Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa, luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore, prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204]
Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze, così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani, che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci, metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le cose che importassero alla guerra.[205]
Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito; imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca, salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli, che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci mirabile a molti, e segno d’invidia.[206]
Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici, schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto. Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi, destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo di non troppo difficile composizione.
Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti, espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento, al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci; interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione; parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati, sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi, intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna, e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari; questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio, senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale deliberare.[207]
Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni, con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce con una corona di spine.
Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso, e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna, per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209]
Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare; ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore ubbidirebbe al suo giuramento.[210]
Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore, venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero, verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa.
Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima, perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva; non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città, ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa, senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.