Capitolo IV. GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. — GUERRE IN ITALIA; RITORNO DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.]
Le vittorie di Consalvo rendeano perplessa la mente del Papa, il quale venuto in somma potenza con l’aiuto dei Francesi, vedeva le sorti loro declinare; e già sapeva che il re Luigi, temendo le armi e le ambizioni dei Borgia, cercava opporre ad essi una Lega, nella quale entrassero Firenze, Bologna e Siena, avendo in questa città fatto ritornare Pandolfo Petrucci. Vedeva all’incontro che dagli Spagnoli potrebbe avere partiti larghi; e benchè il volgersi dalla parte loro gli paresse cosa di molto pericolo ora che un altro esercito di Francesi già era in Italia, tenendosi pure in tanta grandezza quasi che arbitro della scelta, era opinione sarebbe andato dove lo tirava la sete d’impero in lui più accesa dalla fortuna. Ma in quel mentre avendo il Papa e il Valentino dato una cena ad alcuni Cardinali in una vigna presso al Vaticano, il Papa sorpreso da morbo improvviso moriva nel giorno seguente, che fu il 18 di agosto 1503, e il Valentino era portato a casa in grande pericolo della vita. Corre un’istoria, e fu creduta generalmente, che per lo sbaglio di certi fiaschi bevessero entrambi il veleno da essi apparecchiato a quei Cardinali per averne le ricchezze: ma noi ricordiamo che a molti Principi riuscì fatale in quella stagione dell’anno l’aria appestata della campagna di Roma, che poi si dissero morti di veleno; ed all’istoria della Casa Borgia teniamo per fermo che si aggiunga una leggenda d’infami delitti e poco credibili; gastigo dei veri.
Morto Alessandro, fu grande tumulto in Roma; già quasi era sulle porte un esercito di Francesi avviato a Napoli, e seco il Cardinale di Roano che si confidava per tal mezzo salire al papato. Gli Orsini correvano al sangue del Valentino; e questi in mezzo alla infermità, raccolte nei prati di Roma le genti sue e guadagnatisi i Colonna con rendere ad essi le tolte castella, faceva testa e si confidava di fare eleggere un Papa a suo modo. Ma nel Conclave la divisione essendo grandissima tra’ Cardinali spagnoli o francesi e tra gli amici o nemici della Casa Borgia, portò la minaccia dei pericoli vicini che si accordassero ad eleggere in pochi dì un Papa vecchio ed infermo e di qualità buona, ch’era Francesco Piccolomini arcivescovo di Siena, nipote di Pio II, per la cui memoria si fece chiamare Pio III. I Francesi continuarono la via loro; il Valentino un poco riavuto dalla infermità sua, perchè dentro a Roma stessa gli Orsini e i Baglioni erano più forti, ottenne ritrarsi in Castel Sant’Angelo; e intanto moriva Pio III dopo 26 giorni di pontificato: al quale successe, con mirabile consenso, il più temuto e ricco e potente dei Cardinali, Giuliano della Rovere, che pigliò il nome di Giulio II; agli uni amico, agli altri largo promettitore, e tenuto uomo di franca e veridica natura; capace fra tutti a non si smarrire in mezzo a quella tempesta di cose. Tornavano nelle città di Romagna gli antichi Signori, ma il Valentino teneva le fortezze, nè a lui male affetti erano i popoli. I Veneziani che aveano piede in quelle Provincie ed erano avidi d’ampliarsi, facendosi innanzi, investirono Faenza, città ch’era solita di avere guardia dai Fiorentini; ma questi sebbene temessero molto quella prossimità dei Veneziani, non furono abili a impedire che dopo Faenza avessero anche Rimini e Pesaro, per l’abbandono