Alla fine del Libro Nono dell’Istoria di Benedetto Varchi è una descrizione della città e stato di Firenze, la quale si rannesta in qualche modo all’altra che aveva scritta della città stessa Giovanni Villani due secoli prima. A tutti è ovvio quanta incertezza regni nelle descrizioni o statistiche di tal sorta, ai tempi antichi per saperne poco e ai nostri per volerne sapere troppo. Sembra però a me che la statistica del Villani abbia maggior chiarezza e precisione, quanto ai fatti, di quella del Varchi. Noi trascrivemmo più ampiamente quella, ed ora di questa poco trarremo e sparsamente, pigliando le cose che sembrano a noi più certe e più chiare. Sulle origini di Firenze molto si distende quel dotto uomo che fu il Varchi, nè senza un qualche acume di critica; vorremmo che egli avesse speso più tempo a cercare le cose quali erano in quelli estremi della Repubblica. Non possiamo a buon conto accettare i calcoli suoi quanto alla popolazione della città; ma perchè scrive più sotto, che «circa due mila settecento erano i battezzati annualmente in San Giovanni,» possiamo noi così all’ingrosso opinare che circa novantamila fossero gli abitatori di Firenze, non contando i forestieri, nè quella crescita che veniva dal molto numero dei religiosi pei quali si altera la proporzione dei vivi sul numero dei nati. Più di cento erano tra conventi di frati e monache e chiese collegiate; di sole donne quarantanove monasteri; settantacinque le confraternite di varie sorte, dalle più ricche e più fastose fino alle più chiuse e più devote che attendevano a pietà rigida o ad uffici di carità. L’antico e celebre Spedale di Santa Maria Nuova era opinione ai tempi del Varchi che avrebbe posseduto, pei molti lasciti che in diversi tempi gli erano stati fatti, la maggior parte delle possessioni della città, se per varie cause molte non ne fossero state alienate. Spendeva ogni anno per la cura degli infermi venticinque mila scudi, dei quali traeva diciottomila dalle possessioni e il rimanente da limosine; più altri Spedali erano in Firenze, molti nel contado. Lo Spedale degli esposti, detto degli Innocenti, spendeva ogni anno undici mila scudi, che settemila cinquecento da beni stabili, e ogni di più dal pubblico in limosine.
Oltre ai pubblici edifizi, erano un centinaio di case private che avevano nome di palazzi; delle quali trenta, scrisse un contemporaneo essere state edificate tra ’l mille quattrocento cinquanta e il settantotto; molte più belle e di più ornata architettura avea Firenze vedute sorgere in quei tempi splendidi, che furono dalla creazione di Leone X fino all’Assedio. Era magnificenza delle più antiche famiglie avere presso alle case loro una loggia ad uso pubblico: se ne vede tuttora qualcuna, e ai tempi del Varchi n’erano aperte più che una ventina. Le antiche torri, forza e superbia della città, scapezzate per la maggior parte, di rado si alzavano più in su del pari delle case che appartengono al primo cerchio: grande era il numero e la estensione dentro alle mura di orti e giardini, sia di privati sia di religiosi. Ma poichè le arti ebbero sparsa in questo popolo la ricchezza, chiunque poteva ebbe desiderio di farsi una villa; talchè all’intorno dei castelli disarmati si fabbricarono le casette pacifiche, dove il lanaiolo ed il setaiolo amavano lietamente riposarsi con le famiglie loro; si adornavano ciascuna secondo le facoltà, improntandosi di quel bello che vi mettevano i grandi artisti. Scrivono esserne state ottocento dentro le venti miglia, murate di pietra e di scalpello, cui davano nome di palazzi: presso a Firenze erano frequenti così, che alla vista la città si prolungava lungo spazio fuori delle mura; e l’Ariosto scriveva in sua lode:
«Se dentro un mur, sotto un medesmo nome
Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi,
Non ti sarian da pareggiar due Rome.»
