In questo mezzo Francesco da Carrara, condotto com’era da infaticabile passione, aveva potuto ritorre Padova al Visconti con grande letizia di quei cittadini; e Verona per subito movimento scuotendo il giogo che la opprimeva, stava tra ’l porsi in libertà o richiamare un fanciullo rimasto in vita degli Scaligeri. Nelle quali divisioni bentosto accorrendo le armi di Giovanni Galeazzo, spensero nel sangue della infelice città la ribellione; e avendo impedito che Vicenza si muovesse, si spinsero innanzi infin sotto Padova a soccorso del Castello, il quale tuttora si teneva pel Visconti. Cotesti fatti vennero in punto a rinnalzare alcun poco gli animi de’ Fiorentini, i quali avendo in Toscana molta guerra intorno a Siena e ad Arezzo, vedevano anche pericolare Bologna, antica difesa delle città guelfe contro a’ Signori di Lombardia. Richiamarono con grande fretta Giovanni Aguto, ch’era sempre in Puglia ai servigi della vedova di Carlo di Durazzo, e assoldarono Rinaldo Orsini buon capitano, che avendo appena raccolte sue genti moriva all’Aquila; ma l’Aguto per vie nascoste sottraendosi alle armi nemiche, era giunto con due mila lance al soccorso di Bologna; intorno alla quale Iacopo del Verme, principale capitano del Visconti, con forte esercito campeggiava, assistito dal favore di presso che tutti i signorotti di Romagna, che stavano col più forte. L’Aguto, riuscendo con grande maestria a prevalere in molti assalti di qua dal Po, conduceva infine le armi sue a Padova, costringendo il marchese di Ferrara, il quale inclinava verso il Signore di Milano, a porsi in lega co’ Fiorentini. Già intorno a Padova era giunto un altro soccorso, ma insufficiente: il Carrarese aveva mosso contro al Visconti il duca Stefano di Baviera, marito a una figlia dell’ucciso Bernabò, e i Fiorentini gli aveano dato ottantamila fiorini perchè scendesse in Italia con dodicimila cavalli: scendeva con la metà del promesso numero, e bastato solamente alla riscossa di Padova, ritornava quindi in Germania senz’altro effetto, o non volesse o non sapesse o anch’egli fosse corrotto dall’oro di Giovanni Galeazzo. L’Aguto, avendo inutilmente tentata Vicenza e Verona che trovò essere ben guardate, potè spingersi però infino all’Adda, sulle cui sponde celebrarono i Fiorentini correndo i palii, com’era usanza, il dì solenne di san Giovanni.[66]
Quivi aspettava in forte sito il Capitano della Repubblica infinchè a lui si congiungesse un altro esercito che scendeva contro al Visconti giù dalle Alpi. Dappoichè le Sicilie furono date in Regno ad una famiglia di Francesi, più non cessarono questi d’immischiarsi nelle faccende d’Italia, ed ora un altro Duca d’Angiò rivendicava con le armi le ragioni della spossessata regina Giovanna, della quale era fatto erede. Bene i Fiorentini si tennero fuori da tale contesa, invano adopratisi a conciliarla con che il figliuolo del Duca d’Angiò sposasse la figlia rimasta di Carlo di Durazzo: e quando cercarono dal re di Francia Carlo VI aiuto nella guerra di Lombardia, proponeva questi due condizioni; riconoscessero come legittimo e vero papa quel suo d’Avignone, e al Re pagassero un tributo ancorchè minimo, onde avesse egli alcun titolo a pigliare i Fiorentini in protezione. Rifiutarono, perocchè l’una delle due cose importava incostanza nella fede, e l’altra diminuzione di libertà. Ma si apriva loro in Francia altra via, e senza obblighi verso il Re; appresso a lui poteva molto il fratello Duca d’Orléans, recente marito a una figlia di Giovan Galeazzo, a quella poi tanto ricordata Valentina, dalla quale cento anni dopo un altro ramo di Re francesi pretendeva tenere un diritto al ducato di Milano. L’oro del suocero accresceva la potenza di quel Duca d’Orléans, contro del quale stavano gli altri principi del sangue, e acerbo nemico il Duca di Borgogna: questi volendo abbassarne la grandezza, metteva innanzi il conte Giovanni d’Armagnac, la cui sorella sposa a Carlo primogenito di Bernabò Visconti non si dava pace di vederlo privato ed esule e insidiato sempre. Incitava essa quindi il fratello a pigliarne la vendetta, e quel di Borgogna faceva che sotto le insegne di lui si raccogliessero in gran numero i soldati allora dispersi di certe bande che aveano prima desolato le provincie intorno al Rodano e alla Loira.