Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato. Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto. Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio, scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla fortuna che a lui parvero mancar sempre.
Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua, diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta, mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino. Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144]
Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente. Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime estorsioni.[145]
A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata, era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali, quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi; ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna, e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina.
Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia, il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano. La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia; il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi ritenuto con grande ossequio e buona guardia.
Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia. Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi. Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua, tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più sicurezza.
Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria, che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’ 18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per questo modo anche l’onore.
Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia, Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno; ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico degli Imperiali.
Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia, donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno, da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso. Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia, che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello; nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però, nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse a Gaeta dov’era diretto.[150]
Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine, uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151]