In Firenze la novella di questa elezione recata, forse per segnali, la sera stessa «messe tutta la città per allegria sottosopra, pazzeggiando ciascuno di qualunque etade e sesso. Si festeggiò in pubblico e in privato: rupponsi le Stinche, e tutte le altre carceri della città; liberarono gli Otto e la Balia tutti i confinati per la congiura.» Aveva il Cardinale Soderini, sagacissimo come egli era nell’antivedere i suoi privati vantaggi, favorita sino dal principio l’elezione del Medici; e questi avendola tosto con Breve onorevolissima annunziata a Piero Soderini che per sospetto de’ Ragusèi si era sottratto in terra de’ Turchi, gli fece invito che si recasse a vivere in Roma: il che essendo da questi accettato, dimorò l’antico Gonfaloniere della Repubblica all’ombra del Papa, sinchè non moriva in Roma stessa più anni dopo:[107] tutti i Soderini furono in patria restituiti. «Tali benefizi ricevuti da tali famiglie, le speranze concepite da’ mercatanti, dagli artefici, dai negoziatori, al guadagno; le dignità, le utilità già rapite col pensiero dai parenti e dagli amici dei Medici; facevano un’armonia di tanta satisfazione universale, che il pensiero della Repubblica pareva sparito dagli animi di ciascuno: però rivoltisi universalmente alla osservanza dei Medici, s’ingegnava ciascuno di guadagnarsi la grazia loro, o almanco di non essere per avversario notato.[108]»

Della famiglia dei Medici allora molto numerosa chi ponga insieme le affinità e le aderenze, Giuliano era dopo alla esaltazione del fratello andato in Roma con cento cavalli, separatamente dalla grande ambasceria che in nome della città doveva fare ubbidienza al nuovo Pontefice. Giuliano ben tosto creato Gonfaloniere della Chiesa rimase in Roma, nè delle cose di Firenze s’impacciò mai, come poco atto alle difficili brighe di quel Governo. Il Papa ordiva cose maggiori per il fratello che, vivo ancora Luigi XII, divenne marito a Filiberta di Savoia, della quale una maggiore sorella, di nome Luisa, era madre di Francesco duca d’Angouleme, che poco dopo fu re in Francia. Il primo nato dei figli del magnifico Lorenzo, Piero che affogò nel Garigliano, avea lasciato dall’Alfonsina degli Orsini un figlio, anch’esso di nome Lorenzo, in età allora di venti anni. Questi, già con gli zii tornato in patria, fu per accordi passati in famiglia destinato dal Papa a tenere lo Stato di Firenze. La forma fu quella stessa che, dall’avo istituita, lasciò di sè molto gloriosa memoria: un Consiglio di Settanta aveva la somma di tutto il Governo; da quello si andava ad un altro Consiglio chiamato dei Cento, ma che per le molte aggiunte saliva a maggior numero, e cui spettava decretare le spese e le leggi: questo Consiglio era scelto anch’esso tra gli amici della Casa Medici e tra quelli che poco temuti si volevano onorare, o che si cercava di guadagnare: il Gonfaloniere a due mesi; la Signoria e i Collegi si traevano dalle borse formate con ogni studio per cotesti Magistrati: rimase in piedi la Balia con la potestà sua di rinnovare le borse e provvedere ai casi più straordinari. Il giovane Lorenzo usava da principio modi civili; facile alle udienze, andava in Piazza la mattina di buon’ora con accompagnamento di staffieri e intorno giovani che a lui più erano familiari; udiva i casi che nascevano, raccomandava ai Magistrati fare a tutti eguale giustizia. Con questa figura di capo della Repubblica, e sopra ogni cosa con la grande potenza del Papa cui Firenze era come un privato suo patrimonio, stavano aperte larghe le vie agli ambiziosi, che sono i principi dei paesi liberi. Nel libro pubblico del Priorista è scritto con quella nuova forma di Governo la nobiltà essersi vendicata e ridotta in libertà, riformando lo Stato secondo la volontà degli ottimati e dei patrizi.