Abbiamo voluto finora descrivere sommariamente i grandi fatti, i quali nei primi tre anni di quel secolo aveano mutato le sorti d’Italia col mettere in essa le Signorie forestiere e dare la possessione effettiva dello stato secolare ai Papi, che prima non l’avevano goduta che a brani ed incerta. Diremo adesso d’una alterazione che avvenne allora dentro allo stato della Repubblica di Firenze, rifacendoci un poco più indietro a dire le cause che la produssero. Dopo alla morte del Savonarola nulla fu innovato quanto al Governo della città, contentandosi di mutare le persone di quei magistrati che troppo sembrassero ligi alla setta; ma non appena era scorso un anno, che uomini di parte fratesca con gli altri entravano negli uffici. Una repubblica popolare col Consiglio Grande si può quasi dire che tutti volessero; e chi non amava di per sè quel modo, lo accettava temendo peggio. Era una forma ampia e solenne di libertà, e sarebbe stata come un’idea astratta, sorta in un popolo disavvezzo, se l’esempio della Repubblica di Venezia non avesse prestato ad essa un’autorità somma: tenevasi allora in Italia e fuori, Venezia essere quello Stato che avesse fra tutti migliore governo. Ivi però il nome di Maggior Consiglio significava la generale assemblea dei nobili, i quali erano quel che altrove i cittadini aventi parte nella sovranità; e sotto a quello era l’altro popolo, e sopra un certo numero di famiglie che aveano la forza e in sè custodivano le tradizioni e la scienza dello Stato. Ma in questa nostra città popolana il Gran Consiglio rappresentava l’intero popolo senza distinzioni di ceto nè d’ordine; lo aveano formato di tutti coloro le cui famiglie fossero state nei maggiori uffici o sotto il governo dei Medici, o sotto il precedente Stato libero: il qual modo, sebbene vizioso perchè derivava dalla formazione sempre arbitraria delle borse, pure con l’andare tanto indietro comprendeva tutte le parti della cittadinanza, o come dicevano i benefiziati: le famiglie delle Arti maggiori ivi entravano per tre quarti, e le minori per l’altro quarto; il che alla forza univa la libertà con proporzioni che erano abbastanza giuste. Veramente del Consiglio Grande, com’era formato, nessuno può dirsi fosse malcontento; questo mantenevano tenacemente quanti volevano la libertà, che in esso aveva tutto il fondamento suo; era una difesa contro al ritorno dei Medici, e gli stessi partigiani di questa Famiglia gradivano meglio confondersi tra la universalità dei cittadini, che avere sul capo la signoria di pochi, nemici antichi e più inclinati alle oppressioni e alle vendette.

Nella Repubblica veramente le antiche parti si urtavano poco per essere ognuna d’esse divenuta molle e cedevole. Viveva qui pure, come da per tutto, la perpetua guerra tra’ pochi ed i molti; ma più non aveva l’antica sostanza, nè più serbava le antiche forme: il nome di guelfi o di ghibellini nulla più valeva, i grandi si erano venuti a confondere co’ grossi mercanti, il Consiglio Grande aveva finito d’uccidere i Collegi delle Arti, nè più era guerra degli Artefici della bottega contro a’ loro capi; nei cittadini più facoltosi la terra formava il minor cespite di ricchezza, ed in Firenze tra’ patrimoni di molte famiglie poco era l’eccesso. Tuttociò avrebbe dato buone condizioni a quell’Assemblea la quale doveva qui essere sovrana come a Venezia; nè il male era in quella, ma nella mancanza di chi preparasse le cose che in essa erano poi da decretare, o in altri termini, di chi governasse la Repubblica sotto il freno dei sì e dei no che l’Assemblea pronunzierebbe. Negare o approvare ma non discutere si potevano le grandi e le piccole faccende là dove sedevano intorno a mille cittadini, ed erano oltre a due mila i nomi scritti di coloro nei quali il diritto propriamente risedeva. Spettavano quasi tutte le elezioni a quel Consiglio, ma per non esservi chi le avesse avviate prima e procacciato ad esse i voti, non si vincevano senza difficoltà grande o andavano a caso. La libertà era antica in Firenze, ma il congegno del governo già logoro dopo essere stato per sessant’anni coperta facile alla servitù, era d’impaccio più che di guida oggi a questa Repubblica nuova, nella quale entravano idee dottrinali o ch’aveano pregio dall’imitazione. Ricondurre le cose ai loro principii sarebbe stato qui pure intempestivo com’era impossibile, essendo invece mestieri dedurre principii nuovi dai nuovi fatti che il corso del tempo avea generati.

Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato; ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava; quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo: sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri. Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano; oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci, creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso grande odio. Gli chiamavano i Dieci spendenti; imputavano ad essi le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato.

La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande, nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella gravezza che aveva nome di Decima Scalata, e per la quale dove i meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà; e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il maggior numero nel Contado.

Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.» Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila. Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari, erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi, un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di cui trascriviamo qui molte parole.

«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato, dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri; fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo, purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in pochi.

Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita.

Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto, come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà; la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo. Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali. Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici; i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio, perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo, andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma. Entrò in ufficio il primo di novembre 1502.

Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo, e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]» Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore. Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro.

Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano, ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini, andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare; guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo. Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio; da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74]