In alcune delle precedenti avea messo innanzi l’idea d’un Concilio, sebbene dovesse accorgersi quanto differente caso fosse da quel di Costanza, ed egli medesimo dicesse che il tempo non era venuto, ma che si doveva pregare il Signore perchè si potesse una volta radunare. Adombrava questo suo pensiero sovente col dire, che avrebbe fatto girare la chiavetta, cioè propalato le cose ch’egli aveva in serbo circa l’indegnità d’Alessandro Borgia; e credo ne avesse delle più sostanziose ed accertate che non gli scandali del Burcardo o gli aneddoti dell’Infessura: «Ma Concilio (predicava egli) vuol dire congregare la Chiesa, e non si domanda propriamente Chiesa se non dov’è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo. Nel Concilio si gastigano i cattivi cherici, si depone il vescovo ch’è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! forse non ne rimarrebbe nessuno.» L’Italia non era capace nè degna di operare una riforma, la quale salisse di basso in alto, nè le altre nazioni l’avrebbero seguitata. Ma il Savonarola in quella sua troppo elevata solitudine aveva in sè la necessità d’andare innanzi, e quando era in pulpito, dice egli stesso che non potea frenarsi dal dire cose le quali aveva fatto proposito di tacere. Scriveva ben egli al Papa lettera dolorosa più che minacciosa; per sè aspettava con desiderio la morte; a lui chiedeva che senza indugio volesse provvedere alla sua salute. Faceva intanto per mezzo d’amici qualche pratica nelle Corti straniere, e si rinvennero presso a lui, quando fu preso, bozze di lettere all’Imperatore, e ai Re di Spagna e d’Inghilterra e d’Ungheria, perchè adunassero un Concilio. Ne aveva già scritto al re Carlo VIII, cui era solito di riprendere per non avere compita l’opera alla quale era chiamato da Dio; e questo Re n’ebbe più volte il disegno, cui la Sorbona lo esortava, e più d’ogni altro a ciò lo spingeva Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, che allora in Francia dimorava. Ma nè Carlo era uomo da tanto, nè in Francia materia a ciò sufficiente: fra tutti profano era il Cardinale, che nel Pontefice non guardava che al principato furiosamente ambito da lui. Andava la lettera del Savonarola in Francia per un corriere, che essendo fatto svaligiare dal Moro, facea questi pervenire la lettera al Papa, del quale s’accese più che mai lo sdegno; talchè nuovi assalti sovrastavano a Fra Girolamo. E questi frattanto da una fiducia presuntuosa era condotto a quel punto estremo dov’egli vedevasi mancare innanzi la via e cadere l’opera sua: dovette allora più che mai sentire nell’animo crudeli battaglie; e come affranto ne rimanesse, vedremo dai fatti che a lui precipitarono la ruina.
Era nel convento di San Marco un Fra Domenico Buonvicini da Pescia, uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi pronto a fare l’esperimento: le forme ed i modi tra le due parti furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da quel momento il Savonarola fu spacciato, e fu da indi in poi minore a sè stesso. Non avea fede in quei giudizi, nè approvava tentare Dio a quei miracoli; ma contrapporsi, era confessare vinta la causa e la dottrina sua, levare in alto gli uomini del peccato e dare scandalo ai suoi devoti: vedevasi innanzi Roma fulminante, ed il trionfo dei Francescani, ed il beffardo insulto dei Compagnacci: nè oso affermare che a lui medesimo non balenasse in qualche momento la speranza d’un prodigio; fu incerto, e non sempre quanto bisognava decoroso. La fibra sua era singolarmente delicata e sensitiva: nei tumulti si perdeva d’animo; alle brighe riusciva inetto; aveva bisogno di essere solo in faccia a un popolo e a Dio. Sarebbe lungo e tedioso esporre le tante dispute che nacquero circa al fermare le condizioni: molti dalle due parti campioni s’offersero; rimasero all’ultimo Fra Domenico da Pescia e un frate Andrea Rondinelli. E intanto le fazioni civili, i disegni, le macchinazioni dei politici di dentro e di fuori, e i dolori degli uomini virtuosi, e i pii affetti delle donne popolane, ogni cosa era in fermentazione durante quei giorni. Diceano i nemici del Frate: «O egli morrà, o del tutto perderà credito.» Poi veduto che egli per sè rifiutava, di lui si beffavano. In Palazzo la Signoria stava contro lui, sparsi negli altri Magistrati i suoi partigiani: da Roma, dov’era Piero dei Medici, non è da dire se venisse esca all’incendio: il Duca di Milano vi soffiava dentro notoriamente, e degli emissarii suoi abbiamo lettere.[45] Fu adunata una Consulta, dove con poche differenze tutti opinarono fosse bene di lasciare correre le prove, che sarebbe stato a ogni modo finirla con le divisioni, e la città ne avrebbe quiete.[46] Assegnava quindi la Signoria per l’esperimento il 7 aprile, vigilia della domenica dell’Ulivo.
