Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni, per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini; e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella, che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto e inseguita dall’Aguto.

Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate, e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità, negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi, senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti, le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero, stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte erano prepotenti e che appellavano le famiglie; i Ciompi si erano accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi, o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal reggimento. Quindi nei fatti la confusione.

Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’ seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai; o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia: abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette; costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio, avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio, recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero, imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento, sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano, come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il 1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose parvero acquietarsi.[48]

Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie, un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’ 10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro; fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro: e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero. Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento, per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando: gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine. In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’ quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51]

Vedemmo Arezzo essere tenuto in possessione da Carlo, novello re di Napoli: un Vicario di lui avendo a fine di pace fatto rientrare nella città i Tarlati e gli Ubertini e gli altri oramai da quarant’anni fuorusciti di fazione ghibellina, questi con la potenza di fuori e le aderenze che aveano dentro ne divennero come padroni così da costringere gli amici stessi del Re a fuggirsi nella rôcca. I quali sapendo il conte Alberigo da Barbiano ed altre masnade stare ne’ confini di Perugia, lo chiamarono che gli aiutasse a racquistare la terra. Parve a lui meglio farne suo prò, ed occupata la diede in preda a’ suoi soldati, che la misero a sacco e vi dimorarono più mesi, infinchè essendosi contra loro fatta lega delle città di Toscana, si condussero nel Regno. Scendeva in Italia, a questi tempi, di Francia con grande forza di cavalli il Duca d’Angiò, chiamato dalla regina Giovanna di Napoli suo figlio adottivo e successore nel regno, d’onde egli veniva a cacciare Carlo di Durazzo: mandava per tutte le città d’Italia con larghe profferte, pure che seco si collegassero. E dall’altra parte Carlo alla Repubblica ricordava l’antica amicizia, ed essere il Duca d’Angiò venuto per la oppressione di papa Urbano e della Chiesa, egli aderendo all’Antipapa che avea dimora in Avignone. Non potean altro i Fiorentini che starsi neutrali; ma Carlo aveva grande favore nelle famiglie che più salivano in potenza, talchè a soccorrerlo senza fare altra più aperta dimostrazione fu trovato questo modo, che licenziato Giovanni Aguto ne andasse a Roma con danari che i Fiorentini gli aveano dati in nome del Papa. Così l’Aguto passò a Napoli, e fu grande aggiunta alle forze di quel Re; ma di ciò si tenne molto offeso il Duca d’Angiò, e scrisse in Francia perchè fosse fatta rappresaglia sopra alle robe ed alle persone dei mercanti fiorentini. L’anno dipoi 1384 un’altra grossa Compagnia di Francesi venne a rinforzo del Duca d’Angiò: la conduceva Enguerramo Signore di Coucy, il quale disceso di Lombardia in Toscana, prima si fermava presso a San Miniato, poi su quel di Siena, dove i fuorusciti d’Arezzo veniano a lui con la promessa di fargli occupare quella città per le intelligenze che avevano dentro. Accettò l’offerta, ed occupò Arezzo non senza battaglia contro a’ cittadini che validamente la difesero; ma non prima ne fu egli al possesso, che giunse novella essere in Puglia venuto a morte il Duca d’Angiò: dal che ebbe fine quella impresa che si faceva per lui, ed i Francesi d’Arezzo, che a tornare in Francia abbisognavano di moneta, pensarono vendere ai Fiorentini quella città. Più volte avevano questi avuto discorsi di vendita dai vari che l’avevano occupata, e fin dai Tarlati; nè certo si stavano dal fare disegni sulle fortune d’Arezzo, ora che lo Stato di Firenze era venuto in mano di pochi ai quali importava rialzare se stessi con le imprese di fuori, e che avevano a condurle assai maggiore abilità. Dunque il Coucy vendeva Arezzo per quaranta mila fiorini d’oro: quanti degli Aretini fossero allegri di quel mercato noi non sappiamo; questo bensì, che se ne fecero in Firenze grandi allegrezze e giostre e luminarie; ma si trova che avessero speso intorno solamente alla città d’Arezzo duecento mila fiorini. Il bello si fu che nell’atto di cessione diceva il Coucy donare Arezzo ai Fiorentini pel grande amore e devozione che avevano essi portato sempre alla Reale Casa di Francia, e perchè avevano posseduta più anni prima quella città: per un altro atto del giorno stesso i fiorini, ch’erano la somma di tutto il negozio, veniano al Coucy per essersi egli astenuto da ogni danno sopra le terre della Repubblica: Iacopo Caracciolo, il quale teneva pel re Carlo tuttavia la rôcca d’Arezzo, la cedè subito. Così la Repubblica di Firenze venne in possessione della città d’Arezzo e del suo contado e sue dipendenze. Donato Acciaiuoli, Commissario per i Fiorentini, condusse con molta sua lode le pratiche per l’acquisto; e ricevuto l’atto di dedizione, ordinava poi tutto il governo del nuovo Stato: abbiamo a stampa gli atti e i documenti a ciò relativi nella più volte lodata collezione dei Capitoli del Comune di Firenze.[52] Molte grosse terre di Valdichiana vennero tosto in balìa dei Fiorentini, sebbene Lucignano e Monte Sansavino fossero più a lungo disputate dai Sanesi: Marco Tarlati cedeva Anghiari con più castella di Val di Tevere: poi tutte le altre fino a Pietramala, antico nido di una famiglia tanto nemica dei Fiorentini, vennero in mano della Repubblica; alla quale si diedero pure in accomandigia gli Ubertini e quei di Montedoglio ed i Faggiolani ed altri, d’onde ebbero i Fiorentini breve guerra col Conte d’Urbino. E quindi anche venne a pigliare contro essi grande ira papa Urbano, sebbene lui solo riconoscessero vero papa, nè mai piegassero alle sollecitazioni di quel d’Avignone ch’era protetto dai Re francesi. In questo tempo ebbe termine la guerra tra Veneziani e Genovesi tanto grandiosa e memorabile, la quale ha nome di guerra di Chioggia. Amedeo Conte di Savoia era stato arbitro per la pace, quei principi essendosi allora ingeriti per la prima volta nei fatti d’Italia. Ai Veneziani era imposta la demolizione dei castelli costrutti da essi nell’isola di Tenedo, con l’obbligo intanto e finchè non attenessero la promessa di depositare in mano al Comune di Firenze centocinquanta mila fiorini d’oro in tante gioie; il che fu occasione a qualche vertenza prima che il fatto restasse compiuto.[53]

