Mi è caro questa rassegna d’ingegni pei quali ha grandezza l’istoria nostra, finire col nome di Michelangelo Buonarroti. Sugli ultimi due che abbiamo notati pesarono gravi le colpe del secolo a cui appartennero; ma il Buonarroti ebbe natura e ingegno che sembrano del tempo dell’Alighieri e si direbbero come usciti seco dal masso medesimo. Che se il Poeta si può inalzare più in su dell’Artista, ciò viene in lui non che dalla qualità del fine, dalla eccellenza dei mezzi che ad esso conducono; l’ingegno suo vive nell’esercizio d’un pensiero più alto e più vario e senza confine, contempla continuo gli aspetti e le forme e le imagini delle cose guardandole dentro all’anima sua, e fuori nella universalità del mondo; adopra incessantemente di sè stesso la parte più degna. Ma invece l’artista, perchè delle cose non può altro rendere che le parvenze, esprime con l’uso di mezzi meccanici quella imagine che egli ha concetta; lo studio tecnico, a lui necessario, gli porta via troppa gran parte di sè, non dice intera la sua parola. Nessuno mai ebbe nè tanto facili come il Buonarroti nè tanto possenti i mezzi dell’Arte, ond’è che niuno mai lo agguagliasse in quanto all’esprimere gli alti concetti per via d’imagini figurate. Continuò fino alla vecchiezza lo studio paziente ed ostinato dell’anatomia del corpo umano; vivea su’ cadaveri quell’uomo di tanta autorità e fama le intere giornate, cercando nel morto come si muovessero i muscoli, e in essi dipoi col pensiero suo divinatore mettendo la vita. Di questa sua scienza faceva uno sfoggio che può alcune volte parere soverchio; ma intanto fu egli il più ideale degli Artisti antichi e moderni. In questo amore, in questo sentimento dell’ideale stava il movente della forza per cui fu creatore il genio del Buonarroti: andava sempre più in là dei mezzi che l’arte gli dava, sebbene avesse la facoltà di trarre da un marmo alla prima l’ingombro del masso informe nel quale vedea la figura che avea concetta nel suo pensiero, e a farla uscire fuori mandasse giù colpi del fiero scalpello.

Sentiva altamente la bellezza; ma questa mi pare facesse consistere piuttostochè nella assoluta squisitezza delle forme, in quella imagine che a lui raffigurasse meglio l’idea della mente, e che non di rado cercava esprimere con la poesia scritta. A questa però non aveva egli avuto scuola nè fattosi abito sufficiente, ond’è che fallisse molte volte a lui lo strumento, sebbene adoprato con grande fatica. Quel ch’egli aveva immaginato, fidava sicuro all’opera della mano; e quanto più andava in là per tal modo, tanto più lontano poneva quel segno al quale avrebbe voluto condursi col mezzo della parola. Sono di lui molte poesie, che più tardi andarono a stampa non so s’io mi dica rifatte o disfatte da uno della famiglia sua. Ora ne abbiamo, grazie al signor Guasti, il primo getto qual era uscito dalla penna del Poeta: io non mi perito di chiamarlo tale, sebbene a lui mancasse l’arte di fare i bei versi, e desse alcune volte nell’astruso o in quei troppo arguti concetti ai quali il secolo già inclinava: sono spesso embrioni di liriche, a cui l’Editore ben fece d’aggiungere una interpretazione. Ma in tutti i luoghi dove al Buonarroti riesca in parole scolpire il pensiero, e dove il concetto abbia intera e limpida espressione, ogni volta insomma che trovi egli modo a scrivere la sua poesia come già dentro a se stesso l’aveva sentita, è grande poeta.