Dall’angolo del Palazzo della Signoria verso il tetto dei Pisani si distendeva un palco formato di materie combustibili con sopra per tutta la lunghezza fascine dai due lati, e in mezzo a queste libero un andare della larghezza di due braccia. La Loggia dei Signori aveano divisa in due spazi, che uno pei Frati Minori e l’altra pei Domenicani; la Piazza guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi, le armature dei Capitani splendide come a un tornèo. I Compagnacci che si mettevano innanzi a tutti, uomini nobili e ricchi la maggior parte, facevano anch’essi un bel vedere con la loro compagnia che s’andò a porre vicina al palco. All’ora data mossero da San Marco Fra Domenico innanzi in piviale e tutto animoso nella faccia; dopo a lui Fra Girolamo col Sacramento in mano, a lato uomini della nobiltà con torchi accesi; indi lunghissimo ordine di Frati, e grande popolo degli amici loro in arme. Entrati sulla Piazza, intuonarono il Salmo: Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus: quindi le due parti pigliarono posto sotto alla Loggia. Qui nacque la prima contesa circa al fare entrare Fra Domenico nel rogo con l’Ostia in mano, come il Savonarola pretendeva; gridavano molti che ciò sarebbe profanazione, e peggio ancora se l’Ostia bruciasse: tutti s’accorgevano che il Savonarola questo faceva perchè l’esperimento non andasse innanzi. Sorgevano altri punti di controversia tra le due parti, e le ore passavano, ed il popolo aspettando tumultuava; discorsi d’ogni sorta si facevano, e Fra Girolamo non ne aveva la parte migliore. Sotto alla Loggia i frati suoi non cessavano dal cantare ad alta voce Laudi e Salmi; gli altri serbavano un pio silenzio e dignitoso. Nulla si faceva: dal Palazzo alla Loggia era un andare ed un venire continuo di messi della Signoria; ma il giorno declinava, quando una subitanea e grossa pioggia, o interruppe la foga degli animi, o diede occasione al disperdersi. Non senza grande pericolo Fra Girolamo e i suoi tornarono al Convento, peggio che vinti, perchè il pensare del maggior numero si voltava contro a loro.