Nell’estate del 1383 era di nuovo la peste entrata in Firenze, dove morivano fino a due e tre e quattrocento persone al giorno, ma più di giovani e fanciulli, che d’uomini e femmine di compiuta età. Fuggiva chi poteva, e si temette, partendosi i ricchi, la gente minuta non si accozzasse co’ malcontenti e facesse novità. Quindi per legge imposero una multa a chi se ne andasse, e col ritratto di questa soldarono gente. Imperocchè gli uomini delle famiglie primarie che già tiravano a ristringere in pochi lo Stato, aveano continue intelligenze co’ nuovi capitani delle Compagnie che in oggi erano italiani, e come nobili fuorusciti o privati nelle città loro del grado che ambivano, poneansi di grande animo ai servigi degli ottimati, che già in questi anni prevalevano per tutta Italia generalmente. Il popolo intanto aveva perduta nei passati sconvolgimenti la superbia di sè stesso, e il commercio della seta venuto in grande auge negli ultimi anni di questo secolo, insieme alle nuove ricchezze creava nuove dipendenze, e un adagiarsi nei godimenti nei quali gli animi si rendevano parati e docili a ogni signoria. I Ciompi riapparvero dopo il 1382, ma come stracchi per mosse brevi che gli mostravano di già vinti; e quella parte ch’era venuta su, fortificavasi ogni giorno con le aderenze di fuori e con le pratiche al di dentro, così da rompere ogni ostacolo. In Siena il Governo che da più anni era nelle mani del popolo basso, tornò all’ordine dei Nove che si componeva de’ più alti cittadini: la parte che in Firenze si mantellava col nome guelfo, in Siena promosse questa mutazione nello Stato, mandandovi anche ambasciatori sotto pretesto di cercare la concordia; e celebrò il fatto col suonare le campane e coi falò e le armeggerie, sebbene a molti quelle cose dispiacessero, come fatte alla oppressione loro.

