La notte il Savonarola assistito dal confortatore con la cappa nera, ch’era per la Confraternita a ciò destinata un Niccolini, e da un monaco di san Benedetto che gli fu dato per confessore, ottenne rivedere i suoi due Compagni, che da lui furono comunicati la mattina: era il 23 maggio, vigilia dell’Ascensione. Giunsero gli sbirri che gli condussero nella Piazza, dove sulla ringhiera aveano alzato il tribunale pel Vescovo che gli dovea degradare, e un altro pei Commissari apostolici, ed un terzo pel Gonfaloniere e gli Otto, ai quali spettava mandarli al patibolo. Questo era formato di un’asta che in alto avea una traversa, dove i tre Frati dovevano essere appesi; ma perchè troppo presentava la forma di croce, le sue braccia furono scorciate: sotto si alzava un palco di legna e materie facili a bruciare. In Piazza era grande la moltitudine: vi erano uomini amici al Frate, tra’ quali il buono Iacopo Nardi che a noi lasciava memoria del fatto: intorno ad essi altri esultavano, intanto che molti e fin dei più avversi erano compresi di terrore. Aveano lasciato che passassero vicino al rogo, e lo circondassero, di quelli uomini che senza vergogna o insultano al vinto o sul misero inferociscono. I tre Frati salirono il palco: Fra Domenico sereno e come andasse a festa; Fra Girolamo, che della croce teneva il mezzo, fu l’ultimo al quale il boia desse la spinta fatale; poi subito in mezzo ad urla feroci fu appiccato il fuoco, che arse i tre corpi legati da una catena perchè non cadessero: di essi e del palco e d’ogni cosa le ceneri furono gettate in Arno dal Ponte Vecchio; ma donne pietose travestite spingendosi nella folla, raccolsero quante reliquie potessero, e alcune ne rimangono tuttavia.[50]
La morte del Savonarola fu vittoria di tutto quanto era in Firenze di più guasto; il vizio montato in superbia si gloriava di sè stesso; e il ben vivere pareva che fosse dispregio:[51] entrava il secolo corrottissimo del cinquecento, ed in Repubblica sempre popolare, i costumi erano già tornati peggio che medicei. Uomini di conto, che avevano prima notoriamente creduto al Frate, ora come lieti d’averlo scoperto traditore, lo aggravavano gettandogli addosso le ingiurie più odiose; lo chiamavano un diavolo, anzi una intera legione d’inferno. Erano oltre agli Arrabbiati, gli astuti e i paurosi ed il volgo dei prudenti, e l’altro volgo più innocente che aspettava da lui un miracolo; e quelli che cercano mostrarsi furbi ai danni altrui, ed i pentiti o vergognosi d’avergli creduto.[52] Cessate però bentosto le ire e le paure, più non si leggono di tali accuse, ma in Firenze e fuori troviamo invece uomini gravissimi averlo in onore: il Guicciardini e il Machiavelli di lui parlano con rispetto; Filippo de Comines, che aveva praticato seco, lo tenne per santo.[53] Le arti nella loro maggiore eccellenza riprodussero più volte l’effigie del Savonarola, e fin nelle stanze del Vaticano Raffaele Sanzio a lui dava luogo tra’ grandi Teologi e tra’ Padri della Chiesa.
Quanti in Firenze rimanevano capaci di libertà, e coloro che più tardi o la difesero o la piansero, uscivano dalla scuola del Savonarola, o ne seguivano le traccie via via cancellate nel corso dei secoli. Il culto del Frate durò più che il regno della Casa Medici; ed a memoria dei padri nostri, la mattina del 23 maggio trovavano fiori sparsi in quel punto della Piazza, sul quale era stato piantato il rogo. Il Convento di San Marco, già essendo fondato il governo principesco, dava ombra ai Regnanti; e i frati ne furono per qualche tempo cacciati. In molti conventi d’uomini e donne di san Domenico il Savonarola aveva culto e ufficio suo proprio, che fu pubblicato per le stampe ai giorni nostri. Ma sul cadere del cinquecento un Medici arcivescovo ed un Medici granduca si accordarono insieme a proibire l’ufficio ed il culto; nondimeno vi ebbero Santi e vi ebbero Papi suoi lodatori, e la dottrina di lui posta in Roma sotto ad esame rigoroso, ne usciva incolpata.[54]
Com’era da credere, i protestanti hanno preteso che il Savonarola fosse uno dei loro; ma egli veramente in nulla precorse ai tedeschi novatori, perchè nulla volea s’innovasse, nè mai gli cadde nemmeno in pensiero mutare, com’essi fecero, il principio della fede. In religione non ambì farsi capo di parte o fondatore d’una scuoia nuova, nè avrebbe saputo, non essendo altro che un predicatore il quale si ardiva percuotere i vizi palesi nei sommi della gerarchia; per questo fu arso. Non era la sua di quelle nature che sieno atte a fare nel mondo le novità grandi, perchè in tali uomini la volontà forte è necessario che sia anche fredda e che adoperi le arti capaci ad ottenere il fine voluto: ma egli era fidente nella sua propria ispirazione, e questa seguiva. Nessuno dei maestri della Riforma lo pareggiava per alto sentire; avendo incontro tale battaglia, rimase qual’era: era cattolico, era frate; e grande anima con forte ingegno.