La mattina del giorno dipoi nella città era un muoversi di persone che si osservavano a vicenda, ciascuno cercando raccogliere intorno a sè i suoi: ma già si vedeva la parte del Frate essere grandemente assottigliata. Stava il Palazzo per gli Arrabbiati, che già si ordinavano come a guerra regolare; i Compagnacci tenevano armati la piazza del Duomo; le strade si empievano dei vecchi e nuovi avversari dei Piagnoni; questi venivano insultati, e due poveretti che pregavano furono scelleratamente uccisi. A San Marco erano accorsi i fidi a tutta prova, ed armi vi furono recate che taluni dei frati indossavano, intantochè altri, secondo le varie nature d’ognuno, si nascondevano o fuggivano, o stavano intorno a Fra Girolamo, che nel coro pregando vietava si spargesse sangue dai suoi: diede un mesto e solenne addio in poche parole ai circostanti; null’altro a lui era da fare; l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel giorno rinvenne sè stesso. Francesco Valori, che era in Convento, aveva impedita ogni temerità dalla parte sua: cominciarono le offese intorno al Duomo all’ora di vespro; gli assalitori gridarono a San Marco! e a sera il Convento fu investito. Di dentro non mancarono le difese; vi ebbero morti, taluni vennero a cadere su’ gradini dell’altare maggiore, dietro al quale stava il Savonarola inginocchiato. Questi, poichè dalla chiesa bisognò uscire, andò a porsi col Sacramento in mano nella Biblioteca greca, come la chiamavano, perch’ivi era stato il primo deposito di libri dai quali uscirono grandi le antiche lettere. Intanto la Signoria, che ogni cosa dirigeva, mandò i suoi messaggieri con l’ordine di porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i quali non fecero resistenza, e a notte avanzata furono condotti legati e in mezzo a crudeli insulti nella prigione assegnata dentro al Palagio a ciascuno d’essi; toccò al Savonarola quella detta l’Alberghettino, dov’era stato Cosimo de’ Medici. Ora è da dire la trista fine di Francesco Valori. Avendo questi scavalcato il muro dell’orto, usciva libero dal Convento, e in casa cercava radunare partigiani, quando la Signoria gli mandava ordine di recarsi tosto al Palagio: andava fidente in mezzo ai mazzieri, ma intorno fremeva la turba, e due parenti dei mandati a morte da lui che gli venivano incontro, datogli d’un’arme sul capo, l’uccisero. La moglie sua che tratta dal rumore s’era prima fatta alla finestra, moriva percossa da un colpo di balestra.[47]
Il giorno dopo la Signoria mandò avviso al Papa e al Duca di Milano della presura dei due Frati; ai quali aggiunse un Fra Silvestro Maruffi, uomo dubbio, procacciante, di molto seguito in città. Deliberarono che i rei qui fossero giudicati, negando consegnarli al Papa; rinnovarono gli ufizi degli Otto e dei Dieci, ai quali spettavano le cause di Stato; elessero una commissione d’esaminatori a fare il processo, usando la tortura od ogni altro mezzo: furono eletti dei più nemici al Savonarola, tra’ quali ne basti nominare quel Ridolfo Spini, che noi conosciamo e che più volte avea minacciato la vita del Frate; v’entrarono due Canonici fiorentini, con mandato venuto da Roma. Nei giudizi di Stato la sentenza, come tra vinti e vincitori, precorre all’esame; e i fatti essendo generalmente palesi, ma contrario tra le due parti l’apprezzamento del bene e del male, l’istoria impara da quei processi a giudicare più spesso i giudici che i rei. Gli atti che abbiamo di questo accrescono le dubbiezze anzichè cessarle, questo solo rimanendo certo, che da chi scriveva furono alterati; ripresi tre volte per successiva inquisizione, tra loro s’intralciano; e qui l’empietà della tortura mostrò, più che altrove, quanto ella fosse crudelmente menzognera. Si aggiunga poi sopra ogni cosa, che da cima a fondo materia all’esame non furono altro che i fatti della coscienza: il resto era nulla, e un solo punto si giudicava: se il Savonarola fosse o si credesse o si fingesse da Dio ispirato; da questo pendeva la vita di lui. Ma intorno a ciò nè avrebbe saputo egli rispondere giustamente, nè a quel che dicesse poteva concedersi valore giuridico. Credeva buona la sua dottrina, e la mantenne anche negli esami; alla divina ispirazione correva incontro, e da molti anni vi s’immergeva con tutto il pensiero; la fede viva poi gli mancava, com’egli medesimo si lagna più volte: allora cercava ricostruire quel ch’era in lui come il sostentamento della vita, e allora l’orgoglio veniva a soccorso, e alla credenza del sentimento sostituiva una credenza quasi manufatta, finchè la preghiera non raccendeva la fede o il predicare non la rianimava.