[67] I Fiorentini somministrarono all’Armagnac in due paghe centocinque migliaia di fiorini, e molti più ne promettevano quando avesse condotto a fine l’impresa. Scendeva costui ne’ piani di Lombardia con la forza di quindicimila cavalli, ed era dato ordine si congiugnesse con Giovanni Aguto, che stando sull’Adda divisava farglisi incontro verso Pavia. Non sia chi si vanti più animoso dei Francesi, ma era in Italia più arte di guerra; scorrevano quelli pei grassi piani di Lombardia fidatisi andare a facile preda:[68] ma era consiglio d’Iacopo del Verme guardare le terre, tra le quali avendo munita quella di Alessandria con forte presidio ed all’insaputa dei nemici, questi crederono espugnarla tostochè se l’ebbero incontrata sulla via, mentre muovevano giù da Asti. Discesi a terra per dare l’assalto, lasciarono addietro i loro cavalli; addosso ai quali venuto ad un tratto il Capitano del Visconti, gli prese o disperse, e quindi volgendosi con la sua buona e grossa mano di uomini d’arme, percosse incauta e sprovveduta l’oste dei pedoni, la quale già era impegnata fortemente contro ai soldati della Fortezza. Fu grande la rotta che toccarono i Francesi, e la fuga sparpagliata senza cavalli e senza capo; imperocchè l’Armagnac, vinto dal caldo ch’era eccessivo il giorno 25 luglio 1391 e dall’angoscia dell’animo, avendo bevuto molta acqua, fu colto da un subito accidente, del quale moriva il giorno dipoi. È da vedere come la morte di questo Signore venga narrata prolissamente dal cronista francese Froissart, il quale alle volte ti sembra storico e alle volte romanziere. Dei fuggitivi presi in caccia dai soldati d’Iacopo del Verme quanto distendesi il Piemonte infino alle Alpi, molti rimasero prigionieri; uccisi molti altri per le strade di Savoia, e quindi giù pel Delfinato insino al Rodano e alla Senna, dove gli avanzi di quelle terribili bande già tanto crudeli non trovavano pietà, pochi e miseri e mendichi tornati essendo alle loro case.[69]
I Capitani del Visconti nella letizia di tanta vittoria condussero senza porre tempo in mezzo le armi loro sopra l’Adda, sperando avere facilità quivi di rompere Giovanni Aguto; che sarebbe stato fiaccare del tutto le forze nemiche e porre termine alla guerra. Ma questi già vecchio e prudentissimo capitano, appena sentita la rotta dell’Armagnac, ritraendosi alcun poco e con buon ordine lentamente fin verso Cremona, quivi sostenne con suo vantaggio un primo assalto, e poi varcato co’ nemici sempre addosso l’Oglio ed il Mincio, indi pe’ confini di Verona e di Vicenza pervenne con frettoloso cammino sulle terre padovane, facendosi spalla di Francesco da Carrara che teneva la città. Ma era suo fine portare l’esercito alla difesa di Toscana; al che gli restava ultimo e più difficile impedimento il fiume dell’Adige, intorno al quale era il terreno allagato dai nemici che sempre a tergo lo inseguivano: passò tra le acque felicemente,[70] e avendo amiche le terre estensi e le bolognesi, ebbe poi facile e sicura la via fin dentro ai confini di Toscana. Quivi era di lui ansietà eguale al desiderio, imperocchè Iacopo del Verme già vi era disceso a grandi giornate per l’Alpe di Lunigiana, ed era già intorno a Lucca ed a Pisa, mentre l’Aguto da Pistoia, passato l’Arno, gli venne a chiudere le vie di Siena e di Firenze ponendo il campo a Samminiato. Era consiglio d’Iacopo del Verme andare a Siena battuta forte dai Fiorentini che ivi tenevano, sotto Luigi da Capua figlio del conte d’Altavilla, un esercito di quattromila cavalieri e duemila fanti tra italiani e tedeschi consueti a’ soldi d’Italia: e quindi lasciando l’Aguto a’ suoi fianchi, per la via di Volterra girò a Siena, dove ingrossatosi delle genti che potè ivi raccorre e forte di sopra a diecimila cavalli, si condusse voltando indietro a Poggibonsi. Quivi l’Aguto già era accorso a guardare il passo, ma non parendogli di bastare contro al troppo grande numero dei nemici, si chiudeva nelle castella; ed intanto quelli a file serrate procedendo per la valle d’Elsa, in due o tre giornate vennero nel piano di Pistoia. L’Aguto, seguendogli, poneva il campo vicino a loro presso Tizzana, dove grande aiuto gli sopravvenne di genti del contado di Firenze e di collegati; chè sola Bologna aveva mandato duemila cavalli e quattrocento balestrieri. Quindi al Capitano del Visconti parve ritrarsi inverso Lucca; lo inseguiva l’altro, e avendo colta in sulla Nievole la retroguardia sprovveduta, l’assalì e percosse con suo grande vantaggio, avendo anche preso Taddeo del Verme che la comandava, congiunto del Capitano.