Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo, uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto; avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza, della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano. Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria, e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese quell’atto.[161]
Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163] ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164] Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio; ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella città.
Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa, come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici, o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro. Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie, pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà. Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle. Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi, col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica, abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel 1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta. I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici, e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto, nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie, com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti.
I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile: così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici, nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici: in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte, perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, quattrocento fave ferme o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro, spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro fortuna nella sorte delle armi.[165]
Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono, sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo nemico.
Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento, fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave, costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme, così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso. Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà, crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra. Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia; Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo, andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria, vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria, che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero, nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo. Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari. Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale attestasse la solennità dell’atto.
Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy, il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto l’esercito di Lautrech s’accampò intorno.
Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste, parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’ Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati; al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono.
Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia, poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue, tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli rimanevano.
In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato; cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato; e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo, essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6 novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi, benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra, scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’ più accesi verso il popolo e la libertà.[172]