[109] Ciò propriamente non era vero, ma veniva al fine stesso quando in Roma alle dignità e alle grandi faccende civili o ecclesiastiche erano chiamati gli uomini più ingegnosi, che molti ne aveva Firenze, e un Papa fiorentino volentieri gli adoperava portandoli alle dignità maggiori, o ad essi fidando le cose più gravi. In questo muoversi e salire che allora si fece, gran parte del popolo era tirata o dai guadagni o da quella sorta d’allucinamento che dà la grandezza; nel fondo amavano la Repubblica, ma con pensieri disuniti, e ciascuno andando per vie diverse, ed i pensieri personali avendo più forza dei pubblici: vi erano uomini incorrotti, vi era una plebe ingenua e temprata sulle dottrine del Frate, la quale aveva spavento dei vizi levati in alto, e si atterriva pensando ai gastighi che pure una volta doveano scendere. Un predicatore in Santa Croce gli annunziava con tanto tremendi colori che tutta la città ne fu compresa. I cortigiani ed i gaudenti corsero al riparo; ed oltre all’avere proibito siffatte prediche e devozioni, empirono la città di mascherate, trionfi e giostre, formandosi in compagnie, che l’una si chiamava del Diamante, l’altra del Broncone, imprese dei Medici: rappresentavano que’ trionfi il secolo d’oro, che ad essi pareva tornato al mondo; si fecero cavalieri con gran pompa e da lunghi anni disusata: le feste disordinate o scandalose dispiacevano ai più severi.[110]

Apparteneva alla famiglia dei Medici Giulio, figlio naturale del primo Giuliano, e nato dopo all’essere ucciso il padre suo nella Congiura dei Pazzi, l’anno 1478. Fu egli educato insieme co’ figli di Lorenzo, e visse dopo all’esiglio nella corte del Cardinale con le insegne di cavaliere di Rodi. Quando le pratiche pel ritorno di Casa Medici cominciarono, fu egli di queste principale autore: andò col Bibbiena travestito a conferire nella villa di Nipozzano con Anton Francesco degli Albizzi; e seco e con gli altri congiurati mantenne dipoi segreto carteggio. Tornato in patria, fu sostituito a Paolo Vettori nel comando di quelle milizie che aveano la guardia del Palazzo pubblico; fatto Papa il cugino, fu egli suo principale strumento e lo dicevano consigliero dei maggiori negozi. Quando fu nominata l’ambasceria dei Fiorentini al nuovo Pontefice, dovea presiederla Cosimo dei Pazzi arcivescovo di Firenze. Ma questi moriva subitamente; e perchè intanto si dissero fatte rivelazioni di aderenze che il Pazzi avesse nel fatto del Boscoli, sospetti allora troppo frequenti nacquero intorno a quella morte. Leone bentosto dava l’arcivescovado a Giulio dei Medici, che indi a non molto fu Cardinale. Quattro erano in quella prima promozione, dei quali tre fiorentini, Giulio dei Medici e Lorenzo Pucci Datario e Bernardo da Bibbiena, che con l’ingegno e la destrezza molto avea fatto per la elezione del suo gran patrono, del quale era stato Segretario nel Conclave. Giulio divenne Vicecancelliere, ed era ogni cosa nel papato del cugino, avendo in sue mani la direzione anche del governo della Repubblica di Firenze.

