Speravano molti che nella festa e nell’allegrezza del fare cavalieri il popolo si quietasse, ma non avvenne: e sulla sera più migliaia di gente minuta accampati da San Barnaba mandarono alle Arti perchè venissero ordinati sotto a’ gonfaloni loro a formare certe petizioni da portare alla Signoria. Quelli delle Arti che mossi gli avevano, si cominciavano a pentire, perchè tutti i loro fattori s’eran messi nella turma, e tardi s’avviddero che male avean fatto; chi v’andò e chi vi mandò, per tema i più, e tale gonfalone non era seguito da più di sei uomini. Gli artefici e il popolo a fatica s’accordavano sulla materia delle petizioni; infine convennero che delle due parti ciascuna desse la sua, e insieme armati le presentassero. Avevano anche mandato la notte in Santa Croce per la cassa delle imborsazioni, che la volevano ardere; ma i Signori, questo presentendo, l’avevano trafugata. Sul far del dì venne una piova che tale niuno si ricordava; durò fino a terza e correva le vie: la gente del popolo battuti dall’acqua, che aveano vegghiato, si riposavano e pensavano; allora gli astuti guidatori loro, con la paura dei mali fatti, gli conducevano a far peggio: venuti in Piazza vi rizzarono le forche, dove appiccarono e sbranarono crudelmente ser Nuto Bargello: di lì andati al palagio del Potestà, e combattutolo due ore, l’ebbero a patti; e senza offendere il Potestà, bruciarono tutte le scritture che trovarono in Palagio e i libri e statuti dell’Arte della lana, e della Grascia: poi ne andarono a’ Signori con le petizioni, le quali erano a questo modo. Si contentavano da principio che le arti soggette all’Arte della lana avessero consoli, e questa più non dovesse avere ufficiale forestiero: volevano ora che i pettinatori, scardassieri, vergheggiatori e lavatori ed altri che lavoravano nella lana, e similmente che i tintori, i barbieri, i sarti, i cimatori, i pettinagnoli, i cappellai avessero consoli e tra loro due priori, e che le quattordici Arti che prima avevano due priori ne avessero tre, e così il terzo degli altri uffici di dentro e di fuora. Appresso volevano che si facesse l’estimo delle possessioni e degli averi entro sei mesi; che il Monte non rendesse più interesse, ma solamente il capitale in dodici anni, traendo a sorte i creditori da rimborsare, cosicchè alla fine dei dodici anni i creditori del Monte fossero tutti pagati del capitale che v’era iscritto, venendo a perdere l’interesse. Che non si mettesse più prestanze da indi a sei mesi, e in quelle che poi si mettessero, chi fosse tassato da quattro fiorini in giù, pagasse venti soldi di piccioli, e chi da quattro fiorini in su, mezzo fiorino per ogni fiorino d’oro: il ch’era un principio alla scala o progressione delle imposte, che indi i Medici praticarono. Appresso, che niuno di questi minuti potesse nel tempo di due anni essere condannato per alcun debito da fiorini cinquanta in giù. Che agli ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse agevolato l’essere smuniti; che gli sbanditi, eccetto i ribelli, fossero ribanditi, e che si levasse via la pena de’ membri, i condannati pagando la multa senza condizione. Che d’ogni eccesso fatto e commesso dai 18 giugno fino a questo dì non si potesse conoscere per alcun rettore sotto gravissime pene a chi accusasse di queste cose in tempo alcuno, o condannasse. Che a qualunque fossero state arse e atterrate le case in questi rumori passati, fosse privato in perpetuo degli uffici, o almeno per dieci anni (questa era invero bella giustizia, e nuovo titolo di delitto). Che la piazza di Mercato Vecchio non pagasse più di trecento fiorini d’oro l’anno, cioè la descheria dei beccai, e quelli andassero a benefizio di messer Giovanni di Mone biadaiolo che era degli Otto, ed oggi fatto novello cavaliere. Che Guido Bandiera scardassiere, fatto cavaliere novello perchè fu uno de’ primi che levò il rumore ed ora si era portato bene in rubare e ardere, avesse de’ beni de’ rubelli fiorini due mila d’oro. Che messer Salvestro de’ Medici, per potere sostentare sua milizia, avesse le pigioni del Ponte Vecchio, che sono fiorini 600 o più l’anno. Chiedevano per ultimo favori ad altri degli amici loro, bando ai contrari e pene novelle o aggravamento delle antiche.[22]
