I Fiorentini godevano poco favore alla Corte e nei consigli del Re francese per essere stati tardi a dichiararsi, e ultimamente per l’uccisione di Paolo Vitelli ch’era stato soldato di Carlo VIII, e perchè sempre mettendo innanzi la recuperazione di Pisa, andavano contro ai disegni del Trivulzio al quale i Pisani aveano offerta la signoria. Purnondimeno prima che il Re partisse da Milano aveva firmato una carta, della quale la sostanza era pe’ Fiorentini riavere Pisa con le armi francesi, promettendo poi d’essere insieme col Re nell’impresa che egli disegnava contro Napoli.[58] Nè appena spedite le cose di Lombardia, scendevano per la via di Pontremoli soldati Guasconi e Svizzeri sotto la condotta di Ugo di Beaumont, che i Fiorentini aveano al Re chiesto come loro bene affetto. Chiudeano i Pisani le porte all’esercito, dichiarando che al Re si darebbero con allegrezza, ma sotto promessa di non essere mai ceduti ai Fiorentini: ricevevano nella città i soldati quanti venissero alla spicciolata, e gli servivano di viveri e d’ogni cosa domandassero. Il Beaumont con l’artiglierie batteva le mura; ma quando i Francesi ebbero aperta una larga breccia, trovarono che i Pisani, uomini e donne, erano lì a munire una fossa scavata in fretta dietro alle mura. Questo fu il termine dell’impresa: le vettovaglie scarseggiavano all’esercito, e i Commissari della Repubblica ne aveano carico, tantochè si venne a non più intendersi; i soldati predavano i carri degli approvvigionamenti, e in Pisa praticavano come amici. L’onore del pari e la compassione gli muovevano; Pisa era stata a quelle miserie condotta da Francia. Si legge che a due Francesi d’alto grado mandati ad intimare la resa, le fanciulle pisane andate incontro abbracciassero le ginocchia, e poi menatigli davanti a un’immagine della Vergine e cantando preci da spezzare il core, chiedessero almeno che si unissero con loro a invocare dal cielo pietà, se dagli uomini non l’ottenevano.[59] Il disordine entrò nel campo, e si avvicinavano i tempi delle febbri; era discordia tra Guasconi e Svizzeri, e tutti sgombrando, questi condussero prigioniero il Commissario Luca degli Albizzi che pel riscatto pagò grossa taglia.[60]

Luigi XII per le convenzioni con papa Alessandro si era obbligato dargli aiuto alla conquista di Romagna che il Papa agognava. Già nei Pontefici era antico desiderio finirla una volta con quel grande numero di tirannetti e di terre libere che di nome ubbidivano alla Chiesa, ma in fatto nè pagavano tributi, nè si astenevano dall’entrare in guerra tra loro e con altri, e di frequente contro a Papi stessi. Nel Borgia, che era uomo di vasti concetti, le ambizioni di pontefice si univano alla brama di fare uno stato al figlio e spingerlo alle grandi cose: col nome e con le armi di Francia avean essi deliberato abbattere e distruggere i Vicari che già da più secoli tenevano la Romagna. Contava il Re molto sull’amicizia d’Alessandro pel grado e per la moneta, e perchè vedeva nel padre e nel figlio uomini da non lasciare a mezzo le cose; la Lega pertanto avea saldi vincoli, perchè utile a entrambi. Andava il Papa franco all’impresa, che nessun altri oppugnerebbe; poichè i Veneziani avendo addosso la guerra col Turco, e a condizione che non se gli toccasse Ravenna e Cervia, ritiravano la protezione sotto la quale erano usi tenere i Signori della Romagna; nè i Fiorentini poteano allora prestare a questi valido aiuto.

