Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie, nominando per ciascuna divisione sette settine di probi uomini, le quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre, a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri frati, i quali dovevano da ogni settina togliere via le due maggiori e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle tre altre, e il medio poi di tutte le settine a questo modo insieme sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni 1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio, e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque; ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali deputati alla sopraindicata diminuzione dei debiti del Monte, i quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8] Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati; e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria (1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno 1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa: compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica, cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti capitali tolti alle arti e alla mercatura.
Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze, oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna. Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza, e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348 avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi, volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto.
Ma gravissimo dissidio sotto altri nomi divideva le Arti minori dalle maggiori, mentre che insieme queste e quelle partecipavano al governo. Avevano queste per sè la potenza del capitale e del sapere, quelle il numero ed il lavoro de’ vari mestieri nelle piccole botteghe. Delle sette Arti maggiori la prima era dei giudici e notai, alunni di scuole dove regnava l’autorità; con l’Arte dei medici andavano gli speziali, mercanti grossi di droghe e di spezierie venute dall’Asia; e un’altra ve n’era pel commercio delle pelli: nell’Arte del cambio gli uomini danarosi, possenti all’estero e di grande accesso nelle cose degli Stati non che nella corte del Papa ed in quelle di Francia e d’Inghilterra e di Polonia, e d’Ungheria, e nell’Oriente in molti luoghi. A quei tempi l’Arte della seta non era per anche salita al colmo; e decadeva quella appellata di Calimala, che riduceva a perfezione i panni francesi. Teneva fra tutte le altre il sommo luogo l’Arte della lana, che noi troviamo esercitare nella città un primato d’autorità e di fiducia; e basti dire che fu commesso a lei soprintendere alla edificazione del Duomo. Firenze è piena tuttavia delle insegne di quell’Arte, poste sopra a case dove erano i suoi lavorii o godeva essa dei privilegi. Sola tra le Arti aveva un giudice forestiero, di cui non andava la giurisdizione infino al sangue nè alla corda, ma con facoltà di porre in carcere ed in ceppi.[15] Grande potenza veniva poi a cotesta Arte dall’avere essa a lei soggetto un grande numero d’arti minori e di mestieri, da quei che servivano alle prime conciature della lana infino alle ultime finiture. Cotesti non erano in proprio nome rappresentati, o i loro collegi dipendevano da quello della principale Arte, che adoprava quei mestieri avendo in mano tutto lo spaccio della mercanzia, e regolando i salari e le condizioni del lavoro con grande arbitrio su’ lavoranti. Le ventuna Arti generalmente esercitavano la tutela di altre più minute, le quali aveano loro collegi ma soggetti a quello della principale Arte che alle inferiori dava il nome: nel 1300 però vedemmo che settantadue mestieri aveano consoli chiamati a dar voto in caso grave, le Arti essendosi divise a quel modo perchè più espresso fosse il parere della città. Di quei mestieri il maggior numero andava con l’Arte della lana, che n’ebbe infino a venticinque; e questi, per la moltitudine degli artefici e per avere occasioni continue di lagni da’ grossi mercanti, troviamo essere del minuto popolo la parte più viva e alla Repubblica minacciosa. A tutti costoro il Duca d’Atene avea dato consoli e rettori; i quali diritti subito perderono alla cacciata del Duca: e noi vedemmo nel 1345 i pettinatori e scardassieri mettersi a capo d’una congiura per l’accrescimento dei salari;[16] questi medesimi vedremo ora destare un tumulto e farsi autori d’un rivolgimento pel quale rimane fino a’ dì nostri celebre il nome degli scardassieri fiorentini.