Capitolo III. GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI SPAGNOLI A NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA. [AN. 1498-1503.]
In Francia essendo morto Carlo VIII senza figli, andò la corona in Luigi duca d’Orléans che fu duodecimo re di quel nome; aveva in proprio la signoria d’Asti, si teneva personalmente investito dell’eredità dei Visconti; e ora succeduto come re nelle ragioni degli Angiovini, vedendo i Francesi bramosi di guerra e sè in forze e in età da farla, si diede tutto a quella impresa: già era l’Italia pei re stranieri come una terra che aspettasse di fuora i padroni, ond’egli con nuovo esempio pigliava titolo di Re delle Due Sicilie e Duca di Milano. Era disciolta la Lega poderosa che aveva cacciato fuori d’Italia Carlo VIII, rinate le grandi gelosie tra lo Sforza e i Veneziani, aggiuntasi un’altra esca terribile all’incendio. Alessandro VI, poichè fu morto il Savonarola ed egli conobbe non avere fondamento l’idea di un Concilio, credette sè stesso libero ad ogni cupidità più sfrenata, intantochè a lui s’aggiunse uno stimolo ed uno strumento capace alle opere che si preparavano. Per la uccisione avvenuta del Duca di Gandia erano andati tutti gli affetti e le ambizioni di Alessandro nel figlio secondo, che fino allora aveva dovuto dispettosamente chiudersi nelle ecclesiastiche dignità. Cesare Borgia, lasciato il manto di cardinale, non pensò ad altro che a farsi uno stato, usando a tal fine la tenerezza del padre e la potenza della Chiesa e gli sconvolgimenti d’Italia, ai quali convennero di dare la mano il Papa e il Re con volontà pari; e Cesare Borgia, andato in Francia, ebbe una moglie di sangue reale di Navarra, che fu Isabella degli Albret, e in dote il ducato di Valenza nel Delfinato, col promettersi le due parti aiuto scambievole alle grandi opere di sovversione, che noi vedremo bentosto seguire.
Lodovico il Moro, tardo a riscuotersi, e fidando col tempo e con le arti rimuovere da sè la tempesta, dopo avere condotto egli stesso a Pisa le forze dei Veneziani; poichè gli ebbe veduti andare con molto ardore a quella guerra, temè non trovarsi posto a discrezion loro, quando con la possessione di Pisa gli stessero incontro dall’uno all’altro mare. Vedeva inoltre, dopo la tanto da lui bramata ruina del Savonarola, passato il governo della città di Firenze in mano a quegli uomini co’ quali a lui era più facile intendersi: deliberò quindi fin dai primi giorni dell’avvenuta mutazione mandare soccorsi ai Fiorentini contro alle armi Veneziane che da più parti discendevano verso a Pisa. Già fino dal maggio del 1498 aveva l’aiuto di queste rialzato le fortune dei Pisani a Santo Regolo, dove poichè i soldati di Firenze furono rotti, parve la colpa essere stata del Capitano: quindi fu chiamato a governare tutta la guerra contro Pisa Paolo Vitelli, condottiero allora di molta reputazione e di possanza per avere quella famiglia la signoria della Città di Castello. Questi, dopo essersi avanzato alquanto in quelle infelici terre dei Pisani tante volte calpestate, sapendo che per la Lombardia scendevano in molto numero altre genti dei Veneziani, fu d’accordo con i soldati del Duca di munire i passi dell’Appennino così da impedire ad esse l’entrata nella Toscana; che fu consiglio prudente, sebbene male gradito in Firenze e sospettato di pravi disegni. Tentava allora la Signoria di Venezia altre vie contro ai Fiorentini; e prima cercava di avere il passo dai Senesi, dei quali era poco meno che signore Pandolfo Petrucci; ma questi per concessioni avute nelle cose di Valdichiana si mantenne in pace con la Repubblica di Firenze. Esclusi da questa banda i Veneziani, si provarono in Romagna ad occupare Marradi; ma non poterono pei soccorsi che vi mandò il Duca di Milano e, a sua richiesta, Caterina Sforza signora in Forlì, ultimamente lasciata vedova da Giovanni dei Medici mentre portava in seno un altro Giovanni che poi fu in arme tanto famoso.