Le cose intanto di Lombardia erano oltremodo travagliate, sebbene già negli ultimi giorni del precedente anno Massimiliano Sforza per le convenzioni di Mantova fosse venuto al possesso del ducato di Milano. Seco erano il Vicerè spagnolo e in nome di Cesare il Vescovo Gurgense e i rozzi deputati dei Cantoni degli Svizzeri, temuti allora sopra ogni altro: avevano forma di governo regolare, tantochè andavano alle loro Diete ambasciatori di alto grado mandati dai Principi, ciascuno bramosi d’avere seco le armi loro. A discrezione di tutti questi regnava in Milano il nuovo Duca giovinetto di venti anni, misero d’animo e di corpo: i Milanesi questo guadagno aveano fatto, d’avere a pagare oltre ai soldati forestieri anche una Corte fastosa e impotente.[111] Quando poi scese un altro esercito di Francesi condotti da La Tremouille e dal Trivulzio marescialli, ai quali si era già stretta in lega la Repubblica di Venezia; ribellandosi Milano ed altre città lombarde contro a quel falso governo del Duca, non rimase a questi altro scampo che rinchiudersi in Novara, dove l’esercito degli Svizzeri in grande numero si fortificava; talchè i Francesi, tiratisi un poco indietro, aspettarono la battaglia. Fu questa oltre modo feroce: gli Svizzeri avendo con infinito sangue conquistate le artiglierie dei Francesi, le voltarono contro ad essi, facendo strage massimamente dei lanzichenecchi odiati da loro quasi con odio di consanguinei; periva la nobile gendarmeria francese o si disperse in fuga vilissima. Il vinto esercito ripassava le Alpi, e frattanto aveano i Francesi perduto anche Genova; ed altri Svizzeri, uniti questa volta con altri Tedeschi, assediavano in Digione l’avanzo francese condotto dal La Tremouille, il quale scampava per grossa somma di danari e promettendo l’abbandono delle fortezze che in Italia si tenevano tuttavia nel nome di Francia. Luigi XII aveva nel tempo stesso con gli Inglesi guerra infelice presso alle coste della Manica; il re Scozzese Giacomo IV, venuto a recare aiuto ai Francesi, periva in una di quelle battaglie. Venezia rimasta sola, non però cedeva dalla consueta sua fermezza: si era l’Alviano rinchiuso in Padova; Treviso e Crema si tenevano per la Repubblica; ma fuori di queste, le città e campagne erano devastate barbaramente da Spagnoli e da Tedeschi infino all’orlo della laguna; le palle spagnole aveano una volta cercato l’antico palazzo dei Dogi. Usciva l’Alviano, e campeggiando felicemente sosteneva la guerra ineguale, tantochè l’Imperatore dovette ritrarsi, e Raimondo da Cardona faceva svernare i suoi soldati nei colli Euganei presso a Padova. Il Papa in questo abbassamento dei Francesi si raccostò ad essi, tra Spagna ed Austria già preparandosi quella terribile congiunzione che fu all’Italia servitù: cercò pertanto di rappacificare co’ Veneziani l’Imperatore; ma più efficace delle sue pratiche fu la virtù del Senato di Venezia, che non atterrito nemmen da un incendio che avea consumato la miglior parte e la più ricca della città, ripigliava con l’anno nuovo la guerra con buoni successi, avendo l’Alviano disperso le armi Spagnole e vinto nel Friuli quelle dei Tedeschi: Renzo da Ceri, anch’egli di Casa Orsina, teneva fortemente Crema e con essa quel lembo estremo della Repubblica.

Essendo morto Luigi XII il primo giorno del 1515, succede al regno Francesco I, il quale per essere anch’egli del ramo degli Orléans aggiunse al titolo di Re di Francia quello di Duca di Milano; giovane ch’era nel ventunesimo anno, del corpo bellissimo, nutrito di spiriti cavallereschi da trarsi dietro gli animi dei Francesi. Deliberò tosto scendere in Italia; e già nell’estate varcava le Alpi, conducendo con ammirazione di tutti l’esercito per valli insolite ed inospite, perchè gli Svizzeri occupando fortemente Susa gli aveano impedito le vie consuete del Monginevra e del Cenisio. Avendo colto all’improvviso Prospero Colonna ch’aveva il comando pel duca Massimiliano, lo facea prigione; ed occupata la Lombardia fino alle porte di Milano, si affrontarono i due eserciti presso Marignano, con tanto valore da ambe le parti, che al Trivulzio parve diciotto battaglie che aveva vedute essere state appresso a questa giuochi da fanciulli. Fu la vittoria due giorni disputata; ma infine l’avanzo degli Svizzeri, la maggior parte uccisi, non fuggitivo ma con virtù che non si crederebbe in uomini avvezzi a fare ogni cosa per moneta, si ritrasse. Milano fu sgombro, e Massimiliano Sforza, ceduto il castello e rinunciando allo Stato suo, patteggiò vivere oscuro in Francia con la provvisione di settantadue mila lire tornesi all’anno: ne’ primi d’ottobre il re Francesco entrava in Milano.[112]

