In questi tempi era una grande contesa in Europa. Vacato l’Impero per la morte di Massimiliano nei primi giorni dell’anno 1519, facevano forza per esservi eletti Carlo di Spagna e Francesco I, giovani entrambi e potentissimi; quello dei due che fosse asceso all’Impero, avrebbe grandezza da molti secoli non mai veduta. La scelta era in mano dei sette Elettori, i quali mettevano i voti loro a caro prezzo; nel che avea posta la sua speranza il Re francese, che intanto si era con le armi accostato al luogo della elezione. Ma gli era contraria nella opinione degli Alemanni quella stessa contiguità tra le due nazioni, cagione di guerre tra Francia e Germania; gli Spagnoli erano più lontani, e Carlo Arciduca, tedesco di nascita e di famiglia, era destinato dall’avo ad essergli successore per mezzo di pratiche aperte già prima da Massimiliano; tantochè al giorno della elezione facendo concorso con le armi i principi e le città libere, ai 28 giugno il nuovo eletto Imperatore pigliava nome di Carlo Quinto.

È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole, sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò, aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo.

Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione, portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più gradito d’unirsi invece all’Imperatore.

Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega, che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione promette osservarla verbo romani pontificis. Non poteva essere infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici. Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126]

Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono) arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza, per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega, già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza, per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo, deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra, portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri danni ferocissimo capitano.

Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani, e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra ’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici, il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano. Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano sotto al dominio della Chiesa.[128]

In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana. Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129] intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione: cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto degli altri, ricadevano sopra di noi.

Capitolo VI. FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]

La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo, essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino. L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più giorni.

Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto, gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione, fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto, di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di mare.