Voltarono allora in Casentino la guerra, dove sulla fine d’ottobre occuparono furtivamente Bibbiena col favore di Ser Piero Dovizi da noi già mentovato: Piero de’ Medici e Giuliano suo minor fratello seguivano le armi dei Veneziani governate dal Duca d’Urbino e da Bartolommeo d’Alviano. Talchè la Signoria di Firenze richiamava di sotto Pisa in grande fretta Paolo Vitelli; e seco le genti dello Sforza entrate in Casentino sostentavano quivi la guerra, sebbene fosse in luoghi aspri nel cuore del verno: i villani di quei monti, sotto la condotta dell’abate di Camaldoli, molto infestavano i nemici. Ma Bibbiena non si racquistava; del che il popolo in Firenze dava cagione al Vitelli e al Duca di Milano come fossero insieme d’accordo per allungare la guerra. Pagava lo Sforza, col non trovare chi a lui credesse, la pena dei vecchi peccati suoi; ma veramente questa volta, di già odorando che i Veneziani tenevano pratiche con Francia, andava sincero nel desiderare che i Fiorentini, reintegrati di Pisa, gli fossero aiuto valido: bramava inoltre avere a’ suoi soldi Paolo Vitelli, molto in lui fidando. I Veneziani vedeva già stracchi di quella guerra; e poichè il cessarla credeva sarebbe tenuto comune beneficio, confidava così meglio unire le forze d’Italia contro all’assalto di oltremonti. Volgeasi pertanto al Duca di Ferrara perchè praticasse, come uomo di mezzo, un accordo sopra il fatto di Pisa: al che avendo le due parti consentito, fu nel mese d’aprile del 1499 pronunziato un lodo in Ferrara, ma tale che a niuno potè soddisfare, perchè ai Fiorentini concedeva in Pisa una signoria mezzana, come se in tanti odi e in tanto invecchiata sete di vendette potessero avervi libertà i Pisani e i Fiorentini sicurezza. Il compromesso non fu accettato da nessuno; ma i Veneziani di cheto ritrassero le genti loro dalla Toscana, e in quel mezzo pubblicavano la lega stretta già prima segretamente col Papa e col Re di Francia, che si obbligava dopo l’acquisto di Milano cedere ad essi Cremona con la Ghiaradadda. Così era imminente il pericolo del Duca, e molto in Firenze la città divisa, potendo in alcuni il pensiero del recente benefizio e in altri l’antico amore per Francia; ma indugiavano a scuoprirsi mentre pendeva tuttora dubbioso l’evento.
Contro a Pisa invece andavano allegri di nuova baldanza, poichè i Pisani più non avevano chi gli soccorresse; duello di popoli fiero e terribile sopra ogni altro. Pigliate a soldo altre milizie, le posero tutte sotto al comando di Paolo Vitelli, che richiamato dal Casentino, e dopo l’espugnazione di alcuni di quei castelli tante volte perduti e ripresi, poneva il campo sotto Pisa; dove accadde che mentre ai 10 d’agosto piantava le artiglierie, una mano di soldati suoi trovando male difesa la rôcca forte di Stampàce, che è sopra le mura, v’entrassero dentro: del che nei Pisani fu grande sbigottimento, e per alcune ore la città fu detto che stesse a discrezione del Vitelli; ma questi cauto per natura, e non avendo a ordine le milizie, temette cacciarsi dentro vie mal note, in mezzo ad uomini disperati, e suonò a ritratta: i Pisani rincorati fecero altri ripari.[55] Pochi dì poi il Capitano aveva con le artiglierie gittato a terra tanta parte di muro ch’era possibile entrarvi, ma, come diceva, con molta uccisione dei suoi; ond’era meglio aspettare pochi giorni perchè fosse aperta più larga entrata. Ma in questo mezzo cominciarono per la stagione a regnare in campo certe febbri pestilenziali per cui le compagnie de’ soldati molto diradavano, e gli stessi Commissari tutti ammalarono; talchè a due per volta quattro volte rinnovati, quattro di essi perirono, e tra questi Paol’Antonio Soderini, ch’era sempre dei primi nella città, ma poco amato: cadeva su’ Fiorentini l’abbandono crudele nel quale aveano tanti anni lasciato gli scoli della provincia Pisana. Convenne bentosto al Capitano levare il campo di sotto Pisa, dov’erano anche entrati trecento fanti mandati dai Lucchesi. Di ciò in Firenze fu grande lo sdegno