[71] Ma qui per allora finiva la guerra: il Doge di Genova Antoniotto Adorno aveva più volte mandato a Firenze proposizioni di pace, della quale era molto desideroso Piero Gambacorti, ed a promuoverla s’adoprava il nuovo papa Bonifazio IX; Giovan Galeazzo era pronto sempre a vantaggiarsi per via d’accordi. Infine elessero le due parti a comuni arbitri l’Adorno in suo proprio nome, e il Gran Maestro di Rodi Ricciardo Caracciolo legato del Papa, e terzo arbitro il Comune e popolo di Genova. Pronunziarono insieme il lodo; per cui rimase a Francesco da Carrara Padova, ch’era il principal momento di quella contesa, con che al Visconti pagasse per cinquant’anni diecimila fiorini l’anno: i fuorusciti di Siena, tra’ quali nobilissime famiglie i Malavolti ed i Tolomei, riavessero i beni, ma senza però tornare in patria, il che volevano con grande istanza i Fiorentini; le castella si rendessero dalle due parti; ed al Visconti non fosse lecito mandare sue genti in Toscana, se non quando patissero offesa i Perugini o i Senesi che a lui erano collegati. Nei pochi mesi di quella guerra i Fiorentini aveano speso un milione e duecentosessantaseimila fiorini d’oro, secondo che scrive Lionardo Aretino avere trovato nei Libri della Camera del Comune. I cittadini aveano pagato tanti danari, che quasi niuno poteva più pagare, e molti erano rimasti deserti. Aveva il Comune sì grande il debito, che presso che tutte le rendite sue ne andavano a pagare l’interesse del Monte; e quindi stretti dalla necessità, fecero molti provvedimenti ad accrescere le entrate e diminuire l’interesse, i quali erano contro alla fede data, e molti cittadini ne ricevettero grandi danni; ma pur sel patirono. Tra le altre cose fu ordinato si ritenesse ogni anno la quarta parte dell’interesse, e coi danari ritenuti gli ufficiali del Monte comperassero dai creditori al minor pregio che potessero i titoli iscritti, a fine di scemare via via la somma del debito posato sul Monte, secondo che era, siccome vedemmo, antica usanza nella Repubblica.[72]
Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi; quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo. Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi.
In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe, e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87 manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte; ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi; patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi, non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani.
Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e tormentati, dissero cose vere e non vere, e nominarono come fautori di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse, nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito, ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino, che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o gentiletti si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad essere principali.[74]
Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75] In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto d’alcuni pochi luoghi designati.
Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni, una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza. Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che la città non rimanesse sotto le branche di quella famiglia: parole quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto, Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva dipoi, non senza gloria, la Repubblica.
Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato, ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado, ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse. Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’ consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe. Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel 1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione. Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto, e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79] Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero, o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto, aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza, mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di minor conto.[80]
Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche, dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie, dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa, gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.» Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a piè dei loro palagi stessi.