La Confessione che segue fu scritta da Giovan Battista da Montesecco, mentre era in carcere dopo la Congiura e il giorno innanzi ch’egli morisse. Ma convien dire che avessero a lui promesso la vita salva, e che il pover uomo se lo tenesse per certo, perchè in altro modo non s’intenderebbe come avesse egli potuto distendere quella scrittura, dove appare tranquillo animo, il linguaggio essendo piano, scorrevole e ordinato bastantemente. Ebbe essa le firme del Potestà di Firenze, di due Priori e quattro Monaci di Badia, di San Marco e di Cestello, i quali attestarono avere veduto cogli occhi loro il Montesecco scrivere la dichiarazione, dove egli afferma essere sua quella scrittura che ad essi stava allora innanzi. Si è detto come Bartolommeo Scala Segretario la inviasse ai maggiori potentati in un con altre giustificazioni della Repubblica e in risposta al Breve di Sisto IV. Confessa lo Scala avere tolti via per buone ragioni alcuni passi della Confessione, e il manoscritto ha veramente alcuni spazi lasciati in bianco e da noi segnati con puntolini; potevano essere parole che irritassero, contro all’intenzione di Lorenzo, il re Ferrando, il che riesce assai probabile in quel luogo dove il Montesecco, a fine di pungere e riscaldare Jacopo dei Pazzi, accenna ai favori che avrebbe l’impresa; nè il crederlo disdice per le altre lacune. Le sottoscrizioni aggiunte alla Copia nel giorno della pubblicazione sono è vero della Curia di un Arcivescovo ch’era tutto devoto a Lorenzo; ma il fatto appunto delle lacune è buono argomento a dimostrarne l’autenticità. Fu divulgata quattro mesi dopo: ma che di pianta fosse inventata, oltre che ne sembra essere impossibile, reputiamo che un falsario il quale avesse voluto da cima a fondo servire a Lorenzo, l’avrebbe scritta in altro modo. Quella scena che ivi si narra come avvenuta in Camera del Papa, pare a noi che abbia di que’ caratteri che non si mentiscono, e con pace dell’Alfieri io credo essere quello il vero Sisto. Noi pubblichiamo l’Originale archetipo di quella Scrittura che andò alle Corti tale qual’è in questo Archivio di Stato: fu stampata la prima volta sopra una copia e con qualche menda dall’Adimari tra’ Documenti aggiunti alla Coniuratio Pactiana di Angelo Poliziano, Napoli 1769, ma senza le ultime sottoscrizioni; in questo modo fu riprodotta poi dal Fabroni e da più altri.
Questa serà la confessione, la quale farà Giovan Baptista da Monte Secco de sua mano propria, in la quale farà chiaro a omne uno l’ordene et el modo dato per mutar lo stato de la ciptà de Fiorenza, comentiando dal principio infine alla fine, nè lasciando cosa alchuna inderietro, imo i’ narrando tucte le persone con chi lui n’aveva hauto colloquio, e particularmente narrando le punctali parole hauto con tucti quelli chon chi n’à parlato. E prima con l’Arcivescovo e Francescho de’ Pazzi ne parlai in Roma, in la camera del detto Arcivescovo, dicendome volerme revellare uno suo secreto e pensiero, che havevano più tempo hauto in core; e qui con sacramento volse che io gli promettessi tenerli secreti, nè de questa cosa parlarne nè non parlarne si non quanto saria el bisogno, e quanto pareria e vorria a loro; et io così gli promisi.