che fece di quella l’ultimo dei Malatesta, di questa lo Sforza. Giulio II in quei principii del pontificato credendosi forse avere bisogno del Valentino, lo raccoglieva onoratamente nel Palagio per averne i contrassegni delle fortezze, che in altro modo i Castellani negavano cedere; avevagli anche dato licenza di recarsi per mare da Ostia a Napoli, ma poi nata qualche differenza, lo ritenne; finchè il Valentino, dopo lunghe pratiche, avuto in mano un salvocondotto di Consalvo, si fuggiva, da questi accolto e accarezzato molto familiarmente. Nè il Borgia cessava dai vasti disegni: il nome suo, che era terrore a molti, sapeva che avrebbe tuttora sèguito dei più audaci; gli sparsi soldati a lui anderebbero volentieri; teneva in deposito per conto suo dugentomila ducati nei banchi di Genova. Ed ora pensando a far valere quell’antico titolo di signoria che aveva sulla città di Pisa, ed accordatosi con l’Alviano, il quale voltato a parte spagnola cercava rimettere Piero de’ Medici in Firenze; avea di consentimento e con l’aiuto di Consalvo ordito un disegno per cui si sarebbe gettato in Toscana. Ma lo Spagnolo aveva scritto al suo Re aspettando quel che gli ordinasse circa il Valentino, e fu la risposta di farlo prigione: quindi preso all’uscire dalle stanze di Consalvo, fu con solo un paggio sopra una galera condotto nella fortezza di Medina del Campo, ed ivi rinchiuso; due anni dopo riuscito a fuggire per l’opera del suo cognato Re di Navarra, fece morte da soldato, combattendo per conto di questo alcuni castelli.
Da Roma i Francesi avevano continuata la via per Napoli sotto la condotta del Marchese di Mantova: era già cominciato l’inverno aspro e difficile oltre il consueto, ed essi pigliarono la via più breve; ma dove il Garigliano, alto e profondo presso alla foce, poneva ad essi maggiore ostacolo. Avea Consalvo più scarso il numero dei soldati, ma duri al disagio e pazienti per la fede che aveano grandissima nel gran Capitano, laddove i Francesi malvolentieri ubbidivano al Marchese che si dovette come straniero partire dal campo, lasciando il governo a tre Capitani tra loro discordi. Tentarono invano il passo del fiume dove Consalvo si tenne fermo, e tenne i suoi con mirabile costanza cinquanta giorni. Ma quando a lui fu sopraggiunto l’Alviano recando seco le forze di Casa Orsina, Consalvo allora spingendosi ardito di là dal fiume, ruppe i Francesi con grande vittoria e memorabile per gli effetti, essendo gran numero di essi perito in quelle paludi, e gli altri dispersi e spenti in più modi per la diligenza di Consalvo: Gaeta si arrese il primo dell’anno 1504, e da quell’ora la possessione di Napoli, come di Sicilia, stettero per bene due secoli sicure in mano degli Spagnoli. Piero dei Medici, che seguitava l’esercito francese, avendo nella levata del campo cercato con altri gentiluomini condurre pel fiume a Gaeta alcuni pezzi d’artiglieria, si annegò insieme con essi pel troppo peso della barca e i venti contrari: più tardi il fratello, divenuto Papa, gli fece inalzare un monumento nella chiesa del monastero di Montecassino.[75]