Cesare Borgia, chiamato generalmente il Duca Valentino, era di Francia venuto col Re, che non appena entrato in Milano gli aveva dato trecento lance sotto Ivo d’Allegri, e col Balì di Dijon quattromila Svizzeri da essere mantenuti a spese del Papa. E questi intanto con la paura aveva costretto a seguitare le armi della Chiesa gli Orsini, i Vitelli, i Baglioni di Perugia e gli altri Signori i quali erano più vicini a Roma e che di solito faceano vita di condottieri. Altre forze erano già in pronto, e il Valentino espugnata Imola, condusse la guerra contro a Forlì dove risedeva quella valorosa Caterina Sforza, la quale mandati i figli a Firenze con tutto il mobile, perchè non poteva difendere la città, si chiuse nella cittadella; e a questa essendo dalle artiglierie aperta una breccia, poi nella rôcca, dove animosamente si difendeva; ma quivi pure entrati con molto sangue i nemici, andò essa in Roma prigioniera. Allora essendo Lodovico Sforza tornato in Milano ed i Francesi richiamati in Lombardia, fu costretto il Valentino per qualche mese interrompere la conquista; ma sul finire dell’anno 1500 reintegrata la guerra, ed avendo già il Malatesti abbandonata Rimini, e Giovanni Sforza lasciatogli Pesaro senza contrasto, poneva il campo sotto a Faenza. Qui era signore il giovinetto Astorre Manfredi, che aveva appena diciotto anni e poca guardia di soldati; ma i Faentini avvezzi a quella domestica signoria, e per lo spavento che metteva il nome del Borgia, chiusero le porte, sostennero un primo assalto e quindi un altro ed un altro. Correva l’inverno rigidissimo, ed ai soldati era impossibile alloggiare a cielo scoperto, sempre infestati ferocemente da quei di dentro: il Valentino si rodeva, ma gli convenne fino a primavera distribuire le sue genti nei luoghi all’intorno. Tornato a battere la città, ne fu respinto un’altra volta con grave perdita; ma i Faentini allora vedendosi essere all’estremo si arresero, salvi gli averi e le persone, e con che Astorre andasse libero conservando le sue possessioni. Il Valentino, grande maestro d’una politica scellerata, ai Faentini mantenne i patti; ma perchè l’arte di spegnere le persone valeva qualcosa in tempi nei quali pareva la forza degli Stati e delle parti essere tutta in certi uomini ed in certi nomi, aveva già in sè deliberato la distruzione di tutte intere le famiglie dei Signori da lui spossessati: amava condire col tradimento la crudeltà; e più che vi fosse infamia, più gli piaceva. Ritenne appresso di sè il bello e misero giovinetto, poi di notte tempo lo mandò a Roma, dove in modo oscuro fu messo a morte insieme a un fratello suo naturale. Dopo di che il Valentino ebbe dal Papa e dal Concistoro titolo e investitura di Duca di Romagna.[61]

Voleva andare contro a Bologna, ma perchè Giovanni Bentivoglio era in protezione del Re di Francia, s’accordò con lui che intanto insanguinava Bologna con la uccisione della famiglia e della parte dei Marescotti a lui nemica. Ferrara fu salva perchè Alfonso d’Este consentì a farsi quarto marito di Lucrezia Borgia; lo costrinse la paura e lo attirò il molto danaro e l’inestimabile ricchezza d’arredi e di gioie che la sposa portò seco da Roma a quelle ducali nozze, che i Fiorentini molto onorarono con presenti.[62] Il Valentino, cui non bastava la Romagna, prese la via di Toscana; dimandò il passo alla Repubblica di Firenze, dicendo ch’era per andare a Roma; poi non appena ebbe valicati gli Appennini e investito Firenzuola, scese difilato giù per la via di Mugello presso alla città fino a Campi, dove giunse nei primi del maggio 1501. Firenze a quel tempo era in molto basse condizioni: la guerra di Pisa l’avea logorata, le città vicine la nimicavano; poca guardia di soldati, perchè i cittadini erano stracchi dall’averne pagati tanti con tanto mal frutto; debole il Governo e dalle moltitudini sospettato. Il che s’era veduto in Pistoia: qui da oltre due secoli si mantenevano le parti dei Cancellieri e dei Panciatichi, fomentate anche dalla Repubblica di Firenze, dove era antica regola tenere Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti. Le