ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE FERRANDO. RISGUARDA LE COSE DI CITTÀ DI CASTELLO, TENUTA DA NICCOLÒ VITELLI.
(Codice nº 22, manoscritto appresso di noi.)
Primo, che la Santità di Nostro Signore per il passato è stata infamata con le calumnie. Che per la benevolenza che portava a messer Nicolò Vitelli, gli consentiva che tenesse la Città di Castello in tirannia, con carico et vittuperio della Sede Apostolica; et che poteva sodisfare all’honor di Santa Chiesa, et indur quella Città a obedienza d’essa, et non voler che, per l’amicitia sua, stesse alienata dal Dominio Ecclesiastico; et che se haverebbe in breve tempo che con questo esempio molte altre terre della Chiesa verrebbono ad essere in peggior conditione di detta Città, et lo stato della Chiesa, in tempo suo, si verrebbe ad anichilare et perdere. Et perchè S. S., dessiderando di purgar quest’infamia, più volte ha fatto intendere a messer Nicolò che l’amava, et che se egli amava S. S. et l’honor di S. Chiesa, deverebbe mostrare obedienza, et farla monstrare anco a detta Città, et l’uno, et l’altra saltem monstrarla con il segno di venire a far riverenza a S. Beatitudine alla quale poteva venir sicuramente; et già sono tre anni, che mai ha voluto venire; et, quod peius est, i Governatori mandati per S. S. fuerunt potius gubernati quam gubernatores. Onde sa Dio che S. S. continuamente ha hauto gran dispiacere di mente per l’honor di S. Chiesa, et per l’amor che porta a esso messer Nicolò.
Doppo, è seguita l’esperienza dell’infamia data a S. S., cioè che per essempio di quella città, l’altre della Chiesa venivano in peggior conditione, come si è visto di Todi et di Spoleto, in modo che S. B. è stata necessitata mandar le genti d’arme et esseguire quel che è seguito. Et trovandosi dette genti in ordine, vedendo il Legato che si erano accquetate le terre mosse già con l’essempio di Città di Castello, et che l’esemplare rimaneva; ricordandosi che quando il Cardinal di S. Sisto fu in Milano, il signor Duca non solo laudò l’impresa perchè messer Nicolò si riducesse all’obbedienza con la detta città, ma confortò che per honor di S. S. et di S. Chiesa si dovesse fare ogni opera per ridurcelo, et volesse veder particolarmente se messer Nicolò era nominato nella lega per collegato; la Maestà del Re, dubitando se fosse obbligato a difenderlo, e trovando che N. S. disse che la cosa stava bene et che si poteva fare; ricordandosi adunque di questo il Legato, et considerando che il Duca et i Fiorentini sono una cosa medema; gli parve (et così ancho teneva per certo S. S.) che non solo il Duca et i Fiorentini non fossero per opporsi, ma per agiutar S. S., per rendere et usar gratitudine de i beneficii fatti da lei all’uno et all’altro, et dell’amore che ha portato loro, massime essendo giustissima la dimanda et impresa di S. S.; con voler solo la vera obedienza, la quale per nulla ragione se li può negare.
Et certissima causa è che, quando alcuno dei sudditi dell’altre Potenze d’Italia non prestassero la debita obedienza, non si comportaria, et non solo si cercaria che tornassero all’obedienza, ma s’esterminariano ad essempio degli altri; et a questo effetto gli pareria, bisognando, che ogn’uno fusse tenuto d’aiutarli. Et, ne longe exempla petantur, quando Volterrani, non sudditi dei Fiorentini, mancorno della sola devotione loro, i Fiorentini vi mandarono il campo et chiesero a S. S. aiuto. La quale, per l’amicitia che teneva seco et benevolenza che portava a quella Comunità, gli aiutò di grandissimo animo con le gente d’armi a sue spese. Onde saria stato et saria molto più giusto che, ricercando S. S. l’obbedienza immediate da messer Nicolò, subito ciaschuna dell’altre Potenze non solo se gli fosse opposta, ma havesse prestato et prestasse aiuto et favore al giusto et honesto dessiderio di S. S. Et certamente che se li è opposto et oppone, tocca il cuor di S. S., così come haveria toccato a ciascun di loro se gli fusse stato fatto il simile; nè possono negare che non si siano portati più ingratamente che habbiano potuto verso S. B. Et tanto più hanno monstrato il poco rispetto che hanno hauto a quella, quanto che è bastato loro l’animo d’affermare messer Nicolò esser tra li raccomandati della Lega particolare; et per questo volerlo mantenere a non prestar la debita obedienza a S. S.: il che con nulla ragione si potrà mai monstrare che lo possan fare.
