Quella concordia tra’ due Re gli rendeva arbitri dei minori Stati, e innanzi di porsi ad un maggiore cimento bramavano entrambi avere fermate le cose in Toscana. Luigi XII, trattando in nome anche del Re di Spagna, mandava in Firenze un Ambasciatore il quale facesse mostra di vietare ai Fiorentini la recuperazione di Pisa, per essere quella città in protezione di Francia e di Spagna, mandando pure a quella volta uomini d’arme; e levò dai soldi della Repubblica un corsaro genovese il quale chiudeva con le sue navi le bocche dell’Arno. Ma erano lustre, e in quanto a Pisa null’altro cercavano che venderne a caro prezzo l’abbandono, bisognosi com’erano entrambi di danaro per la grande guerra che allora imprendevano. Infine convennero di non difendere i Pisani e d’impedire che i Genovesi gli soccorressero, la Repubblica obbligandosi di pagare centomila ducati a Francia e farsi debitrice di cinquanta mila al Re di Spagna. Rimanevano i Lucchesi, dai quali andavano soccorsi a Pisa d’ogni maniera: prima i Fiorentini cercarono di costringerli facendo una mossa contro Viareggio, ma poi vennero agli accordi, i Lucchesi promettendo, quando non fossero molestati nella possessione di Pietrasanta, non lasciare entrare nella città assediata soldati nè viveri. A Firenze voleano finirla con Pisa, la quale sapevano essere agli estremi. Aveano cessato di tentare assalti, che ogni volta erano riusciti a male per la disperata virtù dei Pisani, persino le donne facendo la parte che in guerra potevano. Ma ogni anno si dava il guasto alle terre che i Pisani avessero seminate, riuscendo utilissime alla crudele opera le milizie di nuovo formate, per essere meglio disciplinate e più obbedienti e più atte a spargersi in piccole compagnie. Formavano questi nuovi battaglioni le due terze parti dell’oste dei Fiorentini divisa in tre campi, che uno a San Piero in Grado, l’altro a Ripafratta e l’ultimo nella Valle sotto Calci; dei quali erano Commissari Alamanno Salviati, Antonio da Filicaia e Niccolò figlio di Piero Capponi; comunicavano i tre campi tra loro per via di ponti allora edificati sull’Arno e sul fiume morto. Dentro la città si viveva a questo modo: la governavano quelli stessi che avevano in mano le armi, e vi potevano molto i contadini, fieri per natura in quei luoghi bassi, e che avendo perduta ogni cosa, tuttavia sostenevano la città col farvi entrare un poco di viveri dai luoghi vicini: costoro essendosi vedute ogni anno guastare le terre, più inclinavano alla resa. Aveano sèguito nella più affamata plebe della città, dentro alla quale molti si erano rifugiati; e capi autorevoli ai quali era necessità soddisfare sino a fare entrare alcuni di loro nelle ambasciate o commissioni che si mandavano fuori. Quelli del Governo erano accusati di farsi ricchi nella penuria pubblica e di rompere ogni accordo per non essere costretti a rendere le robe tolte ai Fiorentini, le quali erano nelle mani loro. Nutrivano sempre qualche speranza di fuori, aspettando che la Lega di Cambray venisse a sciogliersi; e in quello Stato incerto d’Italia piovevano in Pisa emissari d’ogni sorta con nuovi disegni. Oltreciò i popoli all’intorno gli aiutavano quanto più potessero segretamente; a quei di Lucca bastava di notte scavalcare il monte Pisano; Genova mandava soccorsi e incentivi contro alla potenza di Francia, che aveva per sè i Fiorentini. Intanto alcuni Signori in Toscana si adoperavano per l’accordo; quello di Piombino faceva istanze perchè da Firenze mandassero un uomo loro a sentire quel che dicessero alcuni venuti da Pisa a quello effetto; la Repubblica vi mandava il Machiavelli che era in campo: ma perchè i Pisani facevano strane proposte, e dicevano di essere senza mandato a conchiudere, il che mostrava d’avere voluto solamente guadagnar tempo; il Machiavelli si licenziava con parole crude, e quella pratica andò a vuoto.[82] Ma nel mese di maggio essendo la città stretta con tale rigore che i Commissari facevano morire chiunque si provasse a mettervi dentro cose da mangiare; un contadino con seguito di molti uomini entrato per forza in Palazzo, disse: «Qui bisogna pigliare partito, noi siamo deliberati di non morire di fame.» Due dei loro capi, che da Piombino non erano voluti rientrare in Pisa, faceano pratiche al di fuori, tantochè infine si deliberarono mandare uomini in campo ad Alamanno Salviati, dicendo volere andare in Firenze a fare sottomissione, ma che egli venisse con loro a trattare. Andarono insieme, e dopo molte difficoltà si sarebbero accordati; ma in Pisa, ecco altri indugi per la ratificazione secondo gli avvisi che venivano di fuori; ed in Firenze nascevano tumulti, col dire che erano ingannati. Due o tre volte fu da Firenze e Pisa un andare ed un venire: intanto a Pisa mancava ogni ultima speranza d’aiuto: i contadini con que’ loro capi ch’erano in mezzo a queste pratiche stringevano forte: gli altri infine cederono, avendo avuta promessa che loro sarebbero lasciate le cose tolte ai Fiorentini, senza ricercare quelle che avessero ad altri vendute. Il giorno dopo era il Corpus Domini, e i Pisani vollero poter fare la processione; il che fu concesso dai Commissari, purchè cedessero alle armi dei Fiorentini subito le porte della città e la torre della Spina. A’ 9 di giugno di quell’anno 1509 i Commissari con tutto l’esercito entrarono in Pisa: le date promesse furono attenute, usando anche poi governo più mite. Questa fu l’ultima guerra tra città e città che nell’Italia si combattesse: erano tempi nei quali ogni cosa fino agli odii era meno viva; sopra all’antica idea di Città, che soleva essere tanto stretta e tanto forte, sorgeva più ampia l’idea di Stato, dimodochè Pisa godendo favore sotto al Principato alquanto risorse.[83]