Come nell’arte Michelangelo tenne un luogo dove egli era solo, così mi pare lo tenesse in tutta la vita, che a lui durava lunghissimi anni. Accolto all’uscire dalla fanciullezza nella casa ed alla mensa di Lorenzo de’ Medici, e avendo fino dalla gioventù destata di sè maraviglia, fu tosto chiamato alle grandi opere del principio del pontificato di Giulio II, che volle di lui fare una gloria del suo regno. Il Papa lo amava, nè poteva stare senza lui; ma impetuosi com’erano entrambi, facilmente si guastavano tra loro e tosto venivano alle rotte. Il Papa una volta discorrendo di lui e dell’eccellenza sua diceva: «ma è terribile, come tu vedi; non si puol praticar con lui.» Si direbbe che l’uno dell’altro avesse paura: essendo Michelangelo una volta fuggito da Roma, dovette il Papa quasi pregando e con intromessa d’altri farlo andare a Bologna perchè gli facesse in bronzo la statua, che poi fu distrutta dal popolo bolognese. Sentiva altamente di sè e dell’arte, superbo non era: abbiamo di quel tempo le lettere di Michelangelo alla sua famiglia, soccorsa da lui e quasi governata con cure paterne; ma per la modesta gravità delle sue parole non si direbbe fosse egli nè tanto giovane nè tanto grande: una volta che un suo fratello aveva voglia di andare a Bologna, scrisse non lo lasciassero andare perchè (aggiungeva) «Son qua in una cattiva stanza e ho comperato un letto solo nel quale stiamo quattro persone, e non arei il modo raccettarlo come si richiede.» In Roma gli Artisti grandi vivevano lautamente: Raffaello aveva ornata una sua casa, usciva con grande accompagnamento, e per poco non fu cardinale. Michelangelo ebbe altre glorie, nè fu chi ne avesse al pari di lui: era invalso chiamarlo il divino; due suoi discepoli ne scrissero e pubblicarono la vita mentre era ancor vivo: i Principi stessi a lui facevano di berretta.

Molto aveva guadagnato, ma non mutò quella sua semplice vita: aveva ottant’anni quando gli moriva un suo carissimo servitore chiamato l’Urbino, e scrisse di quella morte al Vasari con sì profonda verità d’affetto, che non può egli tanto essere ammirato da noi per l’ingegno che più non sia amato per quelle parole: respira in esse quell’alto sentire in fatto di religione, che fu tanta parte della sua natura di uomo e di artista. Il secolo declinava, e il sommo ideale già si era abbassato per due contrari versi nel mondo diviso. Pare a me che il Buonarroti rimanesse ultimo nell’antica altezza; non si abbassò mai fino alla critica che tutto distrugge, nè avrebbe sofferto sentirsi nell’animo turbata la fede. Non rinnegava però l’umanità, ma suo studio era torne via il troppo (ha questa imagine nelle sue rime), come faceva del rozzo marmo perchè di dentro a quello uscisse una divina figura. In questi pensieri gli era compagna Vittoria Colonna, che amò avendo egli settant’anni e fu amato condegnamente da lei, bella, illustre, onorata sopra quante donne allora fossero in Italia. Nè per essere ella figlia di Fabbrizio Colonna e stata moglie del Marchese di Pescara, cadde a lui nella mente di essere egli a lei disuguale. Diresse a lei molte delle sue rime, e sono quelle dove più forte spira quel senso di religione a cui diceva di sentirsi da lei innalzare: potevano questo in essa l’ingegno, gli studi, le poesie e le opere virtuose. I loro due nomi rimasero segno a gran riverenza in mezzo ad un secolo nel quale erano come soli; ma se molti avessero seguito quelle orme, nè il misero sbrano sarebbe avvenuto, e meglio sarebbe stato all’Italia e a tutto il mondo.