Dopo la rotta al Garigliano si fece tregua e indi pace tra i due Re che nella Italia si adagiarono; ma continuava sempre in Toscana quella sciagurata guerra contro Pisa, la quale parve migliore consiglio terminare lentamente col dare il guasto alle terre dei Pisani e chiudere i passi alle vettovaglie per terra e per mare, avendo a tal fine condotto Francesco Albertinelli fiorentino con alcune galere; intantochè l’esercito di terra campeggiava sotto Ercole Bentivoglio, ed era Commissario quel celebrato Antonio Giacomini, buon cittadino, uomo risoluto e franco ed esperto nelle cose della guerra. Avevano anche dato ascolto ad un disegno di volgere il corso dell’Arno e mettere Pisa in secco; ma quell’opera falliva, e una fortuna di mare ruppe le galere. Pensarono allora di lasciare libera l’uscita a quanti Pisani volessero e ad essi restituire le terre: non credevano al fermo animo di quel popolo, e aveano speranza di vuotare così la città; ma pochi uscirono, bocche inutili; e i tornati nel possesso delle terre nascostamente sovvenivano alla penuria di quei di dentro. Ne mancò loro anche questa volta soccorso di Principi ch’aveano disegni sopra a Pisa. Nel seguente anno 1505 credendosi generalmente che il re Luigi XII fosse per malattia vicino a morte, il cardinale Ascanio Sforza, che stava in Roma, formò con l’intelligenza di Consalvo, e come si disse dei Veneziani e del Papa, un disegno per cui l’Alviano entrando in Toscana per la via di Pisa riconducesse il Cardinale e Giuliano dei Medici in Firenze, i quali poi dessero aiuto allo Sforza per la recuperazione di Milano. Ma il Re tornò sano contro all’opinione di ciascuno, e invece Ascanio venne a morte: l’Alviano, che era già in sull’arme, non avendo come impiegare i suoi soldati e molto eccitato da Pandolfo Petrucci, deliberava per suo conto seguire l’impresa contro a’ Fiorentini. Da Siena pigliando la via per la Maremma di Volterra si condusse fino alla Torre di San Vincenzio, dove incontrato a’ 17 d’agosto dalle schiere Fiorentine che lo avanzavano per il numero delle fanterie, quel grande ma sempre infelice Capitano fu rotto, e presi molti de’ suoi e tutti i carriaggi e le bandiere; scampato egli stesso a mala pena con dietro la caccia dei vincitori. Questa vittoria diede tanto animo al Gonfaloniere Soderini, che egli si credette di avere Pisa: ma perchè Consalvo, sapendo lui essere di parte Francese, aveva pigliato la protezione dei Pisani, gli mandò in Napoli ambasciatore Roberto Acciaioli. Consalvo allegava una promessa che in Roma il Cardinale Soderini aveva fatta in nome del fratello di non offendere i Pisani; e benchè Roberto dicesse non essere la città obbligata per le promesse del Gonfaloniere, dichiarò l’altro che in otto giorni avrebbe mandato a Pisa delle sue genti. Al che il Gonfaloniere affrettò l’impresa; la quale però ebbe l’effetto consueto, essendo l’assalto dei Fiorentini ributtato, intanto che in Pisa entrava una mano di genti Spagnole.[76]
Piero Soderini, poco arrischiato per sè medesimo, aveva natura da stare co’ molti; il che a lui tenne luogo di forza in quella Repubblica ed in quei tempi a mantenere il grado suo e a non eccederlo. Seguiva il pensare comune dei Fiorentini, dando poco ascolto agli uomini principali dai quali avrebbe avuto alle volte migliori consigli, ma gli conosceva divisi e diversi di voglie e di fede. Pei quali modi teneva contenta la moltitudine, cui bastava che fosse in Palagio un timone fermo: dava a lui poi sommo favore che avendo trovato quando entrò molto disordinata l’amministrazione, e le gravezze grandissime, e il Monte che non rendeva le paghe; egli con la diligenza sua, ed usando quella parsimonia che soleva anche nelle cose private, limitò le spese, scemò le gravezze e rinnalzò il credito del Monte con molta sua lode.