Odiosi com’erano i Capitani di Parte guelfa, gradiva però a molto numero dei popolani avergli seco a terminare la guerra col Papa: cessata questa, parve il campo farsi più sgombro ai dissidii antichi ed ai pensieri di libertà. Contro al palagio della Parte stava il palagio della Signoria, dove erano però sempre molti devoti alla setta la quale stringeva con mano valida e impediva l’intera macchina dello Stato: ma era setta, e fuori stava a dir così tutta la Repubblica; una tratta di Signori ed una legge che si vincesse contraria agli ordini della Parte guelfa, bastavano a rompere tutta quell’opera faticosa, congegno di pochi ma senza solido fondamento. Il primo di maggio 1378 si prevedeva che uscirebbe Gonfaloniere di giustizia Salvestro dei Medici: quale si fosse cotesto uomo, io non lo so; con l’iniziare il sovvertimento dello Stato fu primo autore alla grandezza di sua famiglia, ma bene io credo che in lui non fosse valore pari a quelli effetti che da lui nacquero: grande non era, nè affermerei che fosse egli buono e schietto; quello che appare in lui d’incerto serve (cred’io) a definirlo. I Capitani, a premunirsi da un cosiffatto Gonfaloniere, nè arrischiandosi d’ammonirlo, da prima cercarono, perch’egli avesse divieto, che uno de’ suoi congiunti sortisse ufficio minore, usando a tal fine il gioco facile delle borse. Dipoi sventata cotesta trama, ed egli essendo entrato Gonfaloniere, vennero seco alle agevolezze, promettendo che nessuno sarebbe ammonito il quale non fosse veramente ghibellino; e per la conferma delle ammonizioni, più di tre volte non si potesse girare il partito: di tali promesse nè il popolo si appagava, nè i governatori della Parte aveano in animo mantenerle. Quindi nei segreti consigli loro altro macchinavano, e in ciò convenivano, che fosse con le armi da occupare il Palagio, e col mezzo solito delle balíe fermare lo Stato in mano agli uomini della Parte guelfa. Ma sul tempo discordavano, essendo consiglio di Lapo da Castiglionchio troncare gli indugi: prevalse la sentenza di Piero degli Albizzi, il quale voleva si aspettasse il San Giovanni, quando gli uomini del contado venivano a folla nella città; ed essendo costumanza della Signoria andare a vedere il palio nelle case degli Alessandri, ch’erano parte di quelle degli Albizzi,[17] il Palagio rimaneva quasi vuoto, sicch’era facile occuparlo: in Firenze, chi aveva il Palagio aveva lo Stato. Già era vicino il dì dell’esecuzione: le parti si fanno sicure le cose, e i Capitani più inalberati aspettandosi che un Giraldi e un altro a loro male accetto sarebbero tratti a sedere nel collegio, deliberarono ammonirli. Tra loro passò, ma poi recato ai Ventiquattro non si vinceva, sebbene fosse girato più volte: e già era mezza notte e alcuno faceva cenno di partirsi, quando Bettino da Ricasoli, che presiedeva ai Capitani, s’alzò, andò all’uscio e quello serrato tolse le chiavi e vi si pose a sedere sopra, con un gran giuro affermando che si vincerebbe: così alla fine per istanchezza passò il partito, dopo essere girato più di venti volte. Furono gli ultimi ammoniti.
Già si appressava il termine della Signoria nella quale era Gonfaloniere di giustizia Salvestro de’ Medici. A lui dicevano: Tu volesti medicare il male, e hai dato il lustro alla Parte; ed egli: Noi l’acconceremo il giorno in cui sarò proposto. S’intese con molti ragguardevoli cittadini, e ragunatisi in segreto deliberarono una Petizione perchè fossero riposti gli Ordini della giustizia contro a’ grandi: da questa vollero cominciare per assaggiare, e per vedere se quei della Parte facessero movimento, e perchè quasi tutti i grandi abbracciando l’occasione si erano dati all’ammonire. Saputo in città che nuove cose si preparavano, quando fu dato nella campana, subito i Capitani furono alla Parte; dove, richiesti, andarono molti grandi e popolani dei loro, con panziere e stocchi celati sotto alle vesti: ma poi che udirono che la petizione non toccava altro, parve la meglio lasciar fare per allora, sebbene taluni proponessero di trarre fuori il gonfalone della Parte e così armati farsi innanzi. In questo però, la petizione messa a partito non si vinceva nei Collegi pei molti amici che avea la setta, e cinque n’erano de’ Priori: il perchè Salvestro per venire alla intenzione sua, fingendo che fosse per una sua comodità, uscì dall’udienza, e andato nella sala dove il Consiglio del popolo era già tutto radunato ed aspettava, cominciò a dire: «Savi del Consiglio, io voleva questo dì sanicare questa città dalle malvage tirannie de’ grandi e possenti uomini, e non sono lasciato fare, chè i miei compagni e Collegi non lo consentono; poichè veggo che al ben fare non sono creduto nè ubbidito come Gonfaloniere di giustizia, io me ne voglio andare a casa mia: fate un altro Gonfaloniere in mio luogo, e fatevi con Dio.[18]» A queste parole tutti quelli del Consiglio si levarono ritti romoreggiando; ed egli uscito dalla sala andava giù per la scala, ma lo ritennero, e non fu lasciato andare. Grande era il rumore; ed un calzolaio pigliò per il petto Carlo degli Strozzi, che dopo l’Albizzi ed il Castiglionchio primeggiava nella Parte, dicendogli: «Carlo, Carlo, le cose anderanno altrimenti che tu non ti pensi, e le vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano.» In questo punto Benedetto degli Alberti fece il mal passo e dalla finestra cominciò a gridare: «Viva il Popolo!» ed a quelli ch’erano in piazza: «Gridate tutti, Viva il Popolo!» Il perchè di subito il romore si levò per la città, serraronsi le botteghe e stettero chiuse tutto il dì vegnente; la gente s’armava, e stavano guardie tutta la notte per la città.