Che negli esami il Savonarola si contraddicesse non fu mai negato. Sotto ai tratti della fune che lo martoriava si dichiarò mentitore; poi rinnegava quel che aveva detto; cedeva ai tormenti fino al vaneggiare; aveva il cuore di martire, ma non la fibra: di questa causa di vacillamenti non sarebbe da tener conto. Chiamato poi a definire a sè medesimo la propria sua ispirazione, si profondava in dottrine astruse; e queste pure non è meraviglia che spesso fossero incoerenti. Ma io per me credo che alla medesima sua coscienza, in quelli strazi del corpo e dell’animo, si appresentasse quanto avea potuto in lui l’orgoglio, perchè il pensiero accusatore in quelle tristezze più vivo e pungente rimaneva solo; forse anche a sè stesso dava riprensione di avere cercato turbare la Chiesa, quando non poteva sanarne le piaghe. I giudici allora afferrando quelle confessioni, le traducevano in parole che lui dichiarassero impostore, che tutto facesse per ambizione mondana, e a solo fine di primeggiare: avvezzi a guardare la coscienza grossamente, più in là non capivano, e allora credevano di averlo colto. Ma in lui l’ambizione propriamente detta mai non si era manifestata per fatti esteriori; non v’era materia d’accusa giuridica: ma pure lo spargersi di quelle contradizioni gettava dubbiezze che abbattevano la reputazione, in molti già scossa, di Fra Girolamo.
Abbiamo un primo Esame fatto dai Commissari, ma che non parve soddisfacesse. Fu allora chiamato certo Ser Ceccone notaio, che molto prometteva: si tornò da capo, ed il misero per altro Esame più altre volte fu martoriato: ma nemmeno questo secondo processo ottenne il fine che i suoi nemici desideravano. Dovettero quindi nel pubblicare i Processi farvisi manifeste alterazioni, e attribuirsi al Savonarola confessioni di tale abiettezza, quali niun malvagio uomo di sè farebbe giammai. Spesso un articolo dell’Esame finisce col dire: che ogni cosa aveva egli fatta o simulata agli occhi degli uomini per ambizione di farsi grande. Tali dichiarazioni è da notare che non si accordano per la materia nè per l’intonazione con quel che precede: e qui la menzogna si vede anche essere grossolana, tantochè fu confessata da quei medesimi ch’erano stati a fare il Processo.[48] Subivano esame nel tempo stesso i due suoi compagni; l’uno dei quali Fra Domenico, si mantenne incrollabile nell’amore e nella fede al Maestro: nè Fra Silvestro lo aggravava, non tenendo conto delle conclusioni, dove spesso avviene che dopo averlo il testimone lodato o scusato gli si faccia dire: infine conchiudo che fu traditore. Invece si vede Fra Silvestro farsi accusatore di molti e molti cittadini Fiorentini che praticavano il Convento, e a quali si vengono a imputare brighe d’ogni maniera. Fra Domenico aveva nominati molti di quei medesimi cittadini, ma come amici del Convento e senza per nulla nella sua Esamina aggravarli. Fra Silvestro si trova essere stato principale in quelle pratiche sediziose, nelle quali Fra Girolamo non apparisce essere entrato menomamente. Dal suo deposto, non che da quelli di altri o frati o cittadini, chiaro ne apparve, dopo allo studio molto accurato che ne abbiamo fatto, fra tutti essere Fra Silvestro stato grande mestatore, ed essersi imposto con le arti sue a Fra Girolamo, che in lui credeva come a lui credevano o s’impacciavano seco altri cittadini dei maggiori e fino di quelli che certo non erano da quella parte.[49]
Andava intanto al Papa una lettera in nome dei Frati di San Marco: in essa dichiarano ingannatore Fra Girolamo perch’egli medesimo nel ritrattarsi lo avea confessato, ma insieme attestano ampiamente le virtù sue, la santità della vita, i frutti delle predicazioni, e gli eventi che avevano dato alle sue parole tale conferma che grandi ingegni ne furono presi. È lettera scritta con singolare accorgimento, perchè nel domandare l’assoluzione riducono a nulla il loro peccato: sopra ogni altra cosa (com’è nello spirito di tali corporazioni) pensavano alla vita e alla grandezza del Convento di San Marco; chiedeano pertanto che si mantenesse separato dalla Congregazione di Lombardia, e che rimanessero in quello tanti uomini insigni e incolpabili che vi si erano aggregati. Rispose il Papa benignamente; alla Signoria scriveva lettera molto graziosa, ed assolveva con altro Breve le colpe commesse fino all’omicidio, a procurare la caduta del Savonarola. Entrò dipoi la Signoria nuova, e persistendo nel rifiuto di mandare i Frati a Roma, accettò che venissero in Firenze due Commissarii a rinnovare il Processo per conto del Papa.
