La Repubblica pareva in questi tempi fortificarsi, essendo la somma d’ogni cosa nel Consiglio Grande, che i Frateschi amavano come cosa loro, e molti favorivano come imitazione della Repubblica di Venezia; gli uomini stessi dello Stato vecchio temevano meno da un Governo largo che da uno Stato più ristretto in cui dominassero i più implacabili dei nemici loro. A questo Consiglio aveano in Palagio edificato una grande Sala, che aprirono allora in modo solenne, e il Savonarola vi predicava: questa Sala, più tardi ornata dai Medici per cancellarne la prima origine, tacque più secoli; ai giorni nostri si diede in essa un primo passo alla unità nazionale. Accade in ogni grande mutazione, che da principio la naturale sua bontà si creda che basti a farla procedere chiamando a tal fine gli uomini semplici e tenendo addietro i più ambiziosi. Ma questi, che sono anche i più forti, non soffrendo starsi inoperosi, empiono tosto il nuovo Stato dei vizi loro; perchè gli Stati, qualunque sia la loro forma, dipendono infine dalle qualità degli uomini, e queste per niuno rivolgimento vengono a mutarsi. Così in Firenze, dopo avere nei primi tempi dato i magistrati a cittadini di poco valore, dovettero infine venire ai sommi; i quali recarono dentro ai Consigli, oltre alla scienza loro, gli astii e le cupidità e le divisioni. Francesco Valori, che prima era stato sempre ributtato, fu a calen di gennaio 1497 (st. com.) creato Gonfaloniere. Scrive di lui un contemporaneo, che «fu di presenza grande, ed il volto lungo e rosso, d’animo vastissimo, di grande gravità, di poche parole, altiero, severo, visse parcamente, vestiva modestissimo; e delle pecunie pubbliche nettissimo, ma cupidissimo dell’onore: in servire gli amici ardente, ma con loro superbo.[38]» Portato dal favore dei Frateschi, ne divenne capo: attese a crescere autorità al Consiglio purgandolo di taluni che v’erano entrati nella confusione del primo scrutinio; e perchè il numero rimaneva scarso, abbassò fino ai 24 anni l’età che rendesse abile ad entrarvi. Erano i Frati di San Francesco avversi a quelli di San Domenico per antica rivalità; il Valori ne fece cacciare di Firenze alcuni che predicando contradicevano al Savonarola. La parte dei Medici si risentiva, e molti preti e cortigiani Fiorentini erano iti a stare a Roma col Cardinale: contr’essi uscirono leggi asprissime, che gli richiamavano e proibivano di praticarli. Ma ebbero queste leggi forte contrasto; e i nemici al Savonarola facendo causa co’ partigiani dei Medici, trassero a Gonfaloniere dopo al Valori Bernardo del Nero, uomo fra tutti autorevole per la pratica delle maggiori faccende che spesso il Magnifico gli aveva fidate.

Era il Consiglio assai migliorato d’autorità e di credito, le scelte agli uffici della città e fuori essendo generalmente ragionevoli. Nondimeno perchè il favore stava pe’ Frateschi, gli altri s’adopravano indefessamente a screditare il Consiglio per via d’astuzie, allargando il numero dei voti perchè s’empisse d’inetti e malvagi; ed essi poi o astenendosi dall’intervenire, o a tutti dando le fave bianche, s’ingegnavano perchè il Consiglio disordinandosi venisse a noia agli uomini dabbene. Le proposizioni per gli uffici, che prima giravano tra pochi, abolirono, sostituendovi le tratte, in modo però che i sortiti fossero poi squittinati da tutto il Consiglio: il che riuscì contro alla volontà dei cospiranti, perchè il Consiglio tutto intero avendo finalmente in mano le scelte agli uffici, ne acquistò grazia e autorità nell’universale.[39]