Al cominciare di questa guerra Leone era stato ambiguo e sospeso a quale parte volgersi: avea lega col Re Cattolico, ma lo intimoriva quel forte esercito dei Francesi e quell’ardore. Teneva inoltre col re Francesco segrete pratiche, disegnando con armi unite conquistare sugli Spagnoli il regno di Napoli e darne a Giuliano suo fratello la corona. Ma perchè il Re si era mostrato risolutamente avverso a quel partito,[113] creando Giuliano solamente duca di Nemours; teneva il Papa in mano altre fila per fargli uno Stato di qualche importanza di qua dal Po, mettendo insieme quelli di Parma e Modena e Ferrara, la quale anelava torre agli Estensi. Gli conveniva da un altro lato avere qualche rispetto alle cose di Firenze, dove l’appressarsi del Re francese destava gli animi a nuovi pensieri, perchè all’antica inclinazione dei Fiorentini si aggiungeva il gran capitale che avevano in Francia sulla piazza di Lione e per le rive del Rodano: quivi gli antichi traffici s’erano accresciuti per le molte case di fuorusciti che mantennero in Lione allora e per lungo tempo una colonia divenuta francese, ma sempre avversa ai Medici e speranza di quanti in Firenze fossero amatori di libertà. Leone infine deliberato di osservare la lega con Spagna, mandava col gonfalone e coi soldati della Chiesa Giuliano a Piacenza, della quale aveva fatto Governatore Goro Gheri pistoiese:[114] ma intanto Lorenzo anch’egli voleva essere qualcosa, nè a lui bastando avere in Firenze il nome di Capitano, convenne anche dargli soldati da condurre. Il Papa era tirato in più parti dalle ambizioni dei suoi parenti; ma bentosto Giuliano essendo da inferma salute costretto partirsi, lasciava il campo libero al nipote, cui s’aggiungeva, in qualità di Commissario de’ Fiorentini, Francesco Vettori. Doveano essi fare mostra di guerra senza venire a effetti: chiedeva istantemente il Cardona passassero il Po, ma il Vettori accortamente cavava Lorenzo d’impaccio negandogli il soccorso delle genti fiorentine. Seguita la grande vittoria di Marignano, Lorenzo mandava al Trivulzio Benedetto Buondelmonti, già essendo presso al Re nunzio per il Papa Lodovico Canossa vescovo di Tricarico. Si venne quindi a un trattato pel quale Parma e Piacenza erano date al Re come facenti parte del ducato di Milano, con più altri accordi che, ratificati dal Papa, condussero ad una amicizia tra lui e Francesco, promettendo questi di recarsi a fare ossequio al Papa in Bologna, dove Leone intendeva condursi a riceverlo. Pei Fiorentini al Re andavano ambasciatori in Milano Francesco Vettori e Filippo Strozzi.[115]

Leone X, che si recava per la via di Toscana ad aspettare il re Francesco, rimase tre giorni presso a Firenze nella villa dei Gianfigliazzi a Marignolle, sinchè gli apparecchi nella città fossero compiuti. Aveano all’entrare abbattuto l’antiporto perchè vi capissero il Papa ed il seguito, nel quale erano diciotto Cardinali; per tutte le strade archi trionfali con ornati, emblemi e figure, opere dei grandi Artisti che aveva Firenze.[116] Leone discese nell’alloggiamento solito dei Papi a Santa Maria Novella; poi continuava la via per Bologna. Quivi stettero più giorni il Papa e il Re nella stessa casa, con segni scambievoli di grande fiducia e conferendo tra loro due soli: pensava Francesco a ripigliare i suoi diritti sul regno di Napoli; e quanti disegni si facessero tra loro, e quanto palleggio di città e di Stati cosicchè potessero trovarvi entrambi il conto loro, non è possibile indovinare. Convenuti di abolire la così detta prammatica sanzione per cui si reggeva la Chiesa di Francia, fecero accordi nei quali il Papa e il Re avevano i guadagni loro, ma parve ingiuria a quella Chiesa. Quando si furono dipartiti, il Re, licenziato l’esercito e stato poco a Milano, tornò in Francia: il Papa, venuto a Firenze pei giorni del Natale, vi dimorò qualche settimana nel Palazzo dei Medici, ed era già in Roma nel febbraio del 1516. Pochi giorni dopo moriva nella Badia di Fiesole senza figli Giuliano de’ Medici: era il migliore della famiglia, di vita placida, grande spenditore, tenendo intorno a sè uomini ingegnosi, ed ogni nuova cosa voleva provare. Leone in quel tempo aveva già fermo nell’animo di privare del ducato d’Urbino Francesco Maria della Rovere, al che Giuliano si opponeva per la memoria del grazioso rifugio ch’egli ebbe in quella Corte, dov’era il seggio d’ogni eleganza[117]. Ma in casa Medici assai poteva l’Alfonsina degli Orsini, vedova di Piero, donna imperiosa, cui non bastava pel figlio Lorenzo il grado tenuto da lui in Firenze. Usciva condanna contro al Della Rovere, che lo spogliava per fellonia del feudo d’Urbino; e il Papa ne dava a Lorenzo dei Medici l’investitura, commettendo a lui di farne l’acquisto con le armi: il che non fu cosa di molta fatica, e il duca Francesco Maria con la moglie e figli si ridusse in Mantova presso al marchese Francesco suo suocero.