Fin dal principio della primavera Luigi XII era nuovamente disceso in Italia con forte esercito, e rapidamente procedeva sino al fiume dell’Adda, dove i Veneziani con dubbio consiglio si erano deliberati d’aspettarlo. Si venne alle mani per la virtù impetuosa di Bartolommeo d’Alviano, che non soffrendo starsi fermo alle difese, ben tosto impegnava su quelle ghiare dell’Adda grande battaglia, nella quale dopo lunghe prove di ferocia da ambe le parti, l’esercito Veneziano fu rotto, essendovi rimasto ucciso grandissimo numero massimamente di fanti, e prigione l’Alviano stesso. Dopo di che tutta quella parte dello Stato di Venezia ch’era al di là del Mincio venne in potere dei Francesi; e indi poi subito Verona, Vicenza e Padova, delle quali ultime città il re Luigi, secondo i patti, faceva pigliar possesso nel nome dell’Imperatore. Grande fu in Venezia la costernazione; il Senato proscioglieva dall’ubbidienza i sudditi della Terraferma, e n’ebbe aiuto più valido. Massimiliano scendeva dalle Alpi, e per allora provvisto di denari aveva un numero grandissimo di soldati di ogni nazione; seco andavano settecento uomini d’arme francesi e numero allora insolito di artiglierie. Frattanto i contadini delle vicine provincie ch’erano in arme per la Repubblica, avendo saputo in Padova essere poca guardia di nemici, vi entrarono e portando seco gran copia di viveri, insieme coi cittadini rafforzarono le difese. Da Venezia dugento giovani di famiglie nobili vennero a chiudersi con molti aderenti loro dentro alle mura di Padova, e primi due figli del doge Leonardo Loredano. Gli assalti a Padova continuarono sedici giorni, dopo i quali Massimiliano cedendo all’indomita costanza dei difensori, nè senza avere intorno ad essa tentato altre prove, dovette ritirarsi fino a Verona, e da quel giorno Venezia fu salva.
A quell’assedio erano presenti due oratori della Repubblica di Firenze, Piero Guicciardini e Giovan Vittorio Soderini. Mandare a Cesare ambasciate soleva ogni volta produrre dissensi, perchè si venivano in tale caso a risuscitare necessariamente gli antichi diritti Imperiali non mai cancellati dal fatto de’ secoli, e in quei negoziati si avevano incontro i curialisti, pei quali Firenze aveva di libertà quanto ella avesse di privilegi. Massimiliano chiedeva danari, dei quali aveva bisogno grande contro a Veneziani; ma nelle formule degli atti i suoi volevano apparisse che imponeva un censo il quale a Cesare occorreva per andare in Roma a prendere la corona e poi fare guerra contro agli Infedeli. Quando la prima volta gli Ambasciatori chiesero udienza a lui per mezzo del Cancelliere, Massimiliano domandò prima se portavano danari; e udito che no, rispose: «Qua non si vive senza danari;» e negò l’udienza. Venuti allo stringere, chiedeano i Ministri Cesarei sessantamila ducati e altri diecimila in drappi di seta e d’oro per rivestire la Corte: ma gli Oratori fiorentini fecero bene; avevano il mandato per somma maggiore, ma si accordarono per quaranta mila. Nel Trattato, che abbiamo a stampa, la Maestà dell’Imperatore assolve Firenze da ogni debito di censi o d’altra qualsiasi natura, e concede a quella città, oltre all’uso delle libertà sue, la possessione di tutto lo Stato che attualmente gode: in queste parole si comprendeva anche il dominio di Pisa, che sempre gli Imperatori avevano impugnato, ma intorno al quale ora non fu controversia. È da notare che la Maestà Sua dichiara farsi quella confermazione delle libertà e del dominio della Repubblica fiorentina, ad omnem cautelam et quemlibet juris effectum. Diceano a Firenze che non ve n’era bisogno, ed i Tedeschi sapevano bene che erano diritti ora impossibili a rivendicare.[84]
Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia, Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II, venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno, tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo, si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86]
Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano. Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’ Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo, aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano, accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87]
Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano: quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata. Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome, vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii. Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre; il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi vincitori.
Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati. Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona. Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma, tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze; ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto valicarono l’Appennino.[89]
Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori, nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili, avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome: si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata. Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere: uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore fu raramente ad altri concesso.[91]
Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici; ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città, gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando era già in via.
Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze. Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a molti era un benefizio.