Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma, si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura: compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò, tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi, i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina: edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici. Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua, dov’era caduto infine dall’antica stima.[94]

Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome, famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa, chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere, che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui, ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97]

Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri, nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro, e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto; e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere sospese le sorti quando è necessità trabocchino.

In mezzo a quella trepidazione il Soderini, avvezzo dal popolo a trarre i consigli, radunava per modo di Pratica il Consiglio grande, al quale con molto bella orazione avendo esposto quello che da parte della Lega fosse domandato alla città, disse: quanto a sè essere egli pronto a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse. Poi fece dividere il Consiglio per Gonfaloni, perchè ognuno dentro al suo Gonfalone liberamente dicesse l’animo suo. Tutti affermarono gagliardamente, che voleano mettere il sangue e la roba per la difesa di quel Governo: così ogni accordo fu rifiutato.[98] Aveva il Cardona chiesto cento some di pane pel vitto delle sue genti; si adunò Consiglio e i pani gli furono negati, confidando i popolani di costringerlo a fuggirsi, ed i segreti macchinatori godendo in tal modo fare prevalere partiti che fossero di poca prudenza. Ond’egli, astretto dalla penuria, si gettava con tutto l’impeto contro a Prato, e tra ’l valore de’ suoi e la fortuna e il poco animo dei soldati che v’erano dentro, rotte le mura, faceva ai suoi affamati invadere quella misera terra. Crudelissime sopra tutte furono in Italia le invasioni delle armi Spagnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul sacco e sulla ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni del Sacco di Prato, dove per la ferità degl’invasori è certo che barbaramente perirono uomini e donne e fanciulli in più centinaia; non perdonato alla pudicizia delle vergini chiuse nei chiostri; le robe sanguinose dei Pratesi portate a vendere in Firenze; i cittadini anche mezzanamente facoltosi fatti prigioni e menati attorno finchè non pagassero le ingorde taglie, venduti anche a uomini peggiori dei soldati stessi, che speculavano sulla crudeltà dei trattamenti per cavarne lucro più ingordo: quel miserando giorno fu il ventinovesimo d’agosto.[99]

A quell’annunzio un terrore grande occupò gli animi in Firenze; svaniti ad un tratto quei diciott’anni di libertà goduta, nessun consiglio che fosse buono, ridotta a nulla l’autorità del Gonfaloniere. Aveva questi chiamati in Palagio e ivi fatti sostenere circa venticinque amici e parenti di Casa Medici. Ma dovea la libertà cadere per mano di quelli che più aveano obbligo d’esserne difensori: alcuni giovani di famiglie nobili, di quelle medesime che aveano fondato il Governo popolare, perduti pei debiti, audaci d’animo e insofferenti di vivere in quella libertà dimessa, entrati in Palagio, salirono fino alle camere dove il Soderini stava come uomo abbandonato: primi e più arditi furono Paolo Vettori e Baccio Valori, nome infelice alla sua patria e infine a sè stesso. Costoro da prima chiesero al Gonfaloniere che rilasciassero i venticinque; il che ottenuto con le minaccie, se ne andarono per allora: ma poi tornarono in maggior numero, ed in arme, ed era con essi Francesco Vettori fratello di Paolo, il quale ai Magistrati e al Gonfaloniere impaurito offerse, purchè egli uscisse dal Palagio, condurlo alle case sue proprie facendo a lui sicurezza della vita. Il che accettato dal Soderini, mantennero a lui amorevolmente le promesse, tanto rispettavano la innocenza e integrità sua; ma nel Palagio ai Magistrati imposero fosse egli privato dell’ufficio con la osservanza delle forme che a un tale caso erano prescritte. Dipoi con buona guardia di soldati condussero il Soderini verso Siena; poi temendo qualcosa dal Papa, celatamente l’accompagnarono al porto d’Ancona, dond’egli passò a Ragusi.

Il cardinale Giovanni de’ Medici avea tristamente inaugurato le felicità sue; fu presente al Sacco di Prato, ed era nel campo del Vicerè quando si fece accordo con gli Oratori fiorentini, mandati ivi appena mutato lo Stato. Fu convenuto che gli Spagnoli uscissero di Toscana, promettendo la Repubblica pagare al Vicerè centoquaranta mila ducati e rimettere in Firenze la famiglia dei Medici come cittadini privati, e con la facoltà di ricomprare i beni ch’avevano innanzi l’esiglio. Era l’ultimo d’agosto, nel quale giorno doveva farsi la Signoria nuova; a questa aggiunsero un Gonfaloniere che sedesse un anno: al quale ufficio il Consiglio grande, dove intervennero oltre a 1500 cittadini, con molto consenso elesse Gian Battista Ridolfi parente del Cardinale, ma che si era mostrato amatore di libertà e capace più che altri al governo d’una Repubblica ordinata. Fatto ciò, entrava Giuliano a Firenze in abito civile, che allora dicevano lucco, in compagnia d’Anton Francesco degli Albizzi ch’era stato dei più ardenti tra’ congiurati: era il palazzo Medici spogliato di mobili e in devastazione, per il che il giovane smontò alle case degli Albizzi, dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo. Tenne il Ridolfi con dignità e fermezza nei primi giorni l’ufficio suo; vedevano i Palleschi la parte loro scarsa di numero e più che mai d’autorità, i cittadini volonterosi di mantenere le forme libere a cui si erano avvezzati; Giuliano essere uomo nato alla quiete più che alle fatiche dei governi, e facile a essere aggirato. Andarono quindi al Cardinale, che era in Campi, dicendogli che non avevano sicurtà in quel modo, e che egli sarebbe di nuovo cacciato quando gli Spagnoli fossero partiti.