due famiglie che davano il nome a quella discordia potevano meno, perchè essendo ambedue dei Grandi, erano escluse da ogni partecipazione nello Stato; ma i loro aderenti, che aveano gli uffici, in quelli si urtavano. Erano i Panciatichi fautori de’ Medici e parenti dei Vitelli: Giovanni Bentivoglio favoriva i Cancellieri: questi un giorno, e sotto agli occhi degli Ufficiali e dei Commissari di Firenze, levatisi in arme, cacciarono i Panciatichi di Pistoia e arsero le case dei capi di quella parte. La guerra s’accese per il contado e per la montagna; nè la Repubblica vi poteva nulla, divise le voglie e le opinioni dei governanti. Un contadino di parte Panciatica, giovane di grande animo e di senno, mostratosi prode nella difesa di casa sua e fatto capo dei suoi, gli guidava contro ai Cancellieri; dei quali molti, mutate le sorti erano uccisi e arse e devastate le possessioni: durò quella peste continua più mesi. Così in Italia si viveva quando gli stranieri vi furono entrati.[63]

Intanto per opera del Valentino Piero de’ Medici era venuto fino a Loiano; Giuliano era andato in Francia, sperando favore dal Re; Vitellozzo, mandato in Pisa con le sue genti, faceva ogni danno ai Fiorentini; e una segreta convenzione tra il Duca e i Pisani, a questo dava la signoria, con che dovesse recuperare tutto l’antico stato di Pisa, escludendone tutti e per sempre i Fiorentini. A questi il Borgia si protestava sempre amico: domandava però il ritorno dei Medici, o almeno la formazione d’un Governo stretto con altre condizioni; quindi soprastette un poco, sperando che nella città divisa ed agitata potesse nascere qualche movimento. Qui era tumulto ed in alcuni volontà incauta di uscire popolarmente e assalire il campo nemico: prevalse il consiglio degli uomini più autorevoli benchè sospetti, ed il Vescovo d’Arezzo con altri oratori fu mandato a trattare con Valentino. Questi dal canto suo vedeva intanto che mutare lo stato in Firenze non sarebbe facile opera nè sollecita, ed a lui tardava fare cammino per gli avvisi ricevuti di Roma e di Francia. Prima lentamente di luogo in luogo si condusse infino ad Empoli, e per via conchiuse con la città un trattato pel quale, mettendo da parte ogni altra pretensione, veniva egli nominato Capitano generale della Repubblica per tre anni, con certo numero d’uomini d’arme, e con condotta di trentaseimila fiorini l’anno; trattato che dava a lui grandezza di nome piuttosto che forza effettiva: ma nè questo, nè l’altro che aveva fatto in contrario co’ Pisani, ebbero mai sorta alcuna d’esecuzione. Da Empoli il Duca accompagnato dai Commissari della Repubblica, ma non senza fare alle campagne grandissimi danni, lasciata da banda Volterra e occupata con qualche difficoltà Ripomarance, scese in Maremma e pose il campo sotto a Piombino. Iacopo d’Appiano qui era signore; il quale veduta la mala parata, si condusse per mare in Genova; ma i Capitani suoi continuavano la difesa, nè Piombino cadde sotto all’obbedienza di Cesare Borgia se non quando questi era già in Napoli co’ Francesi.[64]

Abbiamo alla fine del primo Capitolo di questo Libro, lasciato il giovane Ferdinando aragonese padrone del regno che egli si aveva recuperato con le armi. Ma nelle gioie della vittoria e d’un matrimonio troppo da lui desiderato, quel nobile giovane moriva nel settembre del 1496; onde la corona andò in Federigo suo zio, di mite animo ed immune dalle colpe del fratello Alfonso e del padre. Il nuovo Re, scorato al primo avanzarsi dei Francesi, offrì a Luigi XII di rimanere in Napoli come suo vassallo; partito invero nè da proporre nè da accettare, perchè ad entrambi era impossibile mantenerlo. Ma iniquo fu quello che accettò Luigi. Il regno di Napoli conquistato dal primo Alfonso, era stato da lui trasmesso a Ferdinando suo figlio naturale; il che pareva essere contro alle ragioni della famiglia d’Aragona, sebbene con astuzia e pazienza spagnuola (scrive il Guicciardini) non mai le avessero messe innanzi, e invece prestassero a quei di Napoli buono ufficio di parenti sempre, e da ultimo al re Federigo. Ma parve essere buona l’occasione