Il giorno di poi tutte le Arti si ragunarono, ciascuna nelle botteghe sue, e tra loro elessero certi sindachi, i quali andarono in Palagio a praticare co’ Priori e co’ Collegi; ma nulla si fece, chè non erano d’accordo. Il martedì, ch’era l’antivigilia di San Giovanni, le insegne delle Arti a gonfaloni spiegati cominciarono a venire in piazza com’era ordinato, gridando Viva il Popolo e Libertà. Quei del Palagio diedero allora balìa generale ai Priori ed ai Collegi, e a’ Capitani di parte, a’ Dieci di libertà e agli Otto di guardia e ai predetti sindachi, di riformare la terra, levando via gli ordini di cui munivasi Parte guelfa. Ma intanto che ciò si faceva, e che nella piazza già erano molti gonfaloni delle Arti; muoverne uno e dietro altri, e andare alle case di messer Lapo da Castiglionchio presso al ponte Rubaconte: vi misero fuoco, ma rubarle non poterono perch’egli aveva la notte sgombrato ogni cosa,[19] e fuggitosi in Santa Croce, vestito da frate, riuscì a scampare in Casentino: di lì andò a Padova, indi a Roma, dove fu uomo di grande affare presso al Papa ed al Re di Puglia. Dipoi stando tutto il giorno in quell’esercizio, arsero le case di Piero degli Albizzi e de’ suoi nipoti e quelle di Carlo degli Strozzi e dei Cavicciuli e dei Siminetti e di Migliore Guadagni, ed il palagio dei Pazzi e la loggia e le case dei Buondelmonti, e Oltrarno quelle dei Canigiani e dei Soderini e dei Serragli: ruppero dipoi tutte le carceri del Comune e fuori trassero i prigioni. In quel medesimo dì uno di plebe minuta, posto un cappello sopra una lancia, seguito da molti andava per la città facendo danni e ruberie; cui altri s’aggiunsero con l’insegna della libertà, e tutti insieme entrati a forza nel convento dei Romiti degli Angeli, dove molti cittadini avean sgombrato le loro sostanze, vi rubarono danari e gioielli e robe, stimati centomila fiorini; e due frati vi morirono. Similmente alcuni del quartiere di Camaldoli e di San Frediano, andati al convento di Santo Spirito a rubare, avrebbero fatto qui danno grave; ma uno dei Priori, Piero di Fronte, lanaiolo, armato a cavallo gli sopraggiunse in sulla piazza: il quale salvava con molta sua lode anche la Camera del Comune, che certi ribaldi volevano ardere. Infine i Signori, udito che alcuni Fiamminghi tessitori voleano muoversi per rubare, avendo mandato per la città i gonfaloni delle Compagnie in arme, quattro ne fecero impiccare, uno per quartiere, in cui s’abbatterono; e così cessarono le ruberie venendo la notte.