La Casa Medici tornando in patria con le armi straniere, chiamata da pochi, non poteva starvi al pari con gli altri, nè a ripigliare in mano lo Stato poteva usare quei modi stessi che aveva da prima tenuti a fondarlo. Oggi era in Firenze una Repubblica ordinata, dove l’università dei cittadini avea larga parte, nè incontro ad essa vi era maniera di chiamarsi popolari, ma era invece necessità disfarla con atti che sempre avrebbono del tirannico. Lo Stato voleva ristringersi in pochi i quali ai Medici ubbidissero; ma per allora non aveano altro che uomini spicciolati, di scarso credito, e i quali era necessità ingrassare, perchè l’avarizia, come in città guasta, era il movente delle ambizioni: la Casa Medici, logorata dall’esiglio, aveva ella stessa necessità di rifarsi il capitale, usando a pro suo le rendite dello Stato. Queste cose teneva già in mente il Cardinale, il quale frattanto entrato in Firenze con quattrocento lance sotto colore di magnificenza, e andato a smontare nel suo Palazzo, deliberava co’ suoi più accosti fare una Balía co’ modi soliti ma con più scoperta violenza, per essere oggimai tolto anche il mentire le forme legali. Venuti pertanto a’ 16 di settembre in Piazza Rinieri della Sassetta e Ramazzotto bolognese, Condottieri di qualche nome, e alcuni dei Vitelli e degli Orsini, con mille armati, fecero alcuni di loro salire in Palagio, dove gli Ottanta sedevano. Trovo scritto anche in vari modi, che vi entrasse lo stesso Raimondo da Cardona o alcuni che travestiti da Capitani di Spagnoli chiedessero in nome di questi un governo dal quale avessero sicurtà. Ma certo vi entrava Giuliano; e tutti insieme costrinsero la Signoria, in poca parte consenziente, a fare co’ modi usati un Parlamento che desse a un certo numero di cittadini balía quanta la città intera. Furono cinquanta, ai quali pochi altri dipoi si aggiunsero; e da questi fu abolito il Consiglio grande, ch’era la somma d’ogni cosa, e i Dieci di Balìa, e molte leggi o divieti, e l’Ordinanza della Milizia. Fu il Gonfaloniere ridotto a stare i soliti due mesi, e che poi gli altri, con tutta la Signoria e i Collegi, si facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori. Rifecero anche gli Otto di Pratica: ma quel che importava, messero al Palagio ed alla Piazza una grossa guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo Vettori. Fatto il Parlamento, e ricevuto che ebbe il Vicerè la somma di oltre centocinquanta mila fiorini, computando i donativi a lui ed altri principali personaggi, partiva da Prato con l’esercito degli Spagnoli alla volta della Lombardia.[100]

