baviera, creato nel luogo del deposto Vinceslao. E lui sapendo essere voglioso di avere dal Papa confermazione del grado, mandatogli Buonaccorso Pitti ambasciatore, praticarono affinchè scendesse contro al Visconti in Italia, con la promessa di cento mila fiorini subito ed altri novanta mila durante la guerra: prometteano anche un’altra egual somma in prestanza; e Roberto confermava i privilegi alla Repubblica prima concessi da Carlo IV, ma con maggiore ampiezza, e quella volta senza trattare di censo. Scendeva egli dunque a Trento, e presso Brescia avendo avuto piccolo scontro ed infelice con le milizie del Visconti, perchè il Duca d’Austria e l’Arcivescovo di Colonia subitamente lo abbandonarono, venne a Padova con poche genti, indi a Venezia. Qui pretendeva il pagamento dei novanta mila fiorini che rimanevano; alla fine, contentatosi d’averne sessantacinque mila (a lui recati da Giovanni de’ Medici, ch’era mercante ricchissimo), tornò a Padova e ivi si fermò, finchè veduto che altre genti non gli venivano nè danari, si ricondusse in Alemagna: questo fine ebbe la discesa dell’imperatore Roberto in Italia.[98] Ma già era prossima a cadere in mano del Duca l’ultima e la maggiore amica dei Fiorentini, Bologna. L’anno innanzi era divenuto di questa signore Giovanni Bentivoglio, avendo cacciata la parte dei Gozzadini; il quale a malgrado le lusinghe del Visconti s’era collegato ai Fiorentini, persuadendosi che appresso al popolo ne acquisterebbe favore. E da principio gli tornò bene; ma non sì tosto l’Imperatore ebbe sgombrato l’Italia, Giovan Galeazzo facea radunare sotto Bologna il maggior nerbo delle forze sue con otto mila cavalli, dov’erano molti dei più riputati italiani condottieri, e a capo di tutti Alberico da Barbiano: guidava le genti fiorentine e bolognesi un Bernardo delle Serre guascone, che i nostri familiarmente appellavano Bernardone. Fu grande battaglia e memorabile per quei tempi presso Bologna a Casalecchio, dove i collegati essendo rotti ed il Capitano preso, i soldati vincitori e i fuorusciti con essi insieme si sparsero nella città: quivi molta e sanguinosa fu la zuffa cittadina, infin che ucciso il Bentivoglio, il Duca pigliava la signoria libera di Bologna, contro al volere dei fuorusciti ai quali aveva altro promesso. Dei commissari fiorentini che erano al campo, uno per ferite moriva; l’altro, Niccolò da Uzzano, prigione del Duca fu quindi a spese della Repubblica riscattato per cinque mila fiorini.

Prima d’allora non mai Firenze si vidde condotta in pericolo così vicino: lo Stato è vero non era tocco, ma da ogni parte chiuse le vie alle amicizie ed ai commerci, le città suddite minacciavano fare sommossa; il contado stracco per le gravezze, e nel Mugello i contadini davano mano a quei dell’Alpe, dove gli Ubaldini nemmeno allora affatto spenti, anch’essi levavano la cresta insieme a quanti fossero male contenti della Repubblica; le ricolte tutte fuori senza difesa pei campi, e nella città non era roba per due mesi: temevasi anche di quei di dentro, e due mila Ciompi dai Dieci furono assoldati, più per trarli fuori che per fiducia che in loro avessero, e mandati a guernire le castella.[99] In su quei primi non fu la guerra con vigore proseguita da quei del Duca, e rimediossi pure in qualche modo; ma credeva egli di affamare la città e così averla a discrezione: si diceva ch’egli volesse in Firenze farsi coronare re d’Italia. Quand’ecco di subito mutare le sorti per un evento cui la sagacità di lui non fu capace a provvedere. Giovan Galeazzo fuggendo la peste, ne fu colto in Marignano dove morì a’ 3 di settembre 1402, quando era signore del più grande Stato che fino ai dì nostri fosse in Italia. Fu egli però oltre al dovere magnificato, siccome colui che tutti vinceva nelle arti comuni, ma da quelle non si discostava, più atto ad usare le forze altrui che a farsi padrone degli animi, senza virtù di soldato nè armi proprie e paesane, uomo da pigliarsi a brani l’Italia ma non da tenerla nè insieme comporla: regolato nell’amministrazione quanto magnifico nelle opere, lasciava di sè due molto splendidi monumenti, il Duomo di Milano e la Certosa presso Pavia.[100]

Capitolo IV. ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406.]