al re Cattolico ora che il Francese consentì seco venire a patti per la divisione del reame. Bene potè Ferdinando vantarsi d’avere un’altra volta ingannato suo fratello Luigi, il quale veniva con quel trattato a porsi a fronte un re possente e di lui più accorto, che aveva piede in Sicilia e sempre aperte le vie del mare. Tale convenzione rimase più mesi segretissima, e si svelò quando già essendo i Francesi venuti innanzi, papa Alessandro improvvisamente concedeva l’investitura a quei due Re, ciascuno per la parte che gli spettava. Del che Federigo essendo ignaro, sollecitava Consalvo di Cordova, che di Sicilia era venuto in Calabria come a soccorrerlo, si affrettasse, non potendo ancora credere all’inganno, che lo spagnuolo negava fin quando si ebbe la prima notizia dell’investitura. Intanto i Francesi avanzavano condotti dall’Aubigny; ciò fu nell’agosto 1501. Federigo, la cui maggior forza era nei due valenti capitani di casa Colonna, Fabbrizio e Prospero; poichè ebbe scoperto il tradimento, fidò al primo la difesa di Capua; e questi dopo avere ributtati nel primo assalto con grave perdita i Francesi, era costretto venire a patti, quando rallentate le guardie entravano i nemici dentro alle porte inferociti del danno sofferto. Fabbrizio rimase prigioniero; la città fu saccheggiata con grande uccisione, molti presi e poi venduti, massime le donne, con empietà efferata. Così perduta ogni speranza, Federigo convenne con l’Aubigny cedergli Napoli e tutta la parte superiore del reame, andando libero co’ suoi nell’isola d’Ischia, dove stavano raccolti miseramente gli avanzi di quell’antica Casa d’Aragona che fu in Italia tanto possente. Dipoi Federigo si cercò un asilo in Francia, piuttosto che averlo in Ispagna da quel parente che gli era stato traditore.

Il Valentino, poichè fu terminata l’impresa di Napoli, avuta frattanto la possessione di Piombino con l’isola d’Elba, venne ad accogliere nel nuovo Stato il Papa con grande pompa di solennità guerresche;[65] andava poi seco a Roma, intantochè i Capitani suoi risalivano per la Toscana, chiamati a nuovi e a vari disegni che allora si ordivano. Era in quel tempo il re Luigi male disposto verso i Fiorentini dai quali non era stato servito, nonostante i patti, nè di soldati nè di danari; e per la poca fermezza loro non si fidando a quel governo, dava ascolto ai Medici e si era vôlto a rimetterli in Firenze. Questo volevano con passione Vitellozzo e gli Orsini soldati del Duca; Pisani e Lucchesi a ciò inclinavano, sperando che Piero dei Medici sarebbe contento rientrare con lo Stato dimezzato; Pandolfo Petrucci in Siena ordiva trame diverse contro i Fiorentini. Da costui fu mosso Arezzo un giorno a ribellarsi: non vi credevano a Firenze da principio, e non provviddero; il Capitano della terra Guglielmo de’ Pazzi e il Vescovo, ch’era figliolo suo, rifuggiti nella rôcca, furono costretti a renderla. Piero de’ Medici e il Cardinale suo fratello vennero in Arezzo; gli Orsini stavano tutti per loro, Vitellozzo ed il Baglioni ciascuno seguivano privati disegni: il Valentino, che aveva messo le sue genti in quel di Viterbo, guardava incerto quale a lui sarebbe preda più facile. Ma subitamente l’animo del Re s’era mutato: aveva questi cercato rimuovere per mezzo di parentadi Massimiliano imperatore da ogni pensiero circa le cose di Lombardia; ma quell’accordo essendosi rotto, e perchè ambasciatori di Massimiliano venuti a Firenze annunziavano che presto scenderebbe egli in Italia per la corona; Luigi XII a cui parevano già troppo grandi le ambizioni e la fortuna del Papa e del Duca, si credè fermarle col dare soccorso ai Fiorentini. Già Cortona e la Valdichiana, Anghiari e Borgo San Sepolcro in Valle Tiberina, avevano ceduto alle armi di Vitellozzo, credendo quei popoli che fosse per conto di Piero de’ Medici. Luigi allora, che aveva fatto della persona sua una comparsa fino a Milano, consentì alle istanze degli Ambasciatori fiorentini, inviando alla recuperazione d’Arezzo quattrocento lance sotto a Carlo di Chaumont nipote del Cardinale d’Amboise, il quale era arbitro dei consigli del Re francese. Vitellozzo, che già era venuto fino presso a Montevarchi, lasciò l’impresa; e così Arezzo tornò al dominio della Repubblica, alla quale era tornata nel giorno stesso Pistoia, per una forzata concordia che si fece allora tra le due Parti.[66]