L’Arcevescovo comenciò a parlare, facciendome intendere como lui e Francesco avevano el modo a mutar lo Stato di Firenza, e che determinavano ad omne modo farlo, e che ci voleva l’aiuto mio. Io glie respuosi che per loro faria ogni cosa, ma essendo soldato del Papa e del Conte, io non ci podeva intervenire. Lor mi rispuoson: Como credi tu che noi facemo questa cosa sanza consentimento del Conte? imo ciò che si cercha e che se fa, per exaltarlo e magnificarlo, chosi lui chome noi, e per mantenerlo i’ nello Stato suo; avisandoti che se questa cosa non se fa, non glie daria del suo Stato una fava; perchè Lorenzo de’ Medici glie vol mal di morte, nè credo che sia huomo al mondo, a chi lui voglia peggio; e dopo la morte del Papa non cercherà mai altro che torgli quello poco Stato, e farlo mal capitar de la persona, perchè da lui se sente grandemente ingiuriato. E volendo io ’ntender el perchè e la cagione Lorenzo era così inimico del Conte, mi disse cose assai sopra a questa parte, e della Depositeria e dell’Arcievescovato di Pisa, e più cose che seriano longhe a scrivere; e in fine fu facta questa conclusione, che dove concorreva l’onore e utole del Conte et el lor, io mi sforzaria a fare iuxta posse tucto quello che pel Conte me sarà comandato. E tucte queste cose furono commune frallo Arcievescovo e Francesco, e che un altro dì se devesse essere insieme et con il Conte proprio, e pigliar determinatione de quello s’aveva da far; et così se remase etc. La cosa rimase così per parechie giorni, nè me fo dicto altro; ma bene so che fra l’Arcievescovo e Francesco et el Signor Conte ne fo in questo tempo parlato più volte.
Dapoi, un giorno fui chiamato dal signor Conte in chamera sua, dove era l’Arcievescovo, et comentiò a parlarsi de novo de questa chosa, dicendome el Conte: L’Arcievescovo me dice che t’anno parlato d’una faccienda, che havemo alle mane: que te ne pare? Io gli respuosi: Signor, non so que me ne dire di questa cosa, perchè non la intendo ancora; quando l’averò intesa, dirò el mio parere. L’Arcivescovo: Como non t’ò io dicto, che volemo mutar lo Stato in Fiorenza? Madiasì che me l’avete decto, ma non m’avete dicto el modo; che non havendo inteso el modo, non so que ne parlare. Allora e l’uno e l’altro ussino fuora, e comenciorono a dire della malivolenza e malanimo, che el Magnifico Lorenzo haveva contra de loro, e ’n quanto pericolo era lo Stato del Conte dopo la morte del Papa; et che mutandosi dicto Stato, saria uno stabilire el signor Conte da non posser haver mai più male; e che per questo si voleva fare ogni cosa. E demandandogle io del modo e del favore, me dissero: noi haveremo questo modo, che in Fiorenza è la Casa de’ Pazzi e de’ Salviati che se tirano dietro mezzo la cictà de fora etc....[578] Bene; havete voi pensato el modo? El modo lass’io pensare a costoro, che dicono non possersi fare per altra via che taglare a pezzi Lorenzo e Giuliano, et haver poi preparate le gienti d’arme, et andarsene a Fiorenza; e che bisogna accumulare queste giente d’arme in modo che non se dia suspecto, chè non dandose suspecto, ogni cosa verria bene facta. Io gli respuosi: Signore, vedete quel che voi fate: lo vi certifico, che questa è una gran cosa; nè so como costor se lo possano fare, perchè Fiorenza è una gran cosa, e la Magnificenzia di Lorenzo ci à una grande benevolenzia, secondo io intendo. El Conte disse: Costoro dicono el contrario, che ci à poca gratia et è malissimo voluto; e che, morti loro, ognuno giungerà le mani al Cielo. L’Arcievescovo usse fuora e disse: Giovan Batipsta, tu non se’ stato mai a Firenza; le cose de là e la cognitione di Lorenzo noi le ’ntendiamo meglio de voi, e sappiamo la benevolentia e malavolentia ch’egli à in nel popolo; e de questo non dubitar, ch’ella reussirà como noi siamo qui. Tucto el facto è che cie resolviamo del