Per il testamento di Giovan Galeazzo andava lo Stato diviso tra due figli, dei quali il primogenito Giovanni Maria, ch’era in età di tredici anni, ebbe il Ducato di Milano con le città poste tra ’l Mincio e il Ticino, e inoltre Piacenza, Parma, Bologna, Siena, Assisi, Perugia. Pavia rimaneva come sede e come titolo al secondo nato Filippo Maria, con quelle città le quali stanno ai due fianchi della Lombardia verso il Piemonte e la Venezia. Un terzo figlio, ma non legittimo, Gabriele Maria ebbe Pisa in successione, e Crema, la quale il Duca potesse riscattare per moneta. Sebbene usanza del Visconti fosse dividere le città considerandole nella successione come tanti patrimoni ciascuna per sè, provvidde Giovan Galeazzo a mantenere quanto per lui si potesse unito lo Stato, avendo anche fatto che i due minori fratelli tenessero in feudo le città loro siccome parte del Ducato di Milano. Ma era lo Stato senza armi proprie, i popoli stanchi dalle gravezze; nelle città, le antiche parti risuscitavano, mosse dai nobili che in ciascuna erano soliti dominare, e che ora oppressi dai Visconti mettevano innanzi il nome guelfo: così aveano levato il capo i Rossi a Parma, i Fogliani a Reggio, ed a Bergamo i Suardi, i Benzoni a Crema, gli Scotti a Piacenza; Ugolino dei Cavalcabò, rioccupando la signoria di Cremona e avuto rinforzo d’armi fiorentine, pigliava Lodi, di là scorrendo fin sotto alle mura di Milano; intanto che i Rusca ed il popolo con essi muovevano Como a feroce ribellione, che le armi vennero ad estinguere. Ciascuna città faceva per sè, ma in sè divisa: sul capo a tutte stava un’altra forza dispersa, vagante, divisa anch’essa ma sola valida, i condottieri delle armi mercenarie, i quali levati da Giovan Galeazzo a grande stato, perdevano ora la sicurezza delle paghe e la fiducia delle imprese; mandati essi a comprimere le ribellioni, di queste facevano il loro pro: ed in tale modo ebbe occupata Facino Cane la signoria d’Alessandria; ed Ottobuon Terzo prima facendo coi Rossi a mezzo, poscia ingannandoli, riduceva Parma tutta a sua propria devozione: Brescia, dopo essersi prima data al Carrarese, venne alle mani di Pandolfo Malatesta. I Fiorentini ch’erano giunti per molte lunghezze a stringere lega col Papa nei giorni quando morì Giovan Galeazzo, continuavano guerra stracca intorno a Perugia e intorno a Siena ed in Romagna. Aveano condotto Alberico da Barbiano, al quale si univa con le genti pontificie il troppo famoso cardinale Baldassarre Cossa; e insieme avendo portata la guerra fin sulle rive del Po, ecco giugnere a Firenze la mala novella che il Cardinale si era accordato coi Visconti, avutone in prezzo l’abbandono di Bologna, che subito venne a lui dal popolo consegnata: Perugia ed Assisi tornarono anch’esse alla devozione del Pontefice. Aveano cercato i Fiorentini che Bonifazio non ratificasse quell’accordo; indugiò il Papa, e quindi offerse di rintegrare la prima lega e l’amicizia con la Repubblica.[101] La quale intanto pigliava vendetta di quei signorotti che a lei si erano ribellati, ampliando il dominio con la distruzione dei Conti di Bagno, e avendo acquistato da quel lato degli Appennini anche Castrocaro, e nelle Maremme Castiglione della Pescaia, importante sito da stare a guardia contro a’ Senesi. Nè questi mantennero al nuovo Duca la soggezione, ma raccostando il governo agli ordini popolari, ed avendo richiamato i fuorusciti, fecero pace (sebbene ciò fosse a mala voglia) co’ Fiorentini.