Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo; e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso era un preludio vergognoso di giorno più tristo.
Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega, tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto. E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva; e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma; e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva, e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era) l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca.
Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po, cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria, dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese, il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi, fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente, devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire: un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa, nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona, uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte provvedimento sarebbero stati una mattina presi nel letto: il Papa invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi: e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e San Pietro.[154]
Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali, ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa; il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo, confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali. Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case, le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti, di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati, gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani, il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno; prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di Firenze già era caduto di mano a Clemente.
Capitolo VII. NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI. DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE.
Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di mannerino, che a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati. Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.» I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri: quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava.
Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì «e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine, e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto, a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato lo Stato in Firenze.
Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano. «Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.»
Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che «a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo, gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi, ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del Machiavelli.
Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero. Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne, la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie; conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’Arte della Guerra, i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano; volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase, quanto alla pratica, di nessun effetto.