modo. Bene; que modo ci è? El modo si [è] riscaldar messer Iacomo, che è più freddo che una iaccia; e como haviamo lui, la cosa è spaciata nè n’è da dubitar puncto. Bene; a Nostro Signore como piacerà questa cosa? E’ me respuosoro: Nostro Signore li farimo sempre fare quello vorremo noi; et anchora la Sua Sanctità vol male a Lorenzo; desidera questo più che altro che sia. Avetenegle voi parlato? Madiasì, e faremo che te ne dirà anchora a te, e te farà intender la sua intentione. Pensamo pure in que modo possiamo metter le giente d’arme insieme sanza suspecto, che l’altre chose passeranno tucte bene. Fo preso el modo de far far la mostra, e de mutar le genti d’arme da stantia a stantia, e mandar quegli del Signor Napolione in quello de Todi e de Perusia, e così el signor Giovanfrancesco da Gonzagha; e così fo dato ordine. Da poi comenciò andar per el tavoliero el facto del Conte Carlo, e per dicta casione bisognò mettere insieme ognuno, chè l’ebero molto caro. Et essendo il campo del Conte Carlo in quello de Siena, et comprendendose chiaramente la cosa non haver durata, fu facta deliberation d’andare a campo a Montone, e tenere in tempo l’assedio più che se posseva, a chagion che costoro havesser tempo a dare ordene alla expedizione della faccienda; et per decta casione venne Francesco de’ Pazzi in quel tempo qui in Fiorentia con demostration de fugir l’aiere, e fo a questo effecto. Et essendo stato decto Francesco per alchuni giorni, scrisse a Roma all’Arcievescovo como passavano le cose, e che bisognava riscaldare et pungier messer Iacomo, e farglie intendere tucti e favori se arà in questa cosa etc.,...[579] et il modo delle gienti d’arme; e tucto quello favore se podeva havere, farglielo intender chiaramente; et intesolo se lassasse poi el pensiero a lui, che a tucto daria buono ordene. Et accadendo in quello medesimo tempo la malattia del signor Carlo di Faenza, et essendo stato longo tempo amalato, venne in pericolo de morte. Et dubitandose assai della morte sua, parse al Conte et allo Arcievescovo havere scusa licita di mandarme qui, con intention che io vedesse i modi de questa cictà et anchora del Magnifico Lorenzo, et che io parlasse con seco, e intendesse da lui, volendo el Conte cerchar de aravere[580] el suo stato, cioè Valdeseno, que favore se podeva haver da Sua Magnificentia e da questa Republica per suo mezzo; e che glie fesse intendere, che il signor Conte sperava più in sua Magnificentia che persona del mondo, e che in questo io intendesse el consiglio et el parere suo. E che gle fesse ancora intendere che, non obstante alchune chose fossero state fra loro, el Conte le voleva buttar tucte da parte, e in omne cosa desponerse a compiacerlo, et haverlo in loco de patre; e con molte altre buone parole apresso, quale erano la maggior parte simulate. Et arrivando io qui tardi la sera, non poti’ parlare con Sua Magnificentia. La mattina andai a trovarlo, e se ne venne di socto, vestito a nero per la morte dell’Orsino, et fomo insieme; nè altramente me respuose che si fosse stato patre del Conte, nè con altro amore; in modo che a me fe’ maravigliare, havendo inteso da altri et poi ritrovandolo così ben disposto in le cose del Conte, che veramente non s’averia possuto parlar per niuno fratello più amorevolmente, che me parlò, dicendome: Tu te ne girai a Imola, et vederrai chome trovi le chose, e daraimene aviso de quello te parerà s’abbia a fare dal canto nostro, chè tucto si farà sensa manchar de niente per satisfar alla Signoria del Conte, al quale e in questo et in omne altra cosa me sforserò sempre a satisfarlo.... con li più amorevoli ricordi, che possesse mai patre a figliuolo; li quali ricordi li tacerò per bene. La sua Magnificentia gli deve bene havere a memoria: pur quando gli parrà che io li chiarisca, pensece bene e diamene aviso, che io li chiarirò.