Ma in Firenze era mala contentezza, non solamente nell’universale per vedersi privati del Consiglio grande, ma nei più ambiziosi cittadini; i quali se prima credevano aver troppo poca parte nel Governo popolare, vedevano ora tutto il corso rivolto alle case dei Medici; quindi da ciascuno sperarsi ogni bene, quindi temersi ogni male. Cercavano quelli del Governo di tenere stretti gli squittini, ma i nuovi congegni per fare le tratte rimanevano insufficienti, nè bene i Medici poteano lasciare da banda i più qualificati cittadini, e quelli stessi che amici alla Casa, odiavano pure uno Stato in mano di pochi e che in sè avesse del tirannesco.[101] Tra questi era Iacopo Salviati, marito a una figlia di Lorenzo, e assai potente pel grado che egli teneva in città: piacque levarlo di qui e fu mandato Ambasciatore in Roma, fidandosi che egli avrebbe a ogni modo cercato impedire qualunque disegno facesse il Papa contro a quello Stato. Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere avendo cessato col fine d’ottobre, fu scelto pei successivi due mesi Filippo dei Buondelmonti di casa Grande, che riammessa dal vecchio Cosimo agli uffici dopo al 1434, non aveva per anche avuto il supremo magistrato. Guglielmo de’ Pazzi, che a lui venne dopo, era parente stretto dei Medici; pure dominato dall’Arcivescovo suo figliuolo, predicava dovere essi stare nella Repubblica come cittadini, secondo i patti; e avea messa fuori alla finestra del Palagio la bandiera vecchia turchina con l’iscrizione della Libertà. Gli amatori d’un Governo largo, potenti pel numero, si aiutavano fra di loro con le fave nel dare gli uffici: nascevano anche sètte più segrete; quanti rimanevano seguaci del Savonarola più ardenti degli altri, vedevano in ciascun Medici un tiranno. Due giovani aveano cospirato insieme per uccidere il Cardinale ed il suo fratello; scoperti a caso per una cedola che fu da uno d’essi lasciata cadere, e messi in carcere e condannati a morte, furono argomento ad una scrittura che molto innalzava i nomi loro nella posterità. Si chiamarono Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi; ma l’affetto di chi legge si ferma sul primo, il quale essendo di molto ingegno e di buone lettere, spiegava nelle ultime sue ore una tempra d’animo dove l’errore della mente veniva coperto dalla squisitezza del sentire. Descrisse quelle ore e quei discorsi Luca della Robbia, uno della famiglia di quei tanto gentili Artisti, e che essendo uomo fortemente religioso e letterato, confortava il Boscoli e ne riferiva poi le parole con tale dolcezza di scrivere che in tutta la lingua nostra non è chi l’agguagli: con essi era un Frate di San Marco, che il condannato ottenne di avere confessore. Il povero giovane, cristiano sincero, aveva la mente pure invasata delle idee classiche e pagane, onde a que’suoi cari chiedeva che gli cavassero dalla testa Bruto, perchè egli voleva morire da cristiano. Grande e vivo insegnamento circa alla vita interiore ed al sentire degli uomini in quella età singolare può trarre l’istoria dal mesto racconto e dalle parole di quei giovani infelici.[102] Quando essi andarono al supplizio, il Cardinale già era in via che si recava in Roma al Conclave.

Capitolo V. PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.]