Si narra che Michelangelo, al vedere la corniola che ha incisa l’effigie del Savonarola, dicesse che l’Arte avendo toccato il colmo doveva necessariamente declinare. Da Giotto insino a Raffaello era stato un progredire, dove si direbbe che l’arte mettesse appena piede innanzi piede, perchè ad ogni passo era una fermata, e copia d’ingegni avevano occupato ciascuno dei gradi. Compieronsi i tempi, e il Sanzio venne a porsi in sulla cima portato da quelli che lo precederono; ed egli avendo così acquistata pienissima scienza di tutte le parti onde si compone la pittura, in sè le congiunse con armonia maravigliosa. Per questo nelle opere di lui si può dire perfetta ogni cosa, perchè ogni cosa risponde in esse a quello che forma il fine dell’arte, ritrarre l’ideale dalla bellezza del vero. Cotesto ideale temprato e diffuso per tutto il dipinto riesce, egli è vero, a farsi quasi una negazione del sublime ch’è sopra ogni legge e che non può fare a meno di avere in sè qualche sorta di disarmonia; ma io non vorrei che fosse Raffaello uscito da quella pacata e sempre uguale perfezione ch’è tutta sua propria. Alquanto più vecchio degli altri due sommi, Leonardo da Vinci cominciò pittore; ma poi trasportato dal genio suo speculativo, cercò il sublime per via di assidue meditazioni dell’intelletto e fece l’arte essere una forma della scienza. Poneva uno studio insaziabile in ogni parte di quello che avesse in mente di fare, dal volto del Cristo fino alla vernice dei suoi quadri, talchè distendendosi per tutta l’ampiezza del sapere, lasciò poche opere, che pure a lui valsero altissimo luogo.

Nel Buonarroti insieme con l’idea nasceva intera la forma, nè in ciò altri credo che lo arrivasse: di lui non abbiamo bozzetti nè studi pe’ quali salisse gradatamente alla espressione del suo concetto; e molte statue si direbbe lasciasse imperfette perchè alla vita di quegli abbozzi null’altro credesse potere aggiungere con la finitezza. Nelle prime opere di scultura si attenne al semplice dell’antica scuola, mostrando appagarsi di quello ch’è umano; e questa io credo che fosse in lui timidità giovanile. Ma nella figura tranquilla del David giunse al perfetto, e in quella e nel Bacco di Galleria vedi le membra in sè avere la necessità del moto, com’è nella vita. Michelangelo non fece mai professione che di scultore, tenendo quest’arte da più delle altre: chiamato da Papa Giulio a dipingere la grande volta della Cappella Sistina, ignorava le pratiche dell’affresco; ma tosto pervenne a fare l’opera più difficoltosa e la maggiore che abbiano vista i moderni secoli, e che gli antichi nemmeno avrebbero potuta sognare. Per lui dal perfetto si andò al sublime: dipinse le opere della Creazione, e il genio biblico mai non ebbe più alta espressione. Dio che scorrendo pei cieli divide la luce dalle tenebre, poi col tocco del dito suo infonde la vita nell’uomo che sorge: poi quelle severe figure dei Profeti in ampie vesti, dentro alle quali si vede la travatura di membra potenti: tutto questo insieme di alti concetti fatti palesi con la magnificenza di forme solenni, destava nel mondo nuova maraviglia. Non che altri Raffaello, allora sul colmo della gloria e della fama, si diede a seguire le orme del Buonarroti; e da quel giorno la pittura mutò le sue vie.

Avea Michelangelo trasceso il bello ed era andato più in là del perfetto, il che non può l’arte fare impunemente; quanto a sè aveva toccato il suo colmo. Le Sepolture in San Lorenzo dei congiunti di Leone X, perchè non traevano maestà dal subietto, non mostrano a noi che statue bellissime, nè altro egli voleva. Le figure di quei due giovani trattò in modo affatto generico, e forse con qualche segreto dispetto pose quattro nudi di non ben chiara significanza a stare a disagio sulle due grandi arche. Ma chiunque voglia da un marmo solo conoscere quale fosse il Buonarroti, guardi più volte il suo Mosè, poi vi pensi sopra, poi si dia ragione di quel che ha pensato. Non vi ha opera d’arte che presti alla critica più facile appiglio, nè altra ve n’è che ti lasci sì forte impressione: quel braccio dentro a cui tu vedi correre tanta e tale vita, quelle ginocchia potenti a salire il monte del Sinai ed a scenderne gravate di quelle tavole che saranno sempre divina legge alla umanità; quella lunga e strana barba, capriccio d’un genio fuor di ogni misura; quella faccia istessa dove all’uomo si aggiunge la vigoria d’un leone, ma dentro alla quale siede un pensiero più che umano; queste cose il Buonarroti avea trovate fuori dei confini che sogliono essere quei dell’arte. A lui non bastava quel che l’uomo vede, ma fuor ne traeva un’altra imagine con la mente, che aveva in sè stessa la verità sua; nè la figura del suo Mosè avrebbe cercata tra gli uomini. Dove anche si fosse dentro ai confini naturali, faceva lo stesso; nè credo che mai potesse un ritratto copiare dal vivo.