Il Valentino in queste cose non s’ingeriva; ma da Viterbo, lasciata stare la Toscana, si era condotto verso le Marche; e diceva andare contro al Signore di Camerino; e a quel d’Urbino mostrando intanto ogni amicizia, fece trattato con lui d’avere seco le genti sue e le artiglierie; le quali non prima ebbe tratte fuori dallo Stato, entrò in Urbino, e presane possessione, costrinse a fuggirsene il duca Guidobaldo.[67] Poi subitamente voltatosi a Camerino, l’ebbe per sorpresa, facendo morire Giulio da Varano che n’era signore, e i suoi due figli. Ma perchè intanto a lui premeva sopra ogni cosa purgarsi col Re, ed il momento vedea propizio perchè tra Francia e Spagna già era minaccia d’offese, andò a Milano in poste avanti che il Re ne uscisse; col quale ebbe tosto ristretta la Lega ed ottenute da lui dugento lance che gli fossero aiuto al riacquisto degli Stati della Chiesa. Presentiva radunarsi contro lui una gagliarda tempesta, e venne ad Imola guardando gli eventi. Quei condottieri che aveva tratti seco, sapevano bene che sarebbero alla volta loro spogliati anch’essi in nome del Papa, del quale erano vassalli; odiavano quindi in segreto il Valentino, odiati da lui; e ora trovandosi molti in questo pensiero e nella speranza d’un qualche aiuto in Italia o fuori, e perchè il pericolo intanto stringeva; si unirono insieme ad un comune intendimento Vitellozzo e gli Orsini ed i Baglioni ed un Oliverotto, valente soldato che per iniquo tradimento era divenuto signore di Fermo; anima d’ogni più astuto consiglio Pandolfo Petrucci: col Bentivoglio erano d’intesa, poichè il Valentino avea già l’animo a Bologna. Fatta tra loro una Dieta alla Magione in quel di Perugia, scopertamente si dichiararono nemici al Valentino; e procedendo, restituirono lo Stato d’Urbino al Montefeltro. Il Valentino pazientava fermato in Imola, e aspettando l’aiuto di Francia: co’ negoziati che si tenevano allora in Roma si era accertato che avrebbe favore dai Veneziani, e l’ottenne anche dai Fiorentini, che più di lui temevano Vitellozzo e gli altri che avrebbero rimessi i Medici in Firenze. Abbandonava intanto l’impresa di Bologna, e diede al Bentivoglio sicurezza; radunava genti da ogni parte, e in quell’indugiare si sentì forte ad ogni evento. Del che fatti accorti i collegati della Magione, e veduto essersi arrischiati troppo e messi in grande paura, cercarono accordo: il Valentino gli accoglieva benigno e facile. Ricacciarono essi d’Urbino il Duca; e il Valentino licenziate le genti francesi col dire che non ne aveva più bisogno, e avanzando a bell’agio per la Romagna, si rafforzava segretamente di lance spezzate e di gentiluomini di campagna soliti a vivere delle armi. Accostatosi a Sinigaglia, chiamò i suoi riconciliati Condottieri a convenir seco le cose comuni. Vennero a colloquio Vitellozzo e gli altri fuori della porta della città, ed egli intrattenutigli con discorsi, quando ebbe cenno che le genti sue gli attorniavano da ogni parte, fece mettere le mani addosso a Vitellozzo e ad Oliverotto e a Paolo Orsini e al Duca di Gravina, i quali essendo portati nell’alloggiamento suo, due furono strangolati la notte medesima e gli altri poco dopo: era la notte che principiava l’anno 1503. Di che pervenuta segretamente al Papa la notizia, questi fece subito chiamare in palazzo il Cardinale degli Orsini, che ivi dopo alcuni giorni moriva; altri quattro di quella famiglia, uno dei quali era Arcivescovo di Firenze, nel tempo stesso furono ritenuti. Non mai si vidde tale scelleratezza nè più meditata, nè condotta con tale maestria: io mi confondo al pensare quanto malvagio spreco si facesse allora in Italia di fiere indoli e d’ingegni, di scienza di cose e d’esperienza accumulata, in mezzo a un vivere elegante ed alla cultura delle arti gentili; nè so più intendere ciò che sia quel che oggi chiamiamo civiltà.

