Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi. Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza, sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene. Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace, essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo. Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un gran cittadino.

Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti. Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata, diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo, era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato: infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti ultimi di questa Istoria.

Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo, quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente, ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili, nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose di meno importanza.

Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento, deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia; il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso, ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così tornò a casa.[175]

In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato. Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni, gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia. Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici. Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV. SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche, si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo, con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva in esso più che altra cosa il sentimento.

L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia, avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno 1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona.

Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray, Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più debole.

Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo: allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179] Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei Re.

Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza, «procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano, le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti. Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.

Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto: lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero; col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile; divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po, abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca: la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio; l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o, come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di Firenze.