Già vecchio dipinse il Giudizio Universale nella parete della sua stessa Cappella Sistina, ch’è sopra all’altare; opera fra tutte vastissima per le innumerabili figure che vanno dal cielo fino all’inferno, ciascuna facendo parte d’un insieme e poste dentro a quello stesso ambito di luce per cui tutto il quadro si abbraccia in una veduta: nè Michelangelo fu mai tanto mirabile per la scienza dei nudi e per la novità e per l’ardire delle invenzioni. Volentieri egli dal sublime andava al terribile; i tempi nell’animo gli ponevano una tristezza da lui medesimo espressa più volte. In quella grandissima composizione, piuttostochè il giudizio della umanità risorta al bene ed al male, fece la condanna dei reprobi: in cima il Giudice irato e la Vergine spaurita, e gli Angeli con le loro terribili trombe, e pochi Santi: poi sotto subito il precipizio dei malvagi, e più sotto i loro tormenti già in esercizio, come nell’Inferno di Dante, dal quale gli piacque di trarre perfino Caronte con la sua barca; nè a lui fu vietato. Quest’opera, in mezzo a tante bellezze, mostrò che l’arte aveva passata la sua perfezione; l’aveva passata, ma pure spiegando potenza insolita fino allora. Quindi è che l’impronta lasciata da lui riuscì troppo forte; ma io per me credo giovasse alle arti infondere nella scuola dei quattrocentisti un nuovo fermento; e bene sarebbe stato alle lettere, se ad esse pure lo stesso avveniva.

Come architetto il Buonarroti fece i disegni di molti edifizi, fu consultato per grandissimi lavori, diresse le fortificazioni della città di Firenze. Nell’arte del costruire valentissimo sopra tutti, seguiva il suo genio quanto alle forme ed agli ornamenti, d’esempi classici si curava poco. Andava il pensiero suo alle opere smisurate: nelle dimore che fece in Carrara ed in Serravezza per attendere alla cava dei marmi, aveva immaginato di tagliare uno di quei monti con un suo disegno, per cui a guardarlo di lontano dal mare offrisse figura di un grandissimo Gigante accovacciato in quelle sommità. Nei venti estremi anni della sua vita fece la Cupola di San Pietro. Non che però si conducesse egli ad alzarla su quel fondamento che egli medesimo le aveva posto a tanto nuova e maravigliosa altezza; ma tutta l’opera del voltarla e del munirla fu condotta sopra i suoi modelli e con le misure da lui lasciate. Chi stando in terra nel centro del grande spazio, alzi su gli occhi girandoli per tutta la Cupola all’intorno, poi giunga a fermarli nel sommo punto dov’ella si chiude, crede il pensiero avere cedute le sue ragioni alla fantasia o crede esser egli nell’infinito. Quella Cupola fortunatamente rimase all’interno sobria d’ornamenti, e non perdè la sua grandiosità sublime. Volea il Buonarroti che tutta la Chiesa fosse a croce greca, chiudendo le tre grandi navate con una quarta d’eguale misura. Quella più lunga che venne fabbricata dopo alla sua morte, disturba non che l’economia di tutta la pianta, l’effetto ancora per cui la chiesa, com’è ingombrata di ornamenti costosi e importuni, appare d’assai minore grandezza pei molti inciampi e per gli inganni che incontra la vista. Se il primo disegno fosse stato mantenuto e che il nobile e grandioso vestibulo avesse introdotto a quella bene ragionata e sopra tutte magnifica base che il Buonarroti voleva dare alla sua Cupola, la chiesa accorciata sarebbe agli occhi apparsa più grande; e il pensiero religioso di tutto il tempio, che oggi ha perduto l’unità sua ed è interrotto da tanto incongrua varietà d’oggetti, sarebbe asceso riposatamente verso il cielo. Michelangelo Buonarroti moriva di presso che novant’anni a’ 18 febbraio del 1564; nel giorno medesimo (come ora è accertato) nacque Galileo.