ed alte le grida, che il Vitelli accusavano traditore. Contro lui erano antichi sospetti: egli superbo e rozzo ed avaro, riusciva male atto dove una moltitudine richiamata subitamente a libertà credeva spiegare la forza sua nell’avere sempre per nemici coloro che stavano più in alto di lei. Nè mancavano uomini ai quali paresse rinnalzare il nome di una Repubblica popolare con l’abbattere senza rispetti un Capitano che aveva in Italia fama di possente: credeano agguagliarsi alla Repubblica di Venezia se tagliassero il capo al Vitelli, come aveano fatto in simile caso i Veneziani al Carmagnola. La forza in quei tempi, qualora sapesse un po’ di delitto, cresceva agli Stati quel che appellavano reputazione. Fu il Vitelli da un Commissario della Repubblica, sotto specie di conferir seco, fatto venire a Cascina e ritenuto quivi in custodia: Vitellozzo suo minor fratello, riuscendo a salvarsi tra’ suoi, fuggiva, serbato più tardi a morte peggiore. Paolo Vitelli, condotto a Firenze e messo ai tormenti, benchè non trovassero per molti esami contro a lui cosa di sostanza, ebbe nel seguente giorno mozzata la testa: gli uomini della piazza lodarono il fatto.[56]
In questo tempo era il re Luigi entrato in Italia. Qui niuna alleanza fortificava lo Sforza, e quella di Massimiliano imperatore gli tornò vana, sebbene questo principe fosse legato a lui di parentela, e bramasse molto difendere i diritti della imperiale investitura, chiudendo ai Francesi la via d’Italia: ma i suoi disegni cadevano a vuoto per la leggerezza dell’animo e per l’inopia di danaro. Non avea lo Sforza temuto chiamare contro alla Repubblica di Venezia i Turchi; e questi gli furono migliori amici, poichè mentre assalivano la Morea, invasero il Friuli fino alla Livenza, devastarono ogni cosa, uccisero o trassero in schiavitù gli abitanti. Comandava l’esercito milanese Galeazzo da Sanseverino, guerriero da mostra più che da campo, il quale al primo urto dei Francesi abbandonata vilmente Alessandria, apriva ad essi la via di Milano; e i popoli erano mal disposti: al che sbigottito il Duca, insieme col cardinale Ascanio suo fratello e col tesoro e co’ figliuoli si fuggiva in Allemagna. Del Castello di Milano aveva fidata la guardia a Bernardino da Corte suo allevato, ma questi corrotto dal Re con danaro gli aperse il Castello. Così tutto lo Stato del Duca venne in mano dei Francesi, eccetto Cremona e la Ghiaradadda; le quali sebbene facessero istanza che il Re le accettasse, andarono ai Veneziani secondo le convenzioni. Ciò fu nel settembre del 1499, dopodichè il re Luigi tornò in Francia, lasciato il Trivulzio governatore in Milano. Lodovico fuggiasco attendeva con la sola potenza che a lui rimanesse, la moneta, a farsi un altro esercito assoldando Svizzeri e Lanzichenecchi; e quando poi seppe rimasti in poco numero i Francesi ed essere i popoli già infastiditi di loro, tornava indietro nel mese di febbraio del 1500, e agevolmente rientrato in Milano, cercava munirsi per quando i Francesi, come n’era certo, scendessero un’altra volta giù dalle Alpi. S’era il Trivulzio rinchiuso in Novara, dove assaltato cedè al valore degli Svizzeri di Lodovico; ma intanto venivano con singolare prestezza in Lombardia tra le genti del Re altri Svizzeri al soldo di questo. Lodovico di già s’apprestava a dare battaglia; ma quei suoi Svizzeri medesimi tumultuavano per le paghe, e poi ben tosto venuti ad intendersi con quelli del Re, insieme convennero di abbandonare Lodovico: nè ai preghi di lui cedendo nè alle lacrime, gli permisero solamente uscire travestito in mezzo alle file come uno di loro; ma non gli valse, perchè riconosciuto e forse tradito, cadeva ben tosto in mano ai Francesi. Non sia permesso ad altra nazione levare accusa contro agli Italiani perchè mancassero alla fede: i grandi principi e i liberi uomini del pari tradivano; i semplici alpigiani dell’Elvezia venderono lo Sforza ad un Re. Lodovico andò prigioniero nel castello di Loches in Turena, dove finiva la vita.[57]