Uno degli ambasciatori mandati a Siena era Benedetto degli Alberti che dapprincipio non voleva, ma gli fu risposto andasse a Siena o a confine; onde nell’ambasceria tirando in senso contrario a quello dei suoi colleghi, venne a rendersi più maleviso alla parte che reggeva, cui pareva essere Benedetto un grande ostacolo da rimuovere. La famiglia degli Alberti (diversa dai Conti dello stesso nome, signori antichi delle castella in Val di Bisenzio che poi furono de’ Bardi) era in Firenze potentissima per le ricchezze, vivendo splendida sopra le altre e guadagnandosi con le limosine e la larga benignità dei costumi il favore popolare. Niccolò Alberti moriva l’anno 1377 ricco, si diceva, di sopra a trecento migliaia di fiorini che il padre suo aveva acquistati con la mercatura per varie parti della cristianità, massimamente dei panni francesi e delle lane dell’Inghilterra. Ebbe egli esequie magnificentissime, nelle quali più di cinquecento poveri lo piansero alla bara, senza contare quei molti altri nascostamente beneficati che lui piangevano per le case.[54] Quando nel 1384 si festeggiava l’avvenimento di Carlo di Napoli alla corona d’Ungheria, gli Alberti fecero apparato di torneamenti e di giostre che bene potevasi convenire ad ogni gran principe. Benedetto godeva il favore che a lui davano le ricchezze, l’autorità delle cose fatte, e certa sua prudenza facile nei consigli; talchè lo troviamo lodato, sebbene fosse egli nel 78 primo a chiamare il popolo in Piazza, avesse poi cercata la morte di Piero degli Albizi, poi fosse ministro a quella di Giorgio Scali. Un parente suo di nome Cipriano, quando fu tratto Gonfaloniere se ne adombrarono gli avversari; e s’egli avesse voluto usare il grande seguito che aveva presso agli artefici, si temette potesse volgere la Repubblica. Avvenne dipoi l’anno 1387 che essendo uscito gonfaloniere un Filippo Magalotti, il quale aveva per moglie una figliuola di Benedetto, ma non arrivava ai 45 anni, età voluta pe’ gonfalonieri, fu al Magalotti vietato pigliare l’ufficio e invece sua tratto Bardo Mancini. Di che fu tumulto e creata una Balìa, nella quale entrava lo stesso Benedetto per essere uno dei gonfalonieri di compagnia. Pur nonostante quella Balìa privava d’ogni ufficio tutta la famiglia degli Alberti, eccetto pochi ch’ebbero grazia, e confinava Benedetto fuori delle cento miglia.[55] Questi esulò in Genova; poi andato a visitare il Santo Sepolcro, nella tornata moriva in Rodi, d’onde il corpo suo portato in Firenze ebbe solenni esequie in Santa Croce. Così fino all’ultimo il nome suo rimase in pregio, per quale merito non sappiamo. Così avendosi d’in su gli occhi levato quell’uomo e abbassata quella schiatta di cui potessero più temere, confinarono oltre quell’Adimari che assai co’ Ciompi se la intendeva, taluni del popolo più minuto; e per sempre posero a sedere intere famiglie, tra le quali erano gli Scali, i Covoni, i Mannelli, i Rinuccini. Il dì medesimo vennero alla Piazza molti di case possenti con fanti armati, e domandavano che altri fossero levati di Firenze come fautori degli ammoniti, dei fuorusciti e dei ghibellini; al che i Signori, armati anch’essi in quel frattempo di gente a piedi ed a cavallo, non consentirono; ma questo si ottenne, che tutti coloro i quali avessero nell’85 vinto il partito, entrassero senza altra solennità nelle borse; talchè v’entrarono più di trecento uomini e molti garzoni e fanciulli: cotesto era vizio da più anni usato, che i reggitori vi mettessero dei figli loro e discendenti che non giungevano all’adolescenza, ed allo squittinio venivano nomi di tali che erano nelle fasce.[56] Deliberarono che le minori Arti, le quali avevano prima il terzo nel priorato ed in altri uffici, avessero il quarto, e salvo alcuna particella, la quale era data ai grandi, tutto il resto alle sette maggiori; e a queste le grosse potesterie ed i vicariati: imposero pene gravissime ai forestieri se accettassero alcuno ufficio della città. Da ultimo fecero anche una borsa separata dei più confidenti a quello Stato così ristretto, dei quali almeno in ogni priorato ne fossero due; gli chiamavano i Priori del Borsellino, dappoichè il popolo di Firenze pareva oramai ridotto a quel solo usato sfogo del motteggiare. Il Gonfaloniere che tante cose aveva fatte, ebbe in dono un cavallo coverto con le armi della Parte guelfa ed altre nobili onoranze.[57]