In Lombardia, dopo che il Re fu partito, Massimiliano imperatore continuava quella sua guerra contro i Veneziani, ai quali prestavano aiuto debole i Francesi. Aveva il Cardona sgombrato la Lombardia, quando la morte di Ferdinando d’Aragona faceva re unico di tutte le Spagne Carlo suo nipote, giovinetto che per gli anni andava col secolo e aveva dal padre la signoria delle Fiandre. Il Cardinale Ximenes reggeva lo Stato, e conchiuse con Francia una tregua che divenne pace, cui aderiva a contro genio l’Imperatore. Per questa pace i Veneziani, che prima avevano riacquistata Brescia, riebbero ai primi dell’anno 1517 anche Verona: dopo bene otto anni di guerre crudeli e di costanza, l’antico Stato di Terraferma tornava intero alla Repubblica di Venezia, ma guasto, misero, devastato, e mentre i commerci pigliando altre vie mancavano a quella regina dei mari. D’allora in poi la veneta sapienza non ebbe più altro che un solo pensiero, protrarsi la vita; e fu grandissima sua lode averla condotta fino all’estrema decrepitezza, dopo alla quale non è che la morte.

La pace tra’ grossi potentati che si disputavano l’Italia, lasciava oziosi molti soldati spagnoli, guasconi, tedesche, svizzeri, italiani, soliti a vivere della guerra. Vi erano poi gentiluomini delle più illustri famiglie italiane, i quali faceano loro mestiere le armi, seguendo chi l’uno chi l’altro principe; condottieri che differivano dagli antichi, perchè non avevano compagnia stabile di soldati che gli seguitasse: di essi taluni s’erano acquistata insigne fama di capitani. Tra questi era in Mantova Federigo da Bozzolo, di Casa Gonzaga, il quale diede animo a Francesco Maria Della Rovere di ricuperare lo Stato d’Urbino: entrambi fecero aggradire cotesto disegno a Odetto di Foix, signore di Lautrech, preposto allora dal re Francesco al governo di Milano. A lui pareva che fosse bene indebolire le forze del Papa, il quale tenendo tanto grande Stato e posto nel cuore d’Italia in mezzo tra i Francesi e gli Spagnoli, poteva, se l’occasione gliene venisse, intendere l’animo a cose maggiori: avea mostrato poco rispetto al Re col negare al Duca di Ferrara la restituzione di Modena e Reggio, e fare contro alle istanze sue l’impresa d’Urbino. Per queste ragioni Lautrech diede mano a Francesco Maria ed a Federigo, i quali con grande numero di quei soldati d’ogni nazione invasero la Romagna, e quindi entrati su quello d’Urbino, recuperarono facilmente lo Stato intero pel grande amore che aveano quei popoli alla casa Montefeltra, solita reggerli con mansuetudine. Leone a quell’improvviso assalto richiese d’aiuto i Re che si erano a lui collegati, e si mostrarono molto freddi; assoldò i migliori di quei Capitani, Renzo da Ceri, Vitello Vitelli, Guido Rangone, parte in nome suo, parte dei Fiorentini, obbligando a seguitarlo Gian Paolo Baglioni per la dipendenza che avea dalla Chiesa; ma le paghe non si facevano perchè il danaro andava profuso dal Papa e dai suoi. Lorenzo dei Medici guidava l’impresa, poco ubbidito dai Capitani, i quali cercavano tirarla in lungo, perchè dallo stare sull’armi ottenevano oltre ai guadagni anche reputazione. Vi furono scontri e assalti vari di castelli; in uno dei quali Lorenzo ferito gravemente nella testa, dovette lasciare il campo e farsi curare in Ancona: invece sua era mandato dal Papa il Cardinale Bibbiena, ingegno pronto a ogni cosa, ma di guerra non s’intendeva. Dopo alcune settimane Lorenzo venuto