Quel che importassero tali petizioni, ciascuno sel vede. Avute le quali, subito i Signori fecero radunare i Collegi ed il Consiglio del popolo; ai quali essendo presentate, furono vinte senza alcuna diminuzione o mutazione.[23] I gonfaloni delle Arti e il popolo degli artefici tutti armati erano sulla piazza, le grida andavano fino al cielo; e perchè si penò un poco a radunare il Consiglio, si mossero a furia e andarono oltr’Arno per ardere le case di due de’ Priori; e così avrebbono fatto, se non che innanzi che le affuocassino fu loro venuto a dire che le petizioni erano vinte. Venuta la notte, si ridussero nel palagio del Potestà, quanti ve ne potè capire: già nella sera, quando i fanti dei Signori tornavano da serrare le porte della città, il popolo minuto si fece loro innanzi e tolse le chiavi: il che fecero perchè avevano sentito dire che i Signori facevano venire fanti forestieri in loro soccorso. Il dì seguente, che fu giovedì 22 luglio, suonò la mattina a Consiglio di Comune: i Gonfalonieri delle Arti e il Gonfalone di giustizia ed il popolo minuto vennero in piazza; il rumore tale che nulla s’udiva quando le petizioni si leggevano a’ consiglieri: furono vinte senza indugio, e il Consiglio licenziato. Ma quelli montati allora per questo in maggior furore, gridavano che volevano entrare in Palagio, e che i Signori se ne uscissero. Uno di questi, Guerriante Marignolli, già si era partito d’allato i compagni dicendo voleva scendere giù a guardare che il popolo non entrasse; ma presa la porta, difilato uscì di Palagio. Quando il popolo e le Arti viddero che Guerriante se ne andava a casa, cominciarono a gridare: Scendanne tutti, noi non vogliamo che siano più Signori. Allora venne Tommaso Strozzi nell’Udienza, e disse come Guerriante se n’era ito a casa sua; per questo il popolo e Arti al tutto vogliono che voi altri Signori tutti ve n’andiate a casa. I Signori smarriti deliberarono significare ciò ai Collegi e agli Otto a fine d’intendere la loro volontà. Quivi essendo tutti a cerchio, fu da uno di loro esposto il caso; niuno sapeva pigliare partito, ed i Collegi piangevano, chi si torceva le mani, chi si batteva il viso; gli Otto si mostravano tristi e dolenti: fuori gridavano, che i Signori se ne andassero e gli Otto rimanessero in Palagio, altrimenti che la città andrebbe a fuoco ed a sacco; e che se di subito non ne uscissero, piglierebbono le loro mogli e i loro figliuoli, e in loro presenza gli ucciderebbono: tutte queste minaccie usavano come era loro insegnato dire. Benedetto Alberti, venuto alla Signoria, propose che due del popolo delle Arti venissero su a risiedere come Priori insieme con loro; il che essendo facilmente consentito, egli e Tommaso andarono giù a trattare col popolo; il quale non volle, dicendo: noi abbiamo fatto tante offese a questi Signori, che noi non ci potremo mai più fidare di loro. I Signori guardavano pure che un qualche accordo si facesse, che rimanessero in Palagio con amore e volontà del popolo e delle Arti. Ma gli Otto e i Collegi consigliarono che per manco male se ne andassero: dei Signori due, Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Nero Canacci, dissero che per loro non intendevano eglino uscire, e chi voleva andare se ne andasse; il Gonfaloniere piangeva la moglie ed i figliuoli; gli altri Signori stavano che parevano tutti morti. Non era persona che gli confortasse nè che a loro si profferisse; ed anzi molti di quei che erano giù nella Corte, venivano su e supplicavano se ne andassero: così era abbandonata quella Signoria. La famiglia del Palagio si era nascosta nelle camere degli Otto, ed i fanti venuti a richiesta della Signoria stavanle contro; e già buona parte del popolo minuto era entrato nel Palagio. Il Gonfaloniere, partitosi da’ compagni, se ne andò a Tommaso Strozzi e a lui si raccomandò; Tommaso il prese e trasselo di Palagio e lo menò a casa sua. Gli altri Priori e i Gonfalonieri e i Dodici anch’essi se ne andarono. L’Acciaiuoli e Manetto Davanzati venuti nell’Udienza, come viddero essere quivi soli, si tennero morti; e infine avviatisi anch’essi giù per le scale, fecero dare al Proposto delle Arti le chiavi della porta; la quale fu aperta, e il popolo irruppe ed entrò in Palagio.
