Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli, e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi. Nè quel suo Principe educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli.
Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri. Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro. Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne concessa.
Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere, ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la fortuna e vedere se la se ne vergognasse; e dopo lungo esercizio in cose di Stato, ambizioso di servire a chi reggeva: ammirato e vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia: ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate, grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione, come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia: come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale l’Italia.
Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli, non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta, esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria. Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia.
Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici; poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile; per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e consiglio che nulla lasciano da desiderare.
In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi, discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso, quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia: niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli. Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza; ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra.
Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno, ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore. Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro, superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento; a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale non s’era per anche indurita in colpe maggiori.
Era il governo per lui un fatto, nè alla libertà credeva, nè alla virtù delle forme. Di genio andava con gli Ottimati, pel grande dispregio in che ebbe i Consigli e i voti popolari; non si vede però che cercasse, come altri al suo tempo, fondare un governo sull’esemplare dei Veneziani; ma costretto stare co’ Medici, che egli non amava, questo solo avrebbe voluto, che sotto a quell’ombra governassero i più capaci, primo egli fra tutti. Non gli repugnava dare al Papa il consiglio di porre lo Stato di Firenze in mano a pochi senza temerne pericolo; perchè (diceva egli) quei pochi avendo il campo libero agli arbitrii, saprebbero anche d’essere in odio all’universale; il che gli terrebbe più stretti a quella Casa il cui nome era una forza. Cotesti consigli non erano buoni: ma peggio fu quando i Medici essendo tornati principi, si trovò a questi sospetto, come uomo troppo alto locato, intanto che a lui rodevano il cuore le ire superbe contro agli uomini popolari che avevano osato sì a lungo resistere. Allora i consigli da lui dati al Papa, che sono impressi in più discorsi, mostrano ch’egli nè avrebbe voluto un principe effettivo, nè altro saputo raccomandare se non quel suo solito governo di pochi. Ma era troppo tardi; e già Clemente, si era sentito le mani libere quando ebbe visto l’Italia tutta ammutolita dalle armi straniere; e il Guicciardini, che ad ogni modo era costretto a volere lo Stato de’ Medici, sfoggiando in durezza e inacerbito dalle private sue passioni, fu crudele nel confinare chiunque avesse potuto dare ombra. Ma pure temeva si potesse dire che aveva fatto poco; del che si scusava col mettere fuori la necessità «di mantenere viva la città a fine che questo non sia uno Stato senza entrate, che non vuol dir altro che un corpo senz’anima.» Il Guicciardini lasciava di sè memoria odiata nella patria sua.