a Firenze dove lo dicevano già morto, ritornò al campo: Francesco Maria, rinvigorito d’altri soldati che per non essere pagati lasciarono il Papa, gli conduceva per le città della Marca, dalle quali aveva danari in via di riscatto. Entrato nell’Umbria e avendo trovato a lui connivente Gian Paolo Baglioni, assaltò Anghiari nella Toscana, e avrebbe condotte le cose del Papa a mal partito, se avesse avuto soldati che da lui veramente dipendessero. I due Re uniti per la difesa di Leone, avevano entrambi sospetto di lui, e l’uno dell’altro gelosia grandissima, ond’è che cercarono finire la guerra. Dalle due parti erano Spagnoli, i quali Francesco Maria temette non s’accordassero a tradirlo: costretto pertanto abbandonò al Medici il ducato, avendo ottenuto con l’interposta dei due Re portare seco le artiglierie e tutte le robe sue, e nominatamente la Libreria che Federigo da Montefeltro suo avolo aveva raccolta in Urbino. Quella guerra continuata per otto mesi aveva costato al Papa ottocentomila ducati d’oro, pagati la maggior parte dai Fiorentini, ai quali più tardi Leone cedeva in via di compenso la Fortezza di San Leo col Montefeltro e il Piviere di Sestino.[118]

In quella pace tra’ Principi cristiani, e poichè vana riusciva ogni pratica di fare lega contro al Turco, due cose cercava Leone ogni volta che l’occasione gli se ne offrisse; domare l’avanzo degli antichi feudatari della Chiesa, ed in Toscana fondare alla Casa dei Medici un principato. Nei primi tempi che fu Papa, col minacciare di guerra i Lucchesi ottenne restituissero ai Fiorentini Pietrasanta. Volendo inoltre assicurarsi di Siena, cacciava con le armi Borghese Petrucci figlio di Pandolfo che la teneva come in signoria, facendo lo Stato passare in un altro di quella famiglia discaro ai Senesi, ma che era tutto sua creatura. Del che pigliò tanta indignazione il cardinale Alfonso Petrucci fratello di Borghese, che minacciava con parole furiose la vita stessa del Papa, fino a dire che lo avrebbe un giorno ucciso di sua mano in mezzo del Concistoro. Essendosi inoltre offerto a Leone di fare venire da Firenze certo famoso chirurgo perchè lo curasse di una fistola che lo molestava, fu detto avesse pagato il chirurgo che lo avvelenasse. Temendo il Petrucci quindi per sè stesso, fuggiva di Roma; dove tornato poi con salvocondotto, e imprigionato e sottoposto ad un processo, moriva in carcere: altro cardinale Bandinello Sauli, amico d’Alfonso, e condannato come lui, ebbe poi grazia della vita. Raffaello Riario, dei più vecchi nel Cardinalato, e soprattutti magnifico, il quale confessò avere conosciuti i propositi del Petrucci, fu privato del grado, che riebbe quindi per danaro, ma senza voce nel Concistoro: per somigliante motivo Adriano da Corneto fuggiva, e nulla di poi se ne seppe: il Cardinale Soderini si ricovrò fuori dello Stato della Chiesa: furono in Siena squartati alcuni minori complici.[119] Dopo ciò il Papa fece un atto di molta risolutezza, il quale può dirsi venisse a mutare sostanzialmente le condizioni del Sacro Collegio; facea promozione di trentun Cardinali, contro all’usanza, tutti in un solo giorno. Prima il Collegio era di pochi e a lui poco amici, ma ora il molto numero abbassava la soverchia potenza d’alcuni. Tra’ nuovi eletti erano uomini di qualità varie; insieme ai parenti del Papa e agli amici, v’erano ecclesiastici dei più autorevoli per bontà e dottrina, e alcuni nobili delle antiche famiglie