A tutti innanzi era un pettinatore di lana chiamato Michele di Lando, e la sua madre vendeva stoviglie;[24] egli in pianelle o scarpette e senza calze, portando in mano il gonfalone. Salite le scale si fermò ritto a mezzo la scala dell’Udienza dei Signori, e qui fu gridato a voce di popolo Gonfaloniere di giustizia: rispose voleva; e volle, e tosto pigliò animo dal magistrato, con grande ardire e intendimento, essendo quel giorno egli solo come signore della città, e tenne il Palagio, e scrisse lettere e comandamenti. Il seguente dì fatto suonare a pubblico Parlamento, fu in piazza confermato Gonfaloniere fino a tutto agosto, e data balía a lui ed agli Otto ed ai sindachi delle Arti, quanta ne avesse tutto il popolo, di riformare la città e di fare nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie. I quali essendo messi in ufficio con le solennità consuete, insieme agli altri della Balía ed a Salvestro de’ Medici e a Benedetto degli Alberti, crearono subito tre nuove arti e consolati, la prima de’ sarti, farsettai e cimatori e barbieri, la seconda de’ cardatori e tintori, la terza dei Ciompi o popolo minuto; il che fu segno ad altri mestieri, che erano sudditi delle principali Arti, di levarsi contro a’ maggiori loro, e ai discepoli contro ai maestri; che fu cagione di fieri scandali. Aveano da prima, col consiglio di ambasciatori venuti da Perugia e da Bologna, voluto alle Arti maggiori mantenere la preminenza; ma di ciò il popolo non si contentava: e quindi provviddero che la Signoria fosse divisa per terzo sì che nel priorato fossero tre delle Arti maggiori, tre delle minori, tre delle nuove Arti aggiunte, avendo ognuno di questi tre ordini alla sua volta il Gonfaloniere della giustizia. Credevansi gli Otto rimasti in Palagio d’aver essi la balía di fare ogni cosa, e che potessono eleggere i Signori a mano; tanto che avevano già mandato a dire a messer Giorgio Scali ch’egli era fatto de’ Priori e che venisse in Palagio: ma quando il popolo l’udì nominare, disse non lo voleano, e che voleano essere Signori loro: egli si tornò a casa.[25] La plebe che aveva il suo Michele di Lando, poteva far senza il nobile Giorgio Scali; nè fu bastevole questo disinganno all’ambizione di Giorgio, che ebbe indi a porvi anche la vita. Costui d’antica famiglia de’ grandi, ma fatto di popolo, fu di sottile ingegno e di gran vedere, ardito e molto intramettente nelle cose dello Stato; ammonito l’anno 1375, la città se ne turbò. Egli, quand’era Gonfaloniere l’anno 1374, aveva posta una legge per la quale i grandi non potessero avere tenuta o possessione che avesse fedeli e vassalli, ma che fossero costretti di farne vendita al Comune dentro certo tempo: la quale legge fu rivocata.[26]
Correva frattanto il mese d’agosto, a fine del quale doveasi eleggere nuova Signoria da cominciare al tempo usato. Per questa fecersi gli squittinii; ai quali intervennero, oltre ai già detti, i Dieci di libertà ed i nuovi Capitani della parte e gli Otto della Mercanzia, di questi essendosi accresciuto il numero, sì che ne fossero sempre due delle Arti minori: ma in quello squittinio prevalsero le Arti di nuovo aggiunte ed il popolo minuto, gli altri tenendosi in disparte per tema o disdegno, o a bello studio allontanati. Gli Otto frattanto e i sindachi delle Arti, e gli altri che avevano in mano lo Stato si cercavano perpetuarlo, e a sè arrogavano preminenza del portare armi, ed onori, e salari ed uffici dentro e fuori, tra loro stretti in consorteria fin da principio di quei tumulti,[27] e volendo che nessuna riformagione valesse, se prima non fosse dai sindaci