Il primo di luglio entrava in ufficio la nuova Signoria, nella quale fu Gonfaloniere Luigi Guicciardini: non si osservarono quella volta le solennità usate del suonare le campane e del sermonare in sulla ringhiera, ma tutto si fece nella sala del Consiglio; ed il Palagio stette serrato con gente d’arme, e guardia in sulla piazza. Salvestro de’ Medici fu a casa accompagnato con grande onore, e correvano le vie di gente che fargli volea riverenza. Avevano quelli della passata balìa avviata l’opera dello smunire (come dicevano) gli ammoniti, e dichiarare ribelli e fare dei grandi; tra’ quali fu Piero degli Albizzi confinato a trenta miglia dalla città. Le quali cose furono quietamente per alcuni dì continuate dai nuovi, e questi e quelli a sè dando privilegi principalmente del portare arme, talchè in Firenze oltre a cinquecento cittadini portavano l’arme. Nè per tuttociò le Arti minute si contentarono; e fecero sindachi, due per Arte a comune difensione, volendo godessero quelle medesime preminenze ch’erano date alla balìa: convenivano segretamente nelle botteghe adunando armi, guardie si facevano dalle due parti nella città. Ad attizzare viepiù l’incendio si aggiungevano gli smuniti, i quali dovevano stare tre anni fuori d’ufficio, e quelli che ancora smuniti non erano; tutti questi faceano insieme da centottanta tra cittadini e famiglie di cittadini. Quindi ottennero che le ammonizioni a un tratto fossero tolte via, e che gli uffici della Parte fossero tutti mutati e le borse rinnovate. Più giorni trattaronsi coteste cose in Palagio coi sindachi delle Arti, ed a mala pena si vincevano avendo contrari il maggior numero nei Collegi, intantochè tali che in palese facevano contro alle petizioni degli artefici, gli confortavano sottovoce viepiù animandoli all’impresa.
Il giorno 18 dello stesso luglio fu senza gran festa pubblicata la pace col Papa; ma ciò nonostante gli Otto erano tuttavia rimasti in Palagio (sebbene avessero fatto mostra di volere lasciare l’ufficio) e soffiavano in quell’incendio, usando il destro che avevano dal magistrato, ma non palesi come altri capi della parte popolare: a tutti innanzi andavano gli ammoniti non per ancora riabilitati, che tanto erano Ghibellini, quanto odiavano Parte guelfa, oramai fatta comodo arnese di cui si valevano gli ottimati. Quindi promossa dai popolani la guerra col Papa; e noi vedemmo all’apparire del grande dissidio che era nel seno della Repubblica, favoreggiato il riconoscimento della imperiale supremazia dai più amatori del viver libero. Oggi volevano restaurare l’egualità come nel 43, quando il popolo si levò d’addosso una tirannide forestiera e la molestia dei grandi; al quale effetto contrapponevano le Arti minute alle maggiori, affinchè il numero prevalesse. Ma quando tu chiami la forza del popolo a fare impeto nelle vie, il vero popolo non risponde; e vedi uscire una moltitudine cui si pertiene diverso nome, la quale non puoi nè dirigere, nè contenere, e che travalica ogni tuo disegno. Avevano da principio chiamato le Arti, ma dietro a queste venne la turba di coloro che non hanno (come in Firenze diciamo) nè arte nè parte, e quella plebe di mal vissuti che sempre abbondano in città opulente, anche più astiosi che affamati. Costoro avevano già tentato fare tumulti e ruberie alla cacciata dei grandi, ma erano soli a quella mossa, allora essendo bene uniti il grosso popolo ed il mezzano; ora il mezzano ed il minuto levati insieme veniano a dare come un titolo ed una scusa a quei più infimi, che pur vogliono innanzi a sè una idea che gli rinnalzi o che gli assolva, e cui si credano ministrare. Non mai le sêtte, comunque sieno forti di numero e d’audacia, hanno potere per sè medesime, se non si annestino a un’idea comune ch’esse intervengono a guastare; nè la plebe di per sè piglierebbe animo alle ribellioni, se non avesse fuori di lei un vessillo da seguire, che a lei ne desse autorità. Le Arti minute chiamate in piazza aveano fatto un mese innanzi quel dato numero di arsioni che prima erano designate; e gli stessi rubatori che la virtù di Piero di Fronte avea riuscito a contenere, troviamo ch’ebbero una insegna da mano ignota d’uomo possente,[20] e diceano fare vendetta pubblica. Ora, non pochi tra’ primi autori di quei tumulti tardi cercavano un qualche modo alla composizione e pacificare la città; ma gli uomini delle più minute Arti erano mal soddisfatti, e peggio d’essi gli ammoniti, e gli strumenti dei mali fatti, a sè temevano il gastigo che sopra i deboli suol cadere: sapevano essere armi in Palagio ed un Bargello di rinomata ferocità, e che soldati si radunavano.