Il piccolo Stato aveva oltre a cinque città, Pisa, Volterra, Pistoia, Arezzo, Cortona; quattrocento terre murate, le quali si serravano ogni sera e si riaprivano la mattina: le terre che in segno di tributo la mattina di San Giovanni offrivano ciascuna un palio, erano cento; e circa trenta Comunità offrivano un cero ciascuna. La Repubblica mandava col nome generico di Rettori a governare le varie parti dello Stato diciassette Capitani, dodici Vicari, ed altri minori col nome di Potestà, oltre ai Castellani delle Fortezze, Consoli di mare a Pisa e camarlinghi e provveditori e doganieri. Dicevano essere d’intorno a ottomila gli uomini chiamati alla milizia delle Ordinanze col nome di volontari. Il Varchi scrive, che le entrate della Repubblica non passavano quei medesimi trecentomila fiorini d’oro che erano ai tempi di Giovanni Villani: registra come titoli di maggior conto, dalla gabella delle porte, settantatremila; dalla dogana di Firenze, settantamila; dal camarlingo del sale, vino e macello, cinquantatremila; dalle decime ordinarie e straordinarie e arbitri della città, cinquantamila; dalla gabella dei contratti, dodicimila novecento trentanove; dalle gravezze del Contado, quattordicimila; dalle città, castella e comunanze tassate, dodicimila; dal camarlingo d’Arezzo, quattromila; dall’accatto de’ contadini e non sopportanti, duemila trecento trentotto; dalle gravezze de’ sobborghi, quattrocento cinquanta; con altre minori fino agli avanzi dei pegni venduti al giudeo. Maggiori d’assai erano in ogni tempo le entrate straordinarie di balzelli ed accatti posti ai cittadini: dal 1377 al 1406 le sole guerre costarono undici milioni e cinquecentomila fiorini d’oro: nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono di straordinari imposti ad arbitrio quattro milioni e ottocentomila fiorini, che sono in detto tempo più che cento some d’oro. Lo stato popolare dal 1527 al 30 cavò di straordinari in tre anni un milione e quattrocento diciannovemila cinquecento fiorini d’oro. Questi erano debiti scritti sul Monte, a cui pagava la Repubblica innanzi quel tempo, per interessi e paghe d’ogni sorta, novantaquattro mila fiorini all’anno; e sedicimila per terzi delle doti delle fanciulle che hanno la dote sul Monte e si maritano. Ricchezze erano principali alla città le arti della Seta e della Lana, la quale sola «lavorava ogni anno da venti a ventitremila pezze di panni, come si può vedere dai libri dell’Arte, dove dette pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» Correvano molte sorte di moneta, delle quali era il Fiorino la più antica e principale, e monete forestiere d’oro e d’argento, il maggior numero francesi.
Nel vitto erano i Fiorentini tenuti frugali, ma di grande pulitezza; si nominavano poche case che fossero use a mettere tavola ed a vivere splendidamente. I cittadini si appellavano col proprio nome o col soprannome, questi essendo qui frequentissimi; ciascuno dava all’altro del tu, fuorchè ai dottori, ai cavalieri ed ai canonici, i quali avevano del messere; e i frati, del padre. Quanto al vestire, il cappuccio repubblicano, con quella striscia lunga che si avvolgeva intorno al collo, non era per anche affatto dismesso; non si cavava che al Gonfaloniere di giustizia o a grandi prelati: ma sottentravano altre nuove foggie, ciascuno cercando mostrarsi gentile quanto era più fiacco; le avevano recate le Corti che si erano in Firenze succedute dal dodici in poi, e massime quella del Cardinale di Cortona. Ma nondimeno sempre le usanze ritennero qui assai più che altrove del mercatantesco, del che i Fiorentini venivano proverbiati da quanti in Italia più avessero accolto i nuovi costumi.
Capitolo VIII. CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.]
L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze, dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza, secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze, massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso. Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela. Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati che li combatteva.[157]
Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato, entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini, ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si avvicinava alle porte di Firenze.[159]