Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria, che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa. Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno dell’Aragona.[181]
Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze. Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi condotto questa misera patria?[183]»
Capitolo IX. APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]
Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente, che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere. «In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto: più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne, avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella bella parte di Toscana.[184]
Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno; finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo, disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere, il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello, mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero, non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero, salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.
Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche, nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini, e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto essere cosa loro.[186]
Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14 settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona, dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande, convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio, vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte, lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi; e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno, il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca, abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto, rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre. Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano della Repubblica.[187]
In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa si era disciolta.[188]
Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa, nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino. — Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo, grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità, la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo. Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. — In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il mandato.
Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline, conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria: la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto, che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine, riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi, anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191]