deliberata. Il povero popolo era arrabbiato di fame, perchè le botteghe quasi stavano serrate, e se stavan aperte non lavoravano; onde a chetarlo si prese modo di dare uno staio di grano per bocca a chi ne volesse, e si diedero a far venire biade in città: posero prestanze ai cittadini di quaranta mila fiorini, poi di venticinque mila, com’era voluto nelle petizioni di sopra esposte; levarono l’interesse ai capitali del Monte, e che d’ora in poi nessun Monte si facesse, ma che si facesse un estimo a tutti i cittadini; mandarono uomini pel contado a confortare i contadini, ad essi scemando le stime il terzo, e ne assoldarono dalle tre miglia in qua. Confinarono per le città d’Italia trentuno dei capi del vecchio Stato; ch’era vendetta e sicurezza, ed era anche modo di far danari da compire le prestanze, per le multe che ogni tratto i confinati pagavano, costretti ogni dì presentarsi all’ufficiale della terra dove risiedevano: per il che erano di continuo trovati in fallo e condannati.[28]
Più altre provvisioni si fecero tutto quel mese di agosto: prima ordinarono mille balestrieri per la difesa della città; se nascesse qualche rumore, vietarono mostrarvisi in arme e persino lo sparlare contro allo Stato e contro al popolo minuto: si adoperarono a recuperare ovunque i danari del Comune o le poste debite, rimettendo però le penali, e a tenere la città provvista; concessero agli antichi sbanditi qualche giorno di stare in città e farsi togliere il bando: le signorie private di luoghi forti nel contado sottoposero alla ubbidienza del Comune: cercavano insomma quella violenza di cose comporre a stato fermo e regolare sotto a nuove leggi, per fare andare come la forza anche il diritto in mano al popolo degli artefici.[29]
Quello che impedisce cotesti governi popolari, è il non potergli fare tanto larghi che sempre non sieno monchi e imperfetti: popolo siamo noi tutti, ma pure in ogni popolo vi è una parte il cui diritto consiste nell’essere quanto è possibile governata bene, perchè se vi ponga le mani da sè, costretta accorgersi di non saper fare altro che male, si spinge innanzi in quello che sa, ch’è la sola opera del disfare. Non era in Firenze via da contentare i più feroci e infatuati: radunatisi di loro circa due mila in San Marco nei giorni ultimi d’agosto, vennero alla Piazza de’ Signori, e con essi alcuni d’ogni Arte co’ gonfaloni loro, quali appiccarono alla ringhiera, eccetto quello del minuto popolo che sempre era portato attorno. La turba empieva tutta la Piazza e la ringhiera de’ Signori, sopra la quale si affaccendava a scrivere petizioni, ch’erano leggi da presentare immantinente alla Signoria. L’uno diceva al giovine del notaro: Scrivi, Gasparre, io voglio così; l’altro gli ponea la spada alla gola e stracciava la scritta, e ponevangli un foglio in mano e diceva: Scrivi; e l’altro vi fregava su le dita e diceva: Vuole star così. Chi domandava che i libri del Monte si ardessono; chi gridava «Viva il popolo!» e chi «Siano morti i sindachi!» ed il rumore ed il parlare loro parea un inferno:[30] così ne uscirono certe leggi, le quali furono il giorno dopo vinte ne’ Collegi. Contenevano, che i sindachi delle Arti (autori primi di quel rivolgimento) fossero cassi e tolta loro ogni provvisione; che niun cavaliere (e pure i novellamente fatti) fossero abili agli uffici; che a Salvestro dei Medici fossero tolte le botteghe del Ponte Vecchio, ed a Giovanni di Mone la Piazza di Mercato; che di maleficio fatto insino a quel dì non si conoscesse, nè di potere essere costretti per alcun debito, tanti anni, nè in persona nè in avere.
