La mattina del primo settembre i nuovi Signori presero l’ufficio senza le solennità usate, ma con la guardia delle sedici Compagnie, ch’erano in Piazza grande brigata, e di cento lance di gente d’arme che allora erano in Firenze. Michele di Lando non volle uscire alla ringhiera nel consueto luogo, ma nella Sala d’udienza diede il Gonfalone in mano al nuovo eletto ch’era dei Ciompi; ed egli co’ suoi compagni andarono a casa privatamente: ebbe Michele l’onorificenza del pennone e della targa ed a lui fu confermata la potesteria che gli era assegnata, e i doni e gli uffici a qualcun altro de’ suoi[34] che avesse dato mano alla vittoria contro alla setta di quei di Santa Maria Novella. Ma i nuovi Signori la stessa mattina assieme ai Collegi ed alle Capitudini delle Arti, e al grido di quelli ch’erano in piazza, deliberarono: che l’Arte dei Ciompi, ultima aggiunta, fosse abolita; che il Gonfaloniere e un altro Priore i quali erano del minuto popolo, chiamati uno il Tira l’altro il Baroccio, fossero cassi; che rimanessero le due altre Arti di nuovo create, sicchè le minori fossero sedici, rimanendo le maggiori sette; che dei Priori fossero quattro delle maggiori Arti e cinque delle minori, le quali avessero nella stessa proporzione la maggioranza nei Collegi, e che dei due ordini ciascuno avesse alternamente il Gonfaloniere. Poi consigliatisi con alcuni savi e discreti cittadini a questo effetto richiesti in Palagio, annullarono le esenzioni del portare armi ed il respiro di due anni dato ai debiti sotto una certa data somma; renderono a favore dei creditori del Monte il pagamento dell’interesse, dal che i danari del Monte i quali valevano tredici per centinaio, salirono in pochi giorni a ventiquattro. Fecero eletta di sessantaquattro ufficiali a fare l’estimo degli averi di ciascun cittadino; rinnovarono la taglia di mille fiorini posta a Lapo da Castiglionchio, chi lo desse morto o vivo; conservarono a Salvestro de’ Medici l’entrata sulle botteghe del Ponte Vecchio, ed a Giovanni di Mone quella del Mercato. Crearono Otto per la guardia della città, ma senza balía, e che esercitassero la vigilanza su’ forestieri. Riformarono il Consiglio del popolo in quaranta cittadini per quartiere, e in simile numero il Consiglio del Comune, con più dieci grandi per ogni Quartiere; con che in ciascuno dei Consigli le Arti maggiori e le minori avessero parte eguale. Ordinarono che in avvenire i Capitani di parte guelfa fossero undici, due magnati, quattro delle Arti maggiori, e cinque delle minori, dividendosi con la stessa proporzione gli uffici e collegi e consigli della Parte.[35] Annullarono le cavallerie date in mezzo al tumulto; ma resero il grado nell’usato modo a trentun cittadini per lo più delle maggiori case, i quali prestarono il solito giuramento,[36] e cavalcarono per la terra con popolare solennità. Sostituirono al Gonfaloniere levato d’ufficio un rigattiere, e Giorgio Scali entrò nel numero dei Priori. Resero alle Arti i gonfaloni che per sospetto si tenevano appiccati alle finestre del Palagio, e le Arti vennero e se li portarono con grande festa ed allegrezza. Gli Otto che avevano governata la guerra col Papa lasciarono alla fine, dopo tre anni, l’ufficio. I due di quelli altri Otto di Santa Maria Novella, che furono presi poichè Michele di Lando gli ebbe feriti, andarono a morte per sentenza pronunciata contro gli autori dell’ultima sedizione; dei quali furono condannati nella persona e negli averi una trentina ch’erano contumaci. Coteste giustizie facevansi in nome d’un governo d’artigiani: il popolo, come in Firenze natural signore, non volle sapere di feccia plebea; ed io non so quale altro popolo al pari di questo valesse a reggere sè medesimo, qualora avesse trovato forme a ciò adatte, e fosse stata vera e sincera l’egualità su cui fondavasi la Repubblica.[37]

Capitolo II. GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.]

Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale, strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque, veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti; nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi, imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica, Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.

Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica, ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario, e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.

Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto. Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]

Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini, se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa, usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra. E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato, ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano, e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero, con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano) il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi. Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito, gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne seguirono altre morti.[39]

A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso, ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo. Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare. Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare, a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie; dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori; uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il tedesco marito suo.

Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro, si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato, quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente. Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse, intantochè erano posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e, come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano. Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo, si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e impotenti.

Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi, sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa. Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti, cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero, il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo. Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi, scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono morti e strascinati crudelmente per le vie.

Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato. La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.» L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti, e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il 78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.