Capitolo III. NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO VISCONTI. COSTITUZIONE D’UN GOVERNO D’OTTIMATI. [AN. 1387-1402.]

Quando avvenivano queste cose, la Repubblica vedeva già incontro a sè una guerra di grande pericolo, essendosi posta innanzi sola per la difesa delle città libere contro alla più vasta e ambiziosa Signoria che insino allora fosse in Italia. La potenza dei Visconti, benchè si reggesse nel nome di Bernabò, era divisa tra due fratelli; dei quali Galeazzo essendo morto, ebbe a successore il figlio Giovanni Galeazzo che avea titolo di Conte di Virtù, giovane di smisurata ma coperta sete d’impero, e che s’ingegnava con la dolcezza dei costumi, col biasimare le guerre e in ogni cosa mostrarsi di quieta natura, tirando a sè l’amore dei popoli, addormentare i sospetti del feroce Bernabò, cui pareva essere il nipote timido e inerte ed inclinato alle arti di pace ed alle opere di devozione. La fama andava dietro al giovane, ed era opinione che Bernabò lo volesse giugnere; ma Galeazzo anticipò, ed avendo con sottile inganno preso lo zio che gli andava incontro sopra una via maestra, lo chiuse in carcere, e indi a pochi giorni lo fece morire: le città, le armi e le ricchezze della grassa Lombardia, subito ubbidirono a Giovanni Galeazzo. Egli pauroso della persona sua, quanto era audace nelle imprese per altri condotte, vivendosi chiuso e cinto d’armati nel castello di Pavia, sapeva dirigere con singolare accorgimento le pratiche insieme alle militari spedizioni; non faceva pace che in sè non covasse più semi di guerra, nè guerra senza essere pronto a giovarsi degli accordi. Grande contesa era tra ’l Signore di Verona e quello di Padova; Giovanni Galeazzo, dopo lunghi avvolgimenti, dichiaratosi pel Carrarese, ebbe Verona ponendo fine alla signoria degli Scaligeri; dipoi Vicenza, e per sopraggiunta voltosi contro a Francesco da Carrara che aveva tradito, assalì Padova l’anno 1388. I Veneziani, badando solo a quel grande odio ch’essi portavano ai Carraresi, e per allora avendo massima di non impacciarsi troppo dei casi di terraferma, avevano lasciato estendersi le armi e la potenza del Visconti fin sulle sponde dell’Adriatico. Quel da Carrara, per lunghi casi e miserevoli sottraendosi all’iniquo vincitore, scampò in Firenze a lui benevola.[58]

