Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro, espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’ Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti; Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131]

Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato; laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni, perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere, al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani. S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati. Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore: il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così fatte dimostrazioni furono molti che non crederono.

Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati, soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio. Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove. Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa, furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli, tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini; ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà, invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma: il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi, temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di fanti.[133]

In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro, e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco, deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che seguitava la parte spagnola.

Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco: ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico; e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi, dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla; dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in quella Roma il miser uomo avea trista vita.

In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero: imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila, a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si astenessero dalle violenze.

Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano, al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani, privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione. Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri in quella regione.[138]

Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario, patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’ 19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141]

In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza, la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe; e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi, per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città.

Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette; intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati, cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune, persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere la riapertura del Consiglio grande.