Rimasto in carcere il Savonarola solo con sè stesso, ritrovava (come a lui sempre avvenne) sè stesso. Compose allora due Meditazioni, che furono insigni testimonianze del suo animo in quelli estremi giorni della vita. Bentosto ebbero quelle due scritture celebrità grande e vennero in più luoghi pubblicate. Quivi nulla del Processo, nulla dei suoi Giudici; è solo con Dio, e a lui raccomanda l’anima sua quando non possa la vita. «A chi rivolgermi io peccatore? Al Signore, la cui misericordia è infinita: non è chi si possa gloriare in sè stesso. — Confermami nel tuo spirito, o Signore; ed allora solamente potrò insegnare agli iniqui le vie tue. — Io desidero con ardore che tutti gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero. Io ti prego perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda come più sono gli infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia della terra. L’inferno si empie, la tua Chiesa manca, levati su; perchè dormi, o Signore? — Allora tutto lieto esclamai: Io non mi confido negli uomini, ma solo nel Signore: e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la morte dei Santi.» Poco dopo gli fu tolta la carta, e dovette cessare di scrivere: ma quelle sue parole sono di grande momento a far giudizio del Savonarola. Sul pergamo stesso e prima che fuori tuonasse la riprensione degli altrui vizi, in fondo al cuor suo gemeva il dolore: e qui troviamo la riprensione mantenersi rigida sempre, ma più devota, dopo agli strazi degli esami e alla vigilia del supplizio. Giudichi ognuno se chi sentiva allora in tal modo avrebbe potuto mentire tanti anni freddamente a fine ambizioso.
Ai 19 di maggio entrarono solennemente in Firenze i due Commissari apostolici, che erano il Generale dei Domenicani e il Vescovo quindi Cardinale Romolino: ricominciava il Processo il giorno dipoi. Ci asterremo qui dal riprodurre le crudeli parole che furono attribuite al Romolino, perchè non vogliamo tutto accettare dai Biografi. Il fine cercato dai Commissari più specialmente era scuoprire quali aderenti avesse il Frate alla proposta del Concilio. Disse: «Risponderò chiaro; le cose del Concilio non mi furono consigliate da nessuno; co’ Principi d’Italia non ne tenni pratiche, perchè gli stimavo tutti miei nemici; speravo nei Principi stranieri; i Cardinali e Prelati sapevo essermi tutti avversi.» Il Romolino cercava scuoprire se in nulla vi fosse implicato il Cardinale di Napoli. Si venne quindi ai tormenti, in mezzo ai quali gridò il torturato d’avere avuto pratiche seco; poi si disdisse: quel Cardinale faceva stima del Savonarola, ma tra essi non fu altra corrispondenza che in termini generali. Il terzo Esame finì come gli altri, nè fu pubblicato. Si venne il giorno dopo al dare sentenza, e tra i Giudici fu discorso di salvare Frate Domenico, ma poi lo condannarono insieme con gli altri: presenti al Processo erano Magistrati della Repubblica, la quale in una Pratica molto stretta, negando uno solo, decretò eseguirsi la sentenza. Questa fu letta la sera stessa ai tre condannati, portando che fossero prima impiccati e quindi arsi.