Quanto alla guerra, diveniva in tutta Italia necessario opporre altri ordini e altri modi ai grossi eserciti e alle fanterie, ch’erano ai loro paesi una milizia cittadina e parte essenziale delle istituzioni d’ogni Stato. L’Italia non ebbe fanterie paesane perchè nessun principe o città voleva dare le armi in mano ai propri suoi sudditi; ma poichè il tristo mestiere dei Condottieri veniva meno e si mostrava insufficiente ai nuovi casi, era necessità il provvedere. Venezia tirava senza suo pericolo soldati propri d’oltremare e aveva il Friuli provincia belligera; nondimeno cominciò a fare, col nome di cerne, qualche leva tra’ popoli sudditi di Terraferma: anche il Duca di Ferrara, che teneva nello Stato radice profonda, le aveva tentate. Firenze in quegli anni fece la prova; e benchè ne uscissero effetti deboli, fu concetto forte di Niccolò Machiavelli che lo persuase al Gonfaloniere Soderini, essendosi in quello poi molto adoprato. Divenne egli Cancelliere di un ufficio di Nove creato per l’Ordinanza o Milizia fiorentina, che negletta per due secoli, fu a quel tempo istituita con nuovi ordini i quali abbiamo di mano sua. Doveano essere dieci mila almeno gli uomini scritti a quella milizia nel contado e distretto, escluse però Firenze e le città murate delle quali non si fidavano, e perchè non fosse armare in ogni città le discordie. Le Compagnie dovean essere di trecento almeno, sotto un capitano e una bandiera, tutti dimoranti nello stesso Vicariato; armati di picche o altre armi da taglio con poco numero di scoppietti. Erano esercitati nei giorni di festa; ed un Conestabile, che aveva il comando di più compagnie, faceva riviste molto solenni due volte all’anno, nelle quali dopo avere udita la messa in luogo aperto, si facevano discorsi che rammemorassero ai militi i loro doveri verso Dio e la Patria; le pene gravi per ogni trascorso, fino alla bestemmia e al giuoco. A mantenere una forte disciplina condussero per Capitano di Guardia del contado e distretto don Michele Coriglia spagnolo, uomo terribile, che era stato col Valentino; ed a lui diedero trenta balestrieri a cavallo e cinquanta fanti perchè facesse eseguire le sentenze o condannasse i trasgressori nelle rassegne, che ordinava nei luoghi diversi dov’erano battaglioni. I Conestabili per la maggior parte erano presi fuori dello Stato; gli esercizi a modo svizzero o tedesco. Il Machiavelli andava spesso in nome dei Nove a fare le mostre; il Giacomini avea la cura delle milizie nei luoghi che guardavano verso a Pisa. Più tardi fu aggiunta l’Ordinanza d’una milizia a cavallo, che doveano essere cinquecento, presi e descritti nel modo stesso.[77]
Ora cominciano le imprese di Giulio II. Raffaello d’Urbino lui dipingeva portato in sedia nel tempio d’onde un angelo con la spada in mano cacciava gli spogliatori. Questo voleva Giulio II, ma come uomo a cui piaceva il fare da sè; non però al modo di Alessandro VI e non pe’ suoi, recando egli con maggior decoro nel seggio papale pensieri grandiosi di principe e mente d’uomo di Stato, quando però la sua indole fiera e impaziente non lo traportasse. Nel mese di settembre 1506 uscito da Roma con l’accompagnamento di oltre a venti Cardinali, venne a Perugia; dove occupate le fortezze e tolta a Gian Paolo Baglioni la signoria, lo condusse co’ suoi soldati a servigi della Chiesa per l’impresa contro a Bologna, alla quale il Papa s’accingeva con la promessa anche di soccorso dal Re di Francia. Recavasi Giulio quindi in Urbino, dove il nipote suo Francesco Maria della Rovere per adozione dell’ultimo dei Montefeltro era divenuto Duca: di là volgendosi, e per evitare Faenza che era tenuta dai Veneziani, entrato di Romagna dentro allo Stato dei Fiorentini, e avuto da essi cento uomini d’arme, s’appressò a Bologna, contro alla quale veniva dall’altra parte con l’esercito Francese Chaumont Governatore di Milano. La famiglia dei Bentivoglio cedeva lo Stato, Giovanni essendosi dato prigione al Re di Francia con buoni patti: il Pontefice ordinava sotto il dominio della Chiesa il governo di Bologna, che fosse quanto alla pubblica amministrazione dato a quaranta dei principali della città, i quali avendo a capo un Senatore presentassero forma di Stato indipendente: questa forma durava in Bologna fino al tempo dei padri nostri. Papa Giulio, dopo essersi ivi trattenuto poco tempo, tornava in Roma subitamente contro all’opinione di tutti: il fine di quella concordia tra lui e Francia, sebbene per anche non manifesto, era contro a’ Veneziani; ma nuove cose intanto nacquero in Italia.[78]