Quindi avevano cominciato tra loro ad intendersi i fattori (oggi diremmo braccianti) delle Arti minori e molti delle maggiori, e quelli che arte per sè non facevano, e tutto quel fondo che sopra dicemmo di minuto popolazzo: audaci pel numero e pronti a ogni cosa erano gli uomini di quei mestieri, i quali viveano soggetti al collegio dell’Arte della lana: a questi aveva il Duca d’Atene dato consoli ed un’insegna, dov’era un Angiolo dipinto, e si chiamavano i Ciompi; nome corrotto, secondo trovo, da quel di Compare che ad essi davano francescamente i famigliari del Duca. Furono insieme fuori la porta San Pier Gattolino in certo luogo detto il Ronco, e fecero loro sindachi o caporali a comune difensione, con gran sacramenta legandosi ad essere gli uni con gli altri alla vita ed alla morte; e si baciarono in bocca, inviando alle case dei loro pari a dare il giuramento ed a ricevere promissioni. Di questo i Signori ch’erano in Palagio non avevano sentore infino a’ 19 luglio; quando per avviso ad essi recato che il dì seguente la terra si doveva levare a rumore e che facessero tosto, avendo mandato a pigliare un Simoncino dalla porta di San Pier Gattolino, detto Bugigatto; come lo ebbero in Palagio, il Proposto se ne andò con lui nella cappella dinanzi all’altare, e lo interrogò di quel trattato. Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici, ragunati nello Spedale dei preti di via San Gallo, e avendo fatti venire altri minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si dovesse levare il rumore, com’era dato ordine per certi sindachi che noi facemmo più dì sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti congiunti insieme, ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de’ buoni; ed ancora ci è grandissima parte degli ammoniti, i quali si sono molto profferti. Domandò il Proposto: anche che questa gente si levi, che voglion’eglino dalla Signoria? Vogliono, continuava Simoncino, che i mestieri soggetti all’Arte della lana abbiano consoli e collegi loro, nè riconoscano l’ufficiale che per piccola cosa li tormenta, nè aver a fare co’ maestri lanaioli, che molto male li pagano e del lavorío che vale dodici ne danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento della città, e che d’ogni arsione e ruberia fatta non si possa contro essi conoscere in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino popolano o grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d’altri, non volle dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i compagni e narrò il fatto: era dopo cena ed insieme presero partito di chiamare i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si potessero avere era già notte. E di presente consultandosi co’ Dodici e con gli Otto della guerra e co’ sindachi delle Arti ch’erano in Palagio a trattare co’ Signori, deliberarono di mandare pe’ Consoli delle Arti; i quali venuti, consigliarono che si facesse venire in piazza le genti dell’armi, e che vi fossero in sul dì; e che i Gonfalonieri andati a casa facessero armare tutti quelli del gonfalone, ognuno il suo, e anch’essi venissero in piazza armati co’ gonfaloni spiegati. E intanto aveano mandato lettere alle leghe e comunanze per il contado, e a’ conti Guidi, nell’Alpe ed in altri luoghi, perchè mandassero con prestezza genti il più che potessero. Parve altresì di mettere Simoncino nelle forze del Capitano, e che fosse tanto martoriato ch’egli dicesse tutto il vero: posto sulla corda, confermò il detto, aggiugnendo che Salvestro dei Medici era capo e guida di questo trattato; e diede i nomi di due suoi compagni che ne sapevano più di lui: questi, pigliati la notte stessa, confermarono di tutto punto la confessione del primo, e che ogni cosa nella città era già in ordine alla esecuzione per la mattina seguente a terza.