[102] E in questo mezzo Francesco da Carrara, uscito di Padova occupava con le armi Verona, dicendo tenerla per conto d’un ultimo bastardo di casa Scaligera; ma questi però da indi a poco venne a morte, non senza infamia del Carrarese; contro del quale i Veneziani movendo allora una grande guerra, ebbero infine Padova e lui a discrezione, e per iniqua ragione di Stato avendo nel carcere ucciso Francesco e due suoi figli, a sè aprirono così la strada alle conquiste ed alle guerre in terraferma. Pareva frattanto la signoria dei Visconti al tutto disfarsi per interne commozioni mosse dai nobili malcontenti; quindi in Milano lunga sequela di fatti atrocissimi, i quali mi piace non avere obbligo di narrare; e infine la vedova Duchessa, reggente pe’ figli, chiusa in castello e messa a morte: era essa nata di Bernabò, e dopo regnato diciassette anni con l’uccisore del padre suo, venne al fine stesso.[103]

Nel mese di novembre 1403 giungeva in Pisa il nuovo signore Gabriele Maria Visconti, e seco la madre Agnese Mantegazza. Cominciò male, essendo accolto con poca festa nella città, la quale era esausta dalle guerre precedenti, nè poteva egli trarne danaro a volontà sua; cosicchè in capo a pochi giorni fatti pigliare alcuni cittadini più facoltosi sotto colore che a lui volessero tôrre la città, ad un Agliata e a due altri fece tagliare la testa, altri condannando in più migliaia di fiorini, pena la vita se dentro un mese non gli avessero messi fuori;[104] altri, dopo averli bene smunti, mandò a confine: talchè i Pisani cercavano modo come liberarsi d’un tale signore, il quale vedeano essere uomo di poco senno e poche forze nè da potere avere aiuti di Lombardia. I Fiorentini teneano l’occhio a queste cose; e da un uscito di Pisa avendo i Dieci di balìa avuto avviso come agevolmente si potesse entrare in città per una porta murata, ma il muro era debole e sottile, mandarono genti segretamente nel mese di gennaio con isperanza di occupare la terra; se non che la trovarono ben guardata e il popolo in arme, perchè il traditore si venne a pentire e increbbegli della sua patria e disse ogni cosa; talchè per allora falliva il disegno: ma bene pareva a Gabriele Maria stare troppo male tra’ Pisani, che a morte l’odiavano, e i Fiorentini, contro ai quali non bastava egli alla difesa di quel suo stato pericolante. Era in Genova governatore pel Re di Francia il maresciallo Giovanni Le Maingre detto Bouciquaut, e i nostri lo chiamavano Bucicaldo: ignoro se primo a lui si volgesse Gabriele Maria per darsi a Francia in protezione, o se il Francese molto ambizioso di più distendere le radici nel cuore d’Italia avviasse pratiche a tal fine, eccitato anche dai Genovesi, i quali temevano se Pisa cadesse in mano dei Fiorentini, averne perdita pe’ commerci loro. Fatto è che il Visconti si rendè vassallo al Re di Francia, cui doveva in segno d’omaggio presentare ogni anno un destriere e un falcone pellegrino; ma quel che più era, gli diede in possesso i castelli di Livorno, di gran momento dappoichè il mare col discostarsi lasciava in secco il Porto antico dei Pisani. Mandava pertanto Bucicaldo a Firenze intimazione di cessare ogni offesa contro alla città di Pisa, la quale era divenuta cosa del Re. Di ciò si turbarono molto gli animi dei Fiorentini; vedevansi tôrre Pisa di bocca e venire addosso la potenza de’ Francesi. Quindi per allora chiamandosi offesi, e pigliando tempo, mandarono a Genova ambasciatori a Bucicaldo; mandarono in Francia a richiamarsene al Re stesso. Ma quegli frattanto, vie più sdegnato per quel ricorso, facea sequestrare le robe in Genova dei Fiorentini, per oltre a centomila fiorini d’oro, e ad essi vietava usare il porto di Talamone perchè fossero costretti valersi di Genova o d’altri scali in suo dominio. Vennero infine le mercanzie rese e tolto il divieto; ma la Repubblica fu costretta fare tregua coi Pisani per quattro anni, che a Firenze parve durissima condizione.[105]