Da poi me n’andai all’ostaria de la Campana a disinare; e havendo a parlar con Francesco de’ Pazzi e con misser Iacomo pur de’ Pazzi, a’ quali haveva lettere di credenza del signor Conte e dello Arcievescovo, infin che si desinò, mandai a intendere que n’era de loro. Me fo decto, che Francesco era andato a Lucca; e non c’essendo, mandai a dire a misser Iacomo predecto, che io haveva bisogno de parlarli, e de cose de importanza, et che se voleva che io andasse a casa sua, che io anderia, e se lui volea venire all’ostaria, che io l’aspectaria. Misser Iacomo predecto venne all’ostaria da la Campana, dove lui e mi cie ritirassimo in una chamera in secreto, e per parte del Nostro Signore el confortai e salutai, e così da parte del signor Conte Hieronimo e dello Arcievescovo, dei quali Conte et Arcievescovo io havia una lettera credential per uno. Le appresentai; le lesse, e lecte disse: Che havemo noi a dire, Giovanbaptista? havemo noi a parlar de Stato? Dissi, madiasì. Me respuose: Io non te voglio intender per niente, perchè costoro se vanno rompendo el ciervello, et voglion deventar Signori de Fiorenza; et io intendo meglio queste cose nostre de loro; non me ne parlate per niente, che non ve voglio ascoltar. E persuadendolo pure io all’ascoltarme, se contentò d’intendermi. Que voi tu dire? Io vi conforto da parte de Nostro Signore, con el quale, prima che io partissi, gle parlai; e presente el Conte e l’Arcivescovo, me disse Sua Sanctità, che io vi confortasse a spedir questa causa de Fiorenza, perchè lui non sa in que tempo possa accadere un altro assedio de Montone da tenere sospese e insieme tante giente d’arme e così appresso al vostro terreno; et essendo pericoloso lo indutiare, ve conforta a far questo. Madiasì, che Sua Sanctità dice che vorria sequisse la mutatione dello Stato, ma senza morte de persona. E dicendoli io, presente el Conte et l’Arcievescovo: Padre Sancto, queste chose se potranno forsi mal fare senza morte de Lorenzo et de Giuliano, e forsi degli altri; Sua Sanctità me disse: Io non voglio la morte de niun per niente, perchè non è offitio nostro aconsentire alla morte de persona; e bene che Lorenzo sia un villano e con noi se porte male, pure io non vorria la morte sua per niente, ma la mutatione dello Stato sì. Et el Conte respuose: se farà quanto se poderà, acciò non intervengha; pur quando intervenisse, la Vostra Sanctità perdonarà bene a chi el fesse. El Papa respuose al Conte e disse: Tu si’ una bestia; io te dico: non voglio la morte de niuno, ma la mutatione de lo Stato sì. E così te dico, Giovanbaptista, che io dessidero assai che lo Stato de Fiorenza se mute, e che se leve delle man de Lorenzo, che ell’è un villano et uno cattivo homo, et non fa stima de noe: e tuctavolta ch’e’ fosse for de Fiorenza lui, farissimo de quella Republica quello vorissimo, et seria ad un gran preposito nostro. El Conte e l’Arcievescovo, che erano presente, dissero: La Sanctità Vostra dice el vero, chè quando aviate Fiorenza in vostro arbitrio e posserne desponere como porrete, si serà in man de costoro, la Sanctità Vostra metterà lege a mezza Italia, et omne uno haverà caro esserve amico: sì che, siate contento se faccia ogne cosa per venire a questo effecto. La Sua Santità disse: Io te dico che non voglio: andate e fate chome pare a voi, purchè non cie intervengha morte. E con questo ci levassemo denanzi da Sua Sanctità, facciendo poi conclusione esser contento dare omne favore et aiuto de giente d’arme od altro che acciò fosse necessario. L’Arcievescovo rispuse e disse: Padre Sancto, siate contento che guidiamo noi questa barcha, che la guidaremo bene. E Nostro Signore disse: Io sono contento. E con questo cie levassimo da i soi piedi, e reduciessemociene in chamera del Conte, dove fo poi discussa la cosa particularmente, e concluso che questa cosa non si posseva fare per niuno modo sanza la morte de costoro, cioè del Magnifico Lorenzo e del fratello. E dicendo io, esser mal facto, me respusero, che le cose grandi non se possevano fare altrimente; e sopra de ciò fo dati molti exempli, che seria longo a scriverle; et finaliter fo concluso, che per intendere el modo, bisognava esser qui, e parlar con Francesco e misser Iacomo, e intendere a puncto quello era da fare, e intesolo