romane lasciate in disparte quando erano più temute: raccolse il Papa dai promossi, com’era consueto, forte somma di danaro. Frattanto, e finchè gli bastò la vita, seguiva Leone gli antichi disegni di Giulio e suoi contro al Duca di Ferrara, cercando in più modi torgli lo Stato. Contro a Gian Paolo Baglioni aveva più accuse in pronto: lo chiamò in Roma a purgarsene con gran promessa di sicurezza; ma fattolo chiudere in Castel Sant’Angelo, e ricercati per via di processo i molti e grandi peccati che aveva, gli fece mozzare il capo: d’allora in poi Perugia fu sottoposta al Governo immediato della Chiesa. La sorte medesima, o poco dissimile, avvenne ad altri tirannucci; e quindi il seme di questi spegnevasi in tutta l’Umbria e nelle Marche.[120] Il duca Lorenzo dei Medici teneva lo Stato in Firenze.[121] Dal re Francesco ebbe in moglie una fanciulla di sangue congiunto al sangue reale, Maddalena dei Conti di Boulogne e dell’Alvergna: si celebrarono con gran pompa le nozze in Parigi, dove Lorenzo tenne a battesimo un figlio del Re. Tornato in patria, fra tante grandezze mutava contegno: viveva da principe, aveva una corte, non soffriva l’eguaglianza cittadina, male si appagava di quella mezzana signoria; si consigliava con Filippo Strozzi suo cognato e con Francesco Vettori, uomini più da corte che da repubblica. Ma vietava il Papa a lui di scuoprirsi, e di quel vivere gli faceva colpa: Goro Gheri, segretario del Duca ed uomo di grande maneggio, molto intendente delle faccende, tutto devoto a Casa Medici, dipendeva dal Papa e dai suoi più autorevoli consiglieri, tenendo carteggio con essi continuo.[122] Imposto al Duca dalla volontà del Papa, gli era necessario quando i piaceri e quindi la malattia lo distraevano dal governo. Ma intanto in Firenze mutavano i costumi, andavano i giovani a quella parte dove era vita più gaia e più sciolta; molti disdegnando gli antichi cappucci, portavano barbe alla francese, divenuti gentiluomini della Corte, o lancie spezzate. Piacevasi il Duca di avere attorno soldati, massime poi quando la presenza in Italia dei Francesi temeva potesse ridestare le speranze dei molti ch’erano a lui contrari. In quel tempo il Papa e Giulio cardinale, non si tenendo ben fermi nella città, domandavano pareri intorno al modo che fosse migliore a governarla: ne abbiamo a stampa uno di Francesco Guicciardini, dove lodando il confidarsi a uno Stato largo, descriveva i modi che fossero atti a tenerlo stretto in mano di pochi.[123] Ma bentosto, per vecchi morbi e continui vizi, Lorenzo infermava; divenuto d’altiero salvatico, non tollerava compagnia d’altri che del cognato Filippo Strozzi e di un buffone che gli era conforto nelle ultime ore. Si moriva egli a’ 4 maggio 1519; e sei giorni prima era morta la moglie sua, dopo avere partorito una figliola di nome Caterina che fu poi famosa regina di Francia:[124] — con lui si spense la stirpe maschile del vecchio Cosimo e di Lorenzo. Il Cardinale, venuto da Roma, pigliava lo Stato in mano sua, ma con modi tutti differenti: nel Palazzo dei Medici era un fare più semplice, una compagnia più grave, ai Magistrati mostrava riverenza; fece andare per tratte non pochi uffici ch’era invalso creare a mano e ad arbitrio. Quando il cardinal Giulio de’ Medici stava in Roma, sia per l’ufizio della Vicecancelleria, o perchè il Papa si era avvezzo averlo vicino, reggeva invece di lui lo Stato il cardinale Silvio Passerini di Cortona.[125]