Giulio II era morto a 21 febbraio 1513; agli 11 marzo Giovanni dei Medici fu eletto Papa, e assunse il nome di Leone X. Non fu mai creazione la quale destasse tanta allegrezza nè sì universale, in Roma non solo, ma nella Cristianità, per le speranze che in lui si ponevano: eletto senza macchia di simonia, giovane di trentasette anni, ma bene esperto; caro e onorato pel grande nome del padre suo, ed egli tenuto di buoni costumi, benigno e mansueto, magnifico nella vita, liberale nelle grazie e nello spendere eccessivo; di animo regio fin anche in certa incuranza signorile per cui mostrava della grandezza volere i godimenti, ma non le fatiche: un gaio vivere e fastoso regnò intorno a lui; l’Italia versava in Roma sè stessa con tutta la copia dei suoi belli ingegni. Piacque a Leone che il giorno nel quale pigliava possesso del Pontificato fosse un mese dopo alla creazione, l’undecimo d’aprile, anniversario di quel giorno nel quale era egli rimasto prigione per la rotta di Ravenna. Le arti, le lettere, l’opulenza renderono splendida e memorabile quella cerimonia; il Papa vi spese centomila scudi; profana ogni cosa; encomiavano Leone con mitologiche allusioni, ed accennando ai due precedenti regni, dicevano in versi di latinità elegante avere avuto i tempi loro Ciprigna e Marte, ora essere venuto il regno di Pallade. Non avea mai veduto Roma dopo alla devastazione dei Barbari un giorno più magnifico nè più superbo. Alle fortune del nuovo Papa si aggiungeva l’avere trovato gli animi stanchi intorno a lui per essere stati tenuti da Giulio in continua fatica, oppressi da quella volontà subita, dalle ire, dall’animo infaticabile, irrequieto, e dagli impeti del pensiero corrivo ai disegni vasti e smisurati. Nè a lui piacevano altro che le cose grandi, nè si abbassava nei disegni privati e proprii; due concetti soli ebbe egli costanti infino all’ultimo suo respiro, ampliare lo stato temporale della Chiesa e liberare (com’egli diceva) l’Italia dai Barbari. Nato alle imprese ed alle grandezze di principe secolare, nella Chiesa ebbe la sua famiglia, nè si curò molto dei suoi congiunti: avendo a Francesco Maria della Rovere suo nipote consentita l’adozione dei Montefeltri, non cercò ampliare lo Stato d’Urbino, e solamente negli estremi della vita domandò in grazia dal Collegio dei Cardinali che lo accrescessero con l’investitura di Pesaro, senza la quale i Duchi d’Urbino avevano sede troppo arida e ingrata. Ma egli si teneva certo nel principio della primavera, che poscia non vidde, costringere sotto alla potestà immediata della Chiesa Ferrara cacciandone gli Estensi, e opprimere con le armi d’Inghilterra il Re francese a cui vietava prestare ubbidienza, fidandosi molto nella virtù militare degli Svizzeri e nella rozzezza dei loro costumi e in quel tenere che essi facevano per signore chiunque gli pagasse, siccome coloro che altro principe non riconoscevano; contava col nome di Pontefice e col danaro tenergli sotto alla dipendenza sua, compiendo con le armi loro il finale voto del suo regno, cacciare d’Italia dopo a’ Francesi anche gli Spagnoli. I quali disegni che s’incalzavano nella mente sua, per essere troppi, se stessi impedivano; e prorompendo per via di collere e di un comandare concitato, gli avevano tolta con l’affezione anche la fiducia di quelli medesimi che egli era solito adoprare.[103] Natura potente ma troppo diversa, non che dall’ufficio che a lui si spettava, dai tempi e dagli uomini in mezzo ai quali gli toccò a vivere e regnare. Non ebbe Leone di tali concetti; ma per le magnificenze del suo regno soleva quel secolo chiamarsi da lui. Ai letterati ed agli artisti la reggia del figlio di Lorenzo Medici pareva essere casa loro; intorno a lui tutti sapeano di lettere o ne facevano professione. Appena pontefice, chiamò in Roma ad essergli segretari Giovanni Sadoleto e Pietro Bembo, scrittori celebratissimi di lingua latina; la stampa fioriva in quella città, e il nome di Leone X si ritrova da per tutto. Avevano le Arti prima di lui toccato il colmo, e Giulio II lasciava in esse più forte impronta di vera grandezza: fu suo pensiero che la chiesa di San Pietro vincesse d’ampiezza e di magnificenza tutti gli edifizi antichi e moderni; al Buonarroti faceva dipingere la vôlta della Cappella Sistina e gettare in bronzo la propria sua effigie colossale, che dai Bolognesi fu poi distrutta; nelle stanze del Vaticano, le prime storie che vi facesse Raffaello da Urbino, e le più belle, sono del tempo di Giulio II. Da Leone X fu il Buonarroti mandato in Firenze per ivi servire a Casa Medici con la costruzione della facciata di San Lorenzo, che non fu mai fatta, e con la Cappella o Sagrestia di quella chiesa per le sepolture di due congiunti del Papa, che il grande uomo non condusse a fine e che a lui furono sempre mal gradite. Ma i sommi onori ch’ebbe Raffaello nei suoi ultimi anni come signore dell’Arte, furono decoro di Roma e del Papa; nè quante opere ivi si facessero di pregio insigne è possibile numerare. In ogni cosa Leone X amava la vita splendida, e tenere intorno a sè allegro il mondo; le feste in Roma si succedevano alle feste, e ad esse le Arti davano bellezza. Voleva il tempo queste allegrie, che sono accusa di spensieratezza; si viddero sempre venire innanzi alle calamità ultime, e prepararle con quella molle scioperataggine ch’esse inducono in fondo agli animi già di prima guasti e avviliti. Leone X partecipava egli medesimo a quella smania di godimenti frettolosi, non che la sua mente fosse incapace d’antivedere i mali e nemmeno di prevenirli con l’accortezza dei partiti e con l’indirizzo che bene sapeva dare ai consigli; ma presto s’annoiava dei lunghi pensieri, e male soffriva pigliarsi affanni prima del tempo. Quando da principio gli facevano un gran dire delle predicazioni e degli scritti che certo Lutero spargeva in Germania, gli parvero cose da non vi badare.[104] In quel piacere che si pigliava dei Letterati e degli Artisti, oltre allo spendere troppa parte di sè stesso, non tenne sempre cura bastante dei doveri che gli imponevano gravità di vita: faceva lui presente recitare nel Palazzo del Vaticano la Calandra del Cardinale Bibbiena, commedia che oggi non si rappresenterebbe sulle scene. Poco era severo quanto al pensare e al vivere di coloro che avea per amici; baciava l’Ariosto sovra ambo le gote,[105] e avrebbe voluto fare Cardinale Raffaello da Urbino. Ma quello che è peggio, si dilettava nelle cene di buffoni e di parasiti, sè stesso abbassando infino a riderne, e pigliandosi alle volte crudele sollazzo di aggirare con le celie la testa dei semplici sino a farli divenire mentecatti.[106] Io credo la fibra molle e cagionosa fosse a lui scusa e gli facesse cercare piuttosto siffatti piaceri che le fatiche dell’intelletto: era grande della persona e corpulento con gambe sottili; e la sua faccia, chi la vede espressa al vivo di mano di Raffaello, costretto a guardarla, non fa pensare altro che l’arte mirabile del gran dipintore.