Il re cattolico Ferdinando, che dopo la morte d’Isabella di Castiglia sua consorte portava nome di re d’Aragona, era venuto in quel tempo stesso a visitare l’altro suo regno di Napoli. Qui lo avea chiamato, oltre alla voglia di abbassare la troppa grandezza di Consalvo, forse qualche altro maggiore disegno intorno alle cose d’Italia: molti da lui speravano l’abbassamento dei Veneziani, speravano oltreciò i Fiorentini riavere Pisa. Ma prima di scendere in Napoli aveva il Re saputo la morte improvvisa del giovane arciduca Filippo suo genero, che seco divideva la monarchia di Spagna. Rimase in Napoli Ferdinando pure quell’inverno; e poichè per la pace con Francia doveva ai Baroni Angiovini la restituzione dei feudi che prima erano stati loro tolti, acconciò alla meglio le cose tra essi e i Baroni Aragonesi: partiva poi, conducendo seco il Gran Capitano ornato da lui col titolo di Grande Conestabile di quel regno, dal quale veniva intanto rimosso.[79] Genova in quel tempo si era ribellata contro al re Luigi, che la teneva in protezione da quando ebbe tolto lo Stato allo Sforza, sebbene ciò fosse con le apparenze di governo libero e serbando le antiche forme. Ora i popolani teneano lo Stato, avendo cacciato l’ordine dei nobili devoto al Re; il quale disceso in Italia nel mese d’aprile 1507 con forte esercito di Francesi, nè senza battaglia entrato in Genova, rimetteva gli ordini antichi ma più stretti, aggravando su quella città il peso della soggezione.
Dopo ciò ebbero i due Re in Savona un molto segreto e molto familiare abboccamento, essendo stati insieme tre giorni a conferire personalmente comuni disegni; e la sostanza fu di assalire lo Stato dei Veneziani appena che a loro ne venisse il destro. Ma entrambi convennero che fosse ogni cosa da differire per gli apparecchi i quali vedevano farsi dall’imperatore Massimiliano, che aveva in Costanza chiamato una Dieta, ed annunziava scendere in Italia con le armi dell’Impero a pigliare la corona ed a rivendicarne gli antichi diritti. A fine pertanto di togliere ogni sospetto delle intenzioni loro, Ferdinando tornava in Ispagna, e Luigi XII ritirava d’Italia gran parte dell’esercito.[80] I Fiorentini stavano in due, come erano consueti, non bene sapendo da quale delle contrarie parti avrebbono avuto con minore sborso di danaro partiti migliori. Il Soderini era per conto proprio e del fratello Cardinale che aveva in Francia grandi benefizi, tutto francese, come per uso antico era il popolo di Firenze. Fu nelle Pratiche disputato molto; gli Ottimati volendo che a Cesare andasse un’ambasceria solenne; ma il Gonfaloniere gli mandò invece Francesco Vettori, senza facoltà di trattare; nè di lui troppo fidandosi, poco tempo dopo gli pose accanto il Machiavelli ch’era tutto cosa del Gonfaloniere.[81] In questo tempo Massimiliano, perchè l’aiuto dei Tedeschi gli mancava sotto, leggiero com’era di consigli e di moneta, per fare qualcosa, mosse ai Veneziani un poco di guerra; nella quale ributtato dai villani delle Alpi affezionati al nome veneziano, soffrì gravi perdite dal lato del Friuli; dove la bandiera di San Marco fu condotta da Bartolommeo d’Alviano fino a Trieste e Gorizia e Fiume, venendo a chiudere sotto il suo dominio tutto l’Adriatico. Ma qui ebbe termine l’ingrandirsi di quella Repubblica: a dieci dicembre 1508 il Cardinale d’Amboise e Margherita, figlia di Massimiliano e governatrice della Fiandra, conchiusero essi due soli in Cambray un segreto accordo, pel quale lo Stato dei Veneziani doveva dividersi tra l’Impero e Francia e Spagna e il Papa, se Giulio accettasse quella convenzione. Il che egli non fece senza qualche repugnanza, ma vinse lo sdegno contro alla Repubblica; e peggio era forse rimanere solo, quando i tre maggiori sovrani d’Europa tra loro partivano a brani l’Italia: così fu conchiusa la Lega celebre di Cambray.