Accadde che un Niccolò degli Orivoli essendo in Palagio a racconciare l’orologio, s’accorse ai gridi che Simoncino era tormentato; di che subito se ne andò a casa sua da San Frediano, e armossi e uscì gridando: Levatevi, i Signori fanno carne. Un di Camaldoli cominciò a dare nella campana del Carmine, e la gente di là armatasi conveniva dov’era prima dato l’ordine; in un subito, e di campana in campana, tutta Firenze suonava a stormo. Primi quelli da San Pier Maggiore, poi altra brigata giù per Vacchereccia vennero in piazza, dove erano forse ottanta lance di gente dell’arme discesi a piedi e con le barbute in testa; ma non si mossero, e dicevano: dateci delle vostre insegne e de’ vostri cittadini, ed aiuteremo quando il popolo sia con noi: dei Gonfalonieri nessuno veniva in soccorso dei Signori, com’era ordinato. Ben v’era taluni che sarebbono voluti andare e s’erano mossi; ma Tommaso Strozzi e Giorgio Scali gli rattennero, e ad uno che disse com’egli voleva per sè andare ad ogni modo, gli volsero contro la furia del popolo: due soli più tardi vennero in sulla Piazza con Giovenco della Stufa e Giovanni Cambi; ma nulla poterono. Avevano i Signori la notte mandato per Salvestro dei Medici e dettogli come fosse egli infamato d’essere capo alla congiura; del che Salvestro si scusava, bensì confessando che lo avevano ricercato. Poi quando la gente in Piazza ingrossava, gridando gli fosse renduto Simoncino e gli altri prigioni, sebbene taluno dicesse «Rendiamoli sì ma in due pezzi;» il Gonfaloniere volle che fossero lasciati andare. E quei del Palagio mandarono lo stesso Salvestro e Benedetto degli Alberti, Benedetto di Carlone pianellaio e Calcagnino tavernaio a intendere quello che il minuto popolo si volesse; e vi andò uno anche dei Signori, Guerriante Marignolli. Usciti, viddero che i più ardenti si avevano tolto il Gonfalone dal palazzo dell’Esecutore, e con esso innanzi facevano arsioni e danni e mali, consentendo quelli ch’erano stati mandati fuori ad acquietare il tumulto, ma viepiù lo raccendevano: ed ai Signori venivano e rapportavano, che costoro voleano purgare il peccato delle ammonizioni; ma, fatto un poco, resterebbero.[21] Imperocchè arsero prima la casa del Gonfaloniere Luigi Guicciardini, poi d’un altro Albizzi e di quel Simone Peruzzi che abbiamo noi più volte ricordato, e di ser Piero delle Riformagioni e d’un Ugolino lanaiolo e di due Ridolfi e d’un Castellani e di un Corsini e d’altri; altre disfecero, per non appiccare il fuoco a’ vicini: e poi andarono e misero fuoco al palagio dell’Arte della lana, e ne cacciarono l’ufficiale. Ma perchè pure non si dicesse questa volta che andavano rubando, avevano uomini preposti a badare che ogni cosa fino alle più preziose fosse gettata nel fuoco; e narra lo Stefani avere veduto dare d’una lancia nelle spalle a tale che aveva rubato un pezzo di carne salata e nol voleva gettare. Molti seguivano per paura, siccome avviene, quelli che ardevano; e ciò faceano per non essere arsi, perchè bastava che uno gridasse: A casa il tale, e subito era fatto. Ora ecco uno strano capriccio di popolo: pigliavano cittadini, chi per amore e chi per forza, e gli armavano cavalieri; il popolo aveva diritto a ciò fare, ed era usanza, cerimonia molto solenne nella città: primi Salvestro de’ Medici e Tommaso Strozzi, e Benedetto ed un altro degli Alberti, e gli Otto della guerra e Giorgio Scali ed altri assai, fra tutti sessanta: due ve n’era delle Arti minori, che uno scardassiere e un fornaio. Il popolo vago di novità, correndo qua e là, menava taluni e levavagli a dignità di cavalleria, dei quali prima era stata arsa la casa o ardeva in quel tempo, siccome avvenne al gonfaloniere Guicciardini: chi aveva paura di essere arso mandava in piazza chi gridasse, Facciamolo cavaliere: muovevansi al grido, e andavano per lui e lo portavano di peso: era il più strano viluppo che mai si vedesse.