In tale scompiglio e a questo levarsi dell’ultima plebe avrebbero avuto bel gioco e comoda occasione gli antichi grandi; e convien dire fossero discesi a estrema bassezza, poichè nessun moto si trova facessero a loro pro; dove se ne tragga il fatto oscuro di un solo, che fu Luca de’ Firidolfi da Panzane, del ceppo dal quale si erano divisi quelli da Ricasoli. Costui narra di sè stesso, come egli cercasse pertinacemente la vendetta contro uno de’ Gherardini che gli aveva ucciso un parente, e poi la compiesse per via di un assalto al campanile della chiesa di Santa Margherita a Montici, dove lungamente si era difeso il misero Gherardini. Bene cotesto Luca dovette essere dei più malvagi ed avventati; e come colui che adoperato dalla Repubblica in cose di guerra aveva ottenuto essere fatto di popolo e cavaliere, stava sulla Piazza seguito da quasi tutti gli sbanditi ribanditi; quivi si fece tôrre la cavalleria che aveva dapprima, tagliare li sproni, e rifare cavaliere del minuto popolo che da lui, come anche nelle scritture pubbliche, si trova chiamato Popolo di Dio, ed alle volte Popolo Santo.[31] Poi liberarono due prigioni di recente fatti e gli menarono a baciare sulla piazza l’insegna dell’Agnolo; dicendo all’uno «ringrazia Dio ed il popolo di Dio che t’ha liberato,» e che facesse fare una bottega d’arte di lana di fiorini tremila: disse farla di sei mila, e tutti a grido: «questi è buon uomo, però volevangli fare male.» Condusse a casa tutta la ciurma, ed aprì la cella e gli fece bere, che il caldo era grande; egli entrò in casa e dietro se ne uscì, che a lui parve mill’anni. Poi Luca ne andò con tutta la ciurma al palagio della Parte, e volle tôrre il gonfalone; ma quando al popolo ch’era sulla piazza fu ciò rapportato, nacque rumore che s’egli avesse levato su altro gonfalone, il loro Agnolo non sarebbe nulla, e che à loro non dovea bisognare gonfalone de’ Guelfi, chè ’l popolo era tutto guelfo. Gridarono: s’egli ce lo reca, sia tagliato a pezzi. I suoi, lasciando Luca, ne andarono sulla piazza; ed egli co’ suoi novelli sproni dorati si dileguò; chè se lo trovavano, male sarebbe egli capitato.