Et tanto meno, quanto mai messer Niccolò non fu dato per raccomandato, nè per la Maestà del Re, nè per il signor Duca di Milano nè per li Fiorentini nè per la Lega particolare. Et se dai Fiorentini fu nominata Città di Castello, ella però in quel tempo era suddita del Papa, nè per detta nominatione se li poteva levare la vera obedienza; imo, denegandosi S. S. veniva ad esser grandemente offesa et lacessita, adeo che tutte l’altre Potenze per vigor della lega generale son tenuti et obligati difendere et aiutar S. S.; et molto più i Fiorentini che gli altri, per haver veduto l’essempio et provato l’esperienza in S. B., nel caso di Volterra, la quale era stata nominata da Papa Pavolo per raccomandata, et non era suddita dei Fiorentini nè tenuta all’obedienza de quelli, come è tenuto messer Niccolò, non nominato in nessuna Lega, a S. S.: et conseguentemente non procedevano contra Volterrani con quella giustificatione che procede S. B. Et nondimeno, quella prestò loro aiuto et favore, senza allegar tal denominatione; mostrando fare stima dei Fiorentini et amarli. Et per molti altri benefitii che ha fatto S. S. a quella Città, et massime a Lorenzo, il quale fra gli altri beneficii che ha recenti da S. B., ha guadagnato con quella un Tesoro.
Et in quanto si supplica S. S. che voglia haver per raccomandato messer Nicolò, si risponde che la Maestà del Re sa che, havendo prima fatto supplicare S. B. che riceva in gratia decto messer Nicolò, fu risposto che sempre l’ha amato et ama, et è contenta S. B. riceverlo in gratia, con questo che gli presti la debita obedienza, nel modo che S. S. rispose all’ambasciatore, mandato da messer Nicolò, et secondo il tenor dei Brevi mandati. Et a questo fine S. B. ha scritto a Fiorenza all’ambasciatore che debbia eseguire. Et se il signor Duca et i Fiorentini non sono in tutto alieni da ogni honestà et giustitia, non solo non consentiranno a quello et non si opponeranno ma favoriranno, acciò sia (come è ragionevole) sodisfatto all’honesto dessiderio di N. S., il quale certamente merita di esser commendato, aiutato et favorito, quando non si vogliano portar seco malignamente et non haver rispetto nè a Dio nè alla giustizia.
Et in quanto a quel che per parte loro si domanda, cioè che S. S. desista dall’impresa, S. S. resta pessimamente sodisfatta di tal rechiesta, la quale tocca l’honor di quella et di S. Chiesa; il quale honore S. B. è solita di preporre a tutte le cose di questo Mondo, et alla vita propria. Et veramente se da essi Signori gli fusse domandato quanto ha et di quanto può lecitamente disporre, lo concederia volontieri et più presto che desistere da così giusta impresa, per lo grandissimo vittuperio et infamia che ne segueria a S. S., l’honore et reputation di cui sarriano ad un tratto seppeliti; oltre il grandissimo et incomparabil danno et pericol di perdere con sì fatto essempio tutto lo Stato della Sede Apostolica etc.
Per le quali ragioni et molte altre, che giustissimamente muoveno la mente di S. S., havendo già incominciato l’impresa et proceduto tanto inanzi, sarrebbe troppo grave errore il lassarlo, ad ingiusta requisitione di qual si voglia. Et perciò sta in fermo et constante proposito di voler la vera obedienza di messer Nicolò et da quella città, come è pur giusto nè si può negare con ragione.