Ma era Giovanni Galeazzo di coloro ai quali non basta sola un’impresa, e dove non abbiano alle mani cento fila, temono incontro agl’ignoti eventi d’essere côlti alla sprovveduta, nè alla loro indole soddisfanno. Aveva disegni anche sulle cose di Toscana; e ad un ambasciatore fiorentino disse volere mutare titolo, e fu inteso che divisasse egli farsi re.[59] Nè a ciò mancavano le occasioni: in pezzi l’Italia, ed all’intorno imperi deboli; armi vendereccie, ed egli copioso di tanta moneta che nessun principe l’agguagliava:[60] Napoli consunta da interminabili guerre e di nuovo minacciata, la Chiesa divisa. Contro a Firenze erano accesi dopo l’acquisto d’Arezzo i sospetti dei vicini, che un governo ora stretto in pochi vedeano fatto più aggressivo; Perugia aveva nelle sue mura chiamato il fiero Papa Urbano, e cacciato quella parte che più aderiva ai Fiorentini. Questi, padroni di tutte le altre terre e fortezze di Val di Chiana, aveano costretto a porsi sotto al vassallaggio loro il Signore di Cortona, il quale da prima era censuario dei Senesi; teneano pratiche in Montepulciano, dove eccitata una ribellione contro alla Repubblica di Siena, occuparono la terra co’ loro soldati siccome arbitri nel dissidio; poi fatti venire in Firenze ambasciatori dei Montepulcianesi, questi come di soppiatto la descrissero nel libro della Camera della Repubblica,[61] chè in palese non si ardiva fare ai Senesi cotale onta. Quindi, a meglio assicurarsi, fatte venire in Toscana certe compagnie straniere le quali giravano per l’Italia cercando pane, le mandò sotto bandiera libera a minacciare i Perugini e a fare danni su quel di Siena. I Senesi allora chiesero d’aiuto il Signore di Milano, il quale bramoso di porre le mani nelle cose di Toscana, mandava loro alla sfilata ed a più riprese tre migliaia di soldati sotto le insegne di Giovanni d’Azzo degli Ubaldini rinomato capitano, e di Giantedesco dei Tarlati,[62] entrambi nemici capitalissimi sopra tutti della Repubblica di Firenze. Così era guerra tra ’l più possente signore d’Italia e la Repubblica (tranne Venezia) più possente, senza che alcuna delle due parti spiegasse in campo le sue bandiere. Lucignano fu ripresa ed altre castella tolte ai Fiorentini: sotto la bicocca di San Giusto alle Monache nel Chianti vennero per la prima volta in questa parte d’Italia adoperate le bombarde.[63] Poco dipoi Giovanni d’Azzo infermò e in Siena venne a morte. Grande era frattanto la sospensione degli animi all’appressarsi d’una guerra, la quale sembrava volere invadere tutta Italia; ed il vecchio Piero Gambacorti, usando l’antica amistà co’ Fiorentini, con grande animo attendeva a procurare un accordo: godeva di molta autorità presso gli altri principi e signori per la prudenza e bontà sua; talchè alla fine gli riuscì farsi mediatore d’una lega, per la quale a Pisa intervennero ambasciatori del Duca di Milano, dei Fiorentini e dei Senesi e delle altre città di Toscana, e dei Signori di Lombardia e di Romagna in molto numero.[64] Non fu stipulata mai nell’Italia confederazione tanto vasta, nè tanto solenne, nè tanto inutile per gli effetti che tosto svanirono. Montepulciano, cagione prima della guerra, non fu ai Senesi restituita che fintamente, ed in Siena stessa una ribellione fu tramata co’ nobili fuorusciti per introdurre ivi le masnade che i Fiorentini teneano sempre nei luoghi all’intorno, mentre che i Senesi viepiù si stringevano al Signore di Milano: il quale cacciava indi a pochi dì dalle sue terre i Fiorentini, e facea ritenere Giovanni Ricci che andava in Francia ambasciatore, maltrattandolo e negando poi restituirlo, perchè l’anno innanzi avea caldamente orato in Consiglio contro al Visconti e (diceva questi) messo a partito di avvelenarlo.[65] Fidava poi molto nelle corruttele, trovandosi avere egli comprato in Firenze stessa la rivelazione di alcuni segreti per mille fiorini d’oro da un Bonaccorso di Lapo ch’era stato due volte Gonfaloniere: confessava costui la colpa, onde ebbe bando e fu dipinto per traditore. Inoltre il Visconti con le pratiche di dentro e co’ soldati di fuori studiavasi tôrre a Piero Gambacorti la signoria di Pisa, ed ai Fiorentini ribellare Samminiato e più castella su quel di Arezzo, dando mano ai signori antichi ed ai gentilotti, i quali n’erano spossessati. Infine la guerra dalle due parti era protestata nella primavera dell’anno 1390.