La sera andarono a Santa Maria Novella e chiesero quivi luogo dove stare; fu loro assegnata la grande Cappella nel secondo chiostro. Rimasti la notte, dissero al Priore desse loro certi buoni frati che avessero a consolarli per l’anima e per il corpo: rispose il Priore, che non aveva frati da ciò, se eglino dapprima non consolassero sè medesimi; ed altre buone parole. Le quali udite, si strinsero insieme, e chiesero a lui frati onesti e di buona vita, che gli ammaestrassero ed insegnassero fare cose utili e buone. Alcuni n’ebbero, e praticando co’ frati dei modi, l’uno diceva, l’altro si levava, l’altro interrompeva; e, secondo disse chi fu ad intenderli, «peggio era che la zolfa degli Armeni.» In questo cercare pietosi conforti, pochi erano gli ipocriti: i molti credevano col vendicare le ingiustizie usare un diritto; a loro dicevano essere negate le giuste mercedi, e grossi guadagni dati a quei pochi fortunati che pure ambivano di chiamarsi popolo. Nelle arti è viva sempre la guerra pei salari, e quindi viziato in sè medesimo un governo fondato sulle arti. Marchionne Stefani, sebbene tenesse parte popolare, aggrava i Ciompi, mostrando credere a chi disse: volere essi correre la terra, rubarla e uccidere tutti i vecchi e buoni uomini, e tôrsi la roba loro; quindi murate e steccate le bocche delle vie, ridurre la città a piccolo compreso, ed ivi farsi forti, poi vendere la città; chi disse al Marchese di Ferrara, e chi ad un Bartolommeo Smeducci da Sanseverino, il quale trovavasi allora in Firenze per cose di guerra; essi con la roba andarsene a Siena.[32] Nè forse mancarono di tali disegni in taluno dei più tristi. Ma nell’effetto (come apparve anche dal processo che loro poi si fece addosso) era solo questo: aveano creati già prima otto ufficiali loro, due per Quartiere, chiamati gli Otto di Balía di Santa Maria Novella, con mero e misto impero; e sedici altri pure del popolo minuto, ogni Gonfalone uno, i quali fossero il Consiglio loro. Questi ed altri che si eleggessero successivamente di priorato in priorato, volevano stessero in Palagio, e niuna cosa che toccasse alla città, senza di loro potesse farsi; e quando fosse deliberata da essi oltre che dai Priori, potesse andare ai Collegi ed ai Consigli. Pensarono altri provvedimenti di questa sorta, nei quali non era altro vizio se non quello di rendere al tutto impraticabile il governo, e guerra mettere nel Palagio.
Aveano gli Otto mandato ad ogni Arte inviassero loro due consoli o artefici, co’ quali voleano trattare del modo del reggimento della città. Ai quali poi fecero alcune proposte, non in forma di consiglio, ma dicendo: così ci pare e vogliamo; e quelli uditele, si ritrassero. Sentendo poi gli Otto suonare a Consiglio, vennero alla piazza con grande moltitudine di popolo minuto in arme, e con gran rumore dicendo: noi vogliamo sapere chi è tratto de’ Priori. Qualunque era tratto, si mandava a domandare se piaceva loro o no; e quelli gridare: straccia, straccia; ovvero: buono, buono. Feciono stracciare cui loro parve, e però la tratta si penò a fare sino a sera. Volle anche il popolo ammonire, serbando pur sempre le antiche forme della Repubblica; ma questo modo così tirannico del fare la tratta dispiacque eziandio a qualunque del popolo minuto che avesse sentimento. Dipoi mandarono gli Otto in Palagio certe petizioni, con ordine ai Priori di tosto riceverle, e sonare a Parlamento perchè venissero confermate: risposero questi, che il mercoledì, primo settembre, dovendosi fare Parlamento per l’entrata de’ nuovi Priori confermerebbero ogni loro ordine compiutamente; e fatto venire il frate col messale, giurarono. Tra gli altri ordini era questo: che potessero i consoli delle Arti co’ loro consigli privare degli uffici del Comune chiunque volessero; ed è da notare che nei consolati e nei consigli delle Arti quasi non erano che discepoli, essendo i maestri tolti via quando furono arse e rinnovate le borse. Vi era di mezzo altra circostanza che più toccava nel vivo; questa cioè, che gli uomini della Balía passata si avevano fatto assegnare doni e onorificenze, chi l’una cosa