Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri, la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari, essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni, eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni, deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e grande concordia.[193]»
Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati. Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni, Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli. Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone, passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte.
Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini, per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio; il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da 36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni, che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini, non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti; istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure. Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per tutto l’Assedio.[196]
In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico, Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza; nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia; e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi. Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti; altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini, i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero, potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto, non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma, quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è oppressa.
L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti, dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10 l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio; il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo volontariamente.
L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi, perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore, male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente, che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203]
Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi, torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori. Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte.
Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi, a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti: qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli; a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini: lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali.
Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole, Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia: poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla; fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati. Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia, dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri fuor d’ogni usanza.
Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla, girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori, altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche. Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa. Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed ai Fiorentini parve non lieve guadagno.