mandare a effecto. Io fui qui. E non trovando Francesco, non volse[581] fare altra conclusione; se non che me disse: Vattene a Imola, e alla tornata tua sarà qui Francesco, et deliberarasse tucto quello sarà da fare. I’ me n’andai a Imola, dove stecti pochi giorni; perchè chosì haveva in commessione per la expeditione di decta causa. E i’ nel tornare a drieto foi a Cafagiuolo, dove trovai la Magnificentia de Lorenzo e de Giuliano, e havendo referte al Magnifico Lorenzo como haveva trovate le cose del Conte, me consegliò con le più cordiali et amorevole parole del mondo, dicendome che per el signor Conte haveva deliberato fare ogni cosa per farli intendere, che glie voleva esser buono amico. Et havendo Sua Magnificentia deliberato tornare a Fiorenza, cie ne venissimo di compagnia; dove per la via me fe intendere anchora più chiaramente quanto era el suo buono animo inverso del Conte, che lo tacerò, perchè seria longo lo scrivere. Arrivai in Fiorenza, e fui con Francesco, con el quale presi ordene de non partire quel dì, acciò che la nocte cie retrovassemo con misser Iacomo; e così fo facto. La nocte, dicto Francesco venne per me, e condusseme in camera de misser Iacomo, dove fo parlato assai de questa cosa, e la conclusione fo questa, che per la expedition bisognava più chose. Una che l’Arcivescovo fosse de qua, e che vedesse venir lì con qualche scusa licita, in modo non desse suspecto, e a questo lassava pensarlo al Conte e a lui; e che alla sua venuta se piglierà poi forma de quello s’avesse a fare. E che si fesse cifre, per le quali si possessi scriver bene, e che non dubitava (havendo el favor delle gente del Papa etc.).... che la cosa non venissi facta; ma che per farla netta, bisognava che uno dei doi fratelli fussero fora; et che immediate che la cosa havesse questo di certo, la spacciariamo. Et che tra el Magnifico Lorenzo e ’l Signor di Piombino si tractava parentado per Giuliano, e sequendo, seria necessario un de’ loro andassi là, el quale andava, la cosa era spacciata. Ma essendo tucti due in la cictà, per niente non voleva fare, perchè non gli pareva posser reuscirle. E Francesco diceva altremente, che ad omne modo si faria; e sempre gl’andò per la mente, in chiesa o a giuoco di carte o a nozze, pur che fussino tucti dua in uno loco, gle bastaria l’animo di farlo; et che non ci voleva se non pochi con seco; et recercomene a me, che io volessi quello che mai el volsi fare. Lui disse, trovaria el modo bene a questo, e che si desse pur più tempo che se poteva, e mandassesi l’Arcievescovo in qua, che a tucto si daria bene expeditione; e che di tucto quello s’avessi a fare, s’aviseria. Intesa la conclusion, me n’andai a Roma e referi’ tucto al Conte e allo Arcievescovo; e subito fu presa per el Conte deliberation de mandare l’Arcievescovo sotto color de le cose de Favenza etc.; e a me me ordinò me n’andassi a Imola con cento provisionati e con quello poche giente d’arme, che gl’erano, stesse preparate ad omne requisitione de costoro, et etiam con i soi popoli etc.... Io me parti’ et andamene a Imola e da poi a Montugi; e fui una nocte con misser Iacomo e con Francesco, e figli intendere l’ordine dato da ogni banda, e che questa chosa bisognava expeditione, et da parte etc.... del Conte gle solicitai assai a dicta expeditione, prima che el campo se devidesse. Loro me respusero, che non li bisognava sproni ma morso, e che ad omne modo vederla expedirlo in questo tempo, e che io stessi preparato, che sperava avisarme presto quello havessi a fare, e che al suo adviso non preterisse niente; et io dissi di farlo, e con questo me n’andai. E non trovando costoro commodità de farlo in quel tempo, per esser la persona del Conte Carlo qui e alloggiato in casa dei Martelli, deliberorono lassarlo stare per fine a tempo novo; et avisò, che se devidisse el campo, e chosì fo fatto. Nè de questa cosa fu parlato più per uno pezo etc. Et essendo stato a Imola per la recuperation de Valdiseno, et essendosi recuperato, me n’andai a Roma questo marzo, dove cie trovai la Signoria del Conte e Giovanfrancesco da Tolentino e messer Lorenzo da Castello e Francesco de’ Pazzi etc....; fra i quali molte volte si parlava de queste cose; et che se comenciava adesso aproximar el tempo d’expedir decta causa. E domandando