chi l’altra: Michele di Lando, la potesteria di Barberino e cento fiorini per un cavallo e pennone e targa. Si trova[33] che avesse Michele mandato a praticare con loro perchè gli lasciassero o i doni o l’ufficio, e che infine si arrecasse al solo pennone, così promettendo fare ogni cosa a modo loro. Mi duole ciò fosse di lui creduto; ma non poteva egli oramai più stare a bottega di scardassiere, ed era la chiesta di una tra le potesterie minori, piccola cosa; ed il porre innanzi gli onori al guadagno è prova d’animo dignitoso. Egli con l’avere fermato l’impeto popolare e ricondotta la quiete in città, ardito nei fatti, grazioso ne’ modi, avea gran seguito e favore presso ad ogni maniera di gente. La mattina dell’ultimo dì d’agosto gli Otto di Santa Maria Novella mandarono in Palagio due di loro, e tosto fecero rassegnare innanzi a sè i Priori nuovi e vecchi, perchè giurassero; e se al primo cenno non rispondevano, subito «ove sei?» con tanta arroganza che parevano Signori. Allora Michele, ricordandosi ch’egli era Gonfaloniere da usare le mani, andò a pigliare una spada, e con quella gridando raggiunse uno degli Otto e gli diede in sulla testa, poi lo inseguì giù per la scala dandogli sempre; e questi nel cadere trovò un frate di quei del Palagio, che saliva recando del vino, cosicchè all’urto il povero frate andò col capo all’indietro e morì. Michele percosse l’altro degli Otto con lo stocco, i due rincorrendo fino ad una sala, che si chiamava dei Grandi; appena lo poterono raffrenare che non gli uccidesse; i due furono presi e custoditi in Palagio sotto alla scala.
Intanto la piazza s’empiva di gente. Aveva dapprima invaso il terrore gli animi de’ mercatanti; chi si fuggiva in contado, chi nelle castella o città vicine, sgombrando le robe: se non che i Signori la notte aveano dato ordine che la mattina seguente le Arti traessero in arme alla piazza co’ gonfaloni loro, e fatto venire fanti dal contado e richiamato i fuggenti. Benedetto Alberti stava co’ Signori, e Giorgio Scali aveva la guardia della torre del Palagio; Salvestro dei Medici non trovo allora che si mostrasse. Ma già suonavano le campane di quelle parrocchie dove abitavano i Ciompi che ultimamente si raccolsero a San Frediano. E la campana dei Signori suonava a martello, chiamando le Arti che già traevano alla piazza. Michele di Lando uscito in questo dal Palagio montò a cavallo, avendo seco Benedetto da Carlona pianellaio; e dalla Piazza con molto seguito, e facendosi portare innanzi il Gonfalone della giustizia, andò a Santa Maria Novella, dov’egli credeva trovare i Ciompi: questi con la loro insegna dell’Agnolo erano intanto venuti in Piazza ed assediavano il Palagio, mentre da più lati giugnevano le Arti, e già tenevano le bocche di tutte le vie. Allora soppraggiunse Michele di Lando, che aveva percorsa gran parte della città gridando: «Vivano le Arti e il Popolo, e muoiano i traditori che volevano recare a Signore il reggimento della città.» Tornava alla Piazza con molta più gente che non si partì. Allora i Signori mandarono a dire a tutte le Arti dessero le insegne, chè le voleano in sul Palagio: le Arti, come fu ordinato, subito le mandarono; ed i Priori le misero onoratamente alle finestre della Sala del Consiglio: negarono i Ciompi dare quella dell’Agnolo; e mentre i Signori con la loro gente cercavano torla, s’appiccò zuffa; dalle finestre gettavano pietre addosso ai Ciompi ch’erano sulla ringhiera, l’urto del popolo gli premeva; questi allora cominciarono ad arretrarsi per la via de’ Magalotti, dove sopraggiunti da un’altra compagnia che gli feriva di costa, andarono in rotta: pochi ne morirono, a chi non si difese non fu detto nulla. La sera e la notte le Arti vittoriose andavano per Camaldoli e per i borghi della città; ma i Ciompi s’erano dileguati chi per le case, chi nel contado, e chi per Arno usciti fuori nei campi. I pochi e deboli alle volte fanno breve sorpresa ad una città, perchè la stessa miseria loro incute negli altri qualche rispetto; guardagli in faccia e’ si dispergono, frustrati ancora delle giustizie per cui levaronsi da principio.