Da Sinigaglia il Valentino, senza perder tempo, s’indirizzò a Città di Castello che trovò abbandonata dai Vitelli, e quindi a Perugia, d’onde medesimamente Gian Paolo Baglioni s’era fuggito. Prese la possessione dell’una e dell’altra città come Gonfaloniere della Chiesa; e quindi avviatosi ai confini dei Senesi, ma non osando pigliare quell’impresa, mandò ambasciatori a Siena perchè fosse cacciato Pandolfo Petrucci, dichiarando che fatto ciò, continuerebbe la sua strada in terra di Roma. Il Re di Francia gli avea mandato intimazione di non recare molestia ai Senesi: bene bramava fossero battuti quegli armigeri Baroni, reputando essere utile a conservazione del suo Stato che la milizia d’Italia si spegnesse.[68] Pandolfo, lasciata la città in guardia dei suoi, andò a Pisa per breve tempo. Gli Orsini e i Savelli correvano la campagna intorno a Roma; onde il Valentino andatigli a cercare nei loro castelli, espugnò Ceri rôcca fortissima degli Orsini; per tal modo avendo fiaccate le forze di quelle famiglie che più non riebbero l’antica grandezza. Ma in questo tempo il Re s’alienava dal Papa, temendo che non divenisse troppo forte, ora che le cose di Francia vedeva già messe in pericolo nel regno di Napoli.[69]

Nella divisione tra i Re di Spagna e di Francia non era espresso bene a chi andasse la provincia di Capitanata che è parte della Puglia, ma senza la quale i bestiami degli Abruzzi non avrebbero dove svernare; mutando luogo, dovevano ogni volta pagare una gabella che dava provento ricchissimo. I Francesi, più forti e più baldi, aveano occupata quella provincia, e quindi essendo bandita la guerra, venuti innanzi per le altre che erano tenute dagli Spagnuoli, non lasciarono a questi rifugio se non poche città poste sul mare Adriatico, obbligando Consalvo di Cordova a rinchiudersi dentro Barletta; alla quale il vicerè di Napoli Duca di Nemours poneva assedio, intantochè l’Aubigny campeggiando la Calabria rompeva altre genti di Spagnuoli venute a soccorso dalla Sicilia. In Barletta era somma carestia d’ogni cosa, e la peste vi regnava; ma Consalvo, il gran Capitano, con mirabile fermezza faceva durare ai suoi quelle crudeli strettezze, dandone egli stesso il primo esempio; ottenuto anche con le uscite che egli faceva dalla città sugli assedianti qualche vantaggio non piccolo. Avvenne che in quelle lunghezze d’assedio nascesse disfida tra’ cavalieri Francesi e quelli Italiani che seguitavano gli Spagnuoli: dal che si venne, col consenso dei due Capitani, a fermare le condizioni d’un combattimento fuori delle mura di Barletta, dove tredici Francesi doveano affrontarsi con tredici Italiani, primo dei quali Ettore Fieramosca capuano. Al giorno dato fu la battaglia ferocissima con le picche e con le spade; gli Italiani rimasti superiori conducevano in Barletta con grande trionfo i Francesi prigionieri: nobile tema di romanzo in quella miseria di storia. Avendo i due Re in questo tempo fatta una pace tra loro per mezzo di Filippo arciduca d’Austria, marito alla erede del trono di Spagna; fu ai Capitani dei due eserciti mandato ordine si fermassero. Il che da Consalvo non fu voluto consentire, ed egli di suo proprio moto continuava la guerra nella quale già vedeva essere superiore. Imperocchè nuove genti di Spagna essendo venute per mare, assaltarono in Calabria l’Aubigny che aveva raccolto in Seminara il grosso delle sue forze, e che ivi fu rotto e fatto prigione insieme ad altri Capitani e Baroni del Regno di parte francese. Allora Consalvo uscì di Barletta; ed erano seco Fabbrizio e Prospero Colonna: si affrontarono i due eserciti alla Cerignola, dove fu battaglia grandissima e memorabile; il Nemours vi cadde morto, e i Francesi andarono in fuga avendo perduto i carriaggi e le artiglierie: si raccolsero le reliquie dell’esercito sotto Ivo d’Allegri e il Principe di Salerno, ma Consalvo procedendo entrava in Napoli a’ 14 di maggio 1503.