io que modo era questo, me disse: Lorenzo deve venir qui per questa Pasqua, et quamprimum se senta la sua partita, Francesco se parterà anchora lui, et andarà a spedirsi; e farse el servitio a quello remanerà, et all’altro, inanzi che torni, se penserà quello se doverrà far de lui, et terrassi con esso tal modo, che la cosa sarà bene assettata inanzi che se parta da noi. Io gle disse: Faretelo morire? Me respuse: Madianò, che questo non voglio per niente, che qui habbia alcuno dispiacere; ma inanzi che el parta, le cose saranno bene assectate, in forma che staranno bene. Domandai el Conte: Nostro Signore sa questo? Me disse: Madiasì. Dico: diavolo, egl’è gran facto che el consente! Me respuse: Non sa’ tu, che gle famo fare quello volimo noi? Basta che le cose andranno bene. E stettesi in queste trame parechie dì del suo venire o no. Da poi, veduto che non veniva, deliberaron ad ogni modo cavarne le mane prima che fosse fora maggio etc.... Et chomo ò detto più e più volte, di questo ne fo parlato in la chamera del Conte, e como manchava materia, se tornava in su questa, e chi prima si trovava insieme co’ loro, ne parlava, dicendo che per niente la cosa podeva durar così, che non venissi a palese, e questo per esser in tante lingue, e che ad ogne modo bisognava darli speditione. Onde che per decta casione fo preso per partito, che Francesco se ne venissi qui, e Giovanfrancesco da Tolentino et io cie ne andassemo a Imola, e misser Lorenzo da Castello etc...., per dare ordine a quello s’avesse da fare, e poi se ne tornasse a Castello; et omne uno colle preparation facte stesse apparechiato a tucto quello che da messer Iacomo, l’Arcievescovo e Francesco fosse ordinato, e che ad omne sua requesta omne uno fusse presto a far quanto per loro saria comandato. E questo ordine ce fu dato tucto per el Signor Conte, in Roma. Da poi vene ultimamente el Vescovo de Lion, el quale ce comandò de novo, che ad omne requisition dei sopradetti fossemo apparechiati sanza fare una difficultà al mondo; e chosì s’è facto, nè mai se intese niuno loro ordine, si non lo sabato a doi hore di nocte; e poi la domenica mutorono anchora proposito. Et in questa forma sono state governate queste chose, diciendo imperò sempre, che l’onor de Nostro Signore e del Conte cie fosse ricomandato. E con questo ordine la domenica mattina, a dì XXVI d’aprile MCCCCLXXVIII, se fece in Sancta Liberata quanto è publico a tucto el mondo.
Item, che tornando de Romagna, et andando a Roma, quando io fui là, e parlando con Nostro Signore d’altre cose, me disse: poi, Giovanbatista dell’Arcievescovo e de Francesco, che diceva voler far tante chose, e’ non savessero mutare uno Stato chomo quello de Fiorenza, ma non credo savesse pure acozzare tre ove in un bacile, se non con cianciatori. Tristi che se impaccia con loro.
Item, che el signor Conte m’ha dicto molte volte, che Nostro Signore à così gran desiderio della mutatione de questo Stato, como noi; et se tu intendesse quello dice, quando semo lui e mi, diresti quello che dico io.
Io Giovanbaptista da Montesecco confesso e fo fede esser vere tucte le predicte cose scripte in un foglio intero et in uno altro mezzo, e qui di sopra, e quanto io ò scripto haver dicto a misser Iacomo qui in Fiorenza, della mente e voluntà della Sanctità del Papa; e queste cose sono verissime, et io mi trovai presente, quando la Sua Sanctità lo disse, e tucto quanto è scritto, è de mia man propria.
Io Matheo Tuscano da Milano, cavalero e presente Potestà della magnifica cictà di Fiorenza, sono stato presente, insema colli reverendi Patri infrascripti, videlicet ut infra, che el prefato Iovanne Batipsta ha detto, che quanto è scripto sopra, in un foglio intero e in uno altro mezzo e in questo, che tucti s’alligaranno inseme, sono de sua propria mano, et confessò esser vero quanto de sopra è scripto. Et così ne fazo fede de mia propria mano, che gli è la propria verità quanto in esse scripto se contenne. A’ dì IIII di maggio MCCCCLXXVIII, in Firenza.
Io Frate Batipsta d’Antonio, priore al presente di San Marcho di Firenze, dell’Ordine de’ Predicatori, fu’ presente a decta confessione, e fo fede, che detto Giovanbatipsta disse tucto esser di sua mano, et esser la propria verità quanto in esse si contiene. Detto dì.