Cotesti maneggi avevano a capo lo stesso Gonfaloniere, Bernardo del Nero, del quale però non era intenzione richiamare Piero dei Medici in Firenze, ma formare uno Stato stretto, mettendo innanzi Lorenzo e Giovanni di Pier Francesco, i quali si erano, come vedemmo, fatti chiamare Popolani, ed aspettavano da quelle bassezze ottenere il principato. Favoriva queste loro pratiche il Duca di Milano, che odiava forte quei governi larghi coi quali è impossibile tenere segreti e non si ha di nulla sicurezza.[40] Giovanni, bello della persona, si era fatta moglie la bella vedova Caterina Sforza che reggeva pei figli lo Stato di Forlì. Ma intanto che andava questa congiura, altri che bramavano il ritorno di Piero, animati dallo sparlare che si faceva pubblicamente nella città, cominciarono a tenere pratica seco. Ed egli a disporre meglio la materia, mandò in Firenze maestro Mariano da Ghinazzano generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva qui avuto grande fama di predicatore al tempo di Lorenzo, ed era appresso a lui stato in grande favore. Il quale dal pulpito apertamente dichiarandosi contrario a Fra Girolamo, promuoveva destramente l’accordarsi della città colla Lega. Le quali cose perchè non aveano punizione alcuna, Piero ingagliardito e confidandosi al modo che i fuorusciti sogliono, che al solo mostrarsi, i cittadini stanchi, affamati e malcontenti, gli aprirebbero le porte; negli ultimi giorni del mese d’aprile, quando Bernardo del Nero era al termine dell’ufficio, venne a Siena con molti soldati condotti da Bartolommeo d’Alviano, per opera dei Veneziani che si credevano, rimettendo Piero in Firenze, assicurarsi l’acquisto di Pisa: a questa impresa era naturale che Lodovico Sforza non desse favore. Ma Piero venuto il primo giorno a Tavarnelle, s’accostò il secondo fin presso alle mura della città; dove chiamato in fretta Pagolo Vitelli che a lui s’opponesse, fecero Signoria nuova di amici allo Stato, e sostennero in Palagio circa dugento cittadini dei più sospetti. Piero, essendo stato più ore alla porta, veduto non farsi nella città rumore alcuno, se ne tornò a Siena.[41]

Rimasero nella città i sospetti grandi, a molti parendo che Piero dovesse avere intelligenze dentro, sulla cui fede si fosse egli mosso. Questi ed altri mali umori bollivano, quando tre mesi dopo al fatto una improvvisa rivelazione fece divampare quei sospetti in fiere passioni e in atti che furono, come vedremo, perniciosissimi. Un Dell’Antella, malvagio uomo ch’era in bando a Roma, cercando il ritorno e non so quale guadagno, scrisse avere cose di grande momento da denunziare quando gli dessero salvocondotto. Venuto in Firenze, accusava cinque primarii cittadini di pratiche in vario modo tenute a favore di Casa Medici. Erano questi Lorenzo Tornabuoni cugino di Piero, Niccolò Ridolfi suocero a una figlia di Lorenzo, Giannozzo Pucci di quella Casa che aveva innalzato il vecchio Cosimo, e un Giovanni Cambi; primo fra tutti d’autorità e di grado Bernardo del Nero, vecchio di settantacinque anni, convinto non esser egli autore, ma consapevole di quei fatti. A giudicare i cinque rei fu eletta una Pratica, nella quale oltre alla Signoria ed ai Collegi sederono molti principali cittadini: doveano essere dugento, ma intervennero soli centotrentasei. Le passioni erano furibonde, e la sentenza riusciva dubbia, se nuove lettere venute allora, e messe fuori, non aggravavano gli accusati mostrando imminente il pericolo della Repubblica. La Signoria ed i Collegi che intervenivano nelle Pratiche e avevano ciascuno (come allora si diceva) la loro pancata, pronunziarono l’assoluzione: ma vinse la morte pel maggior numero degli aggiunti, che dietro agli altri sedevano. Allora messer Guid’Antonio Vespucci levatosi, chiese pei condannati l’appello al Gran Consiglio, secondo la legge. La Pratica fu rimessa ad un altro giorno, e il disordine dalla Sala passò grandissimo nella Piazza. Era costume che nelle Pratiche dicessero in nome della loro pancata quelli che in testa sedevano, senza però che agli altri fosse vietato parlare. In questa seconda consulta vollero che ciascuno desse il suo voto personalmente: ma tali erano le grida per tutta la Sala, che non si sarebbe venuto a capo della risoluzione (il che era cercato dai difensori degli accusati), se Francesco Valori non avesse imposta una sentenza di morte immediata, destando negli altri con le minaccie una paura che meglio avrebbe egli per sè stesso dovuta sentire. In questo modo rimaneva escluso l’appello al Consiglio Generale, ultimo scampo ai cinque miseri, ai quali in mezzo ad un tumulto feroce fu quella notte stessa mozzo il capo: pochi altri ebbero il confine, altri si assentarono.[42]

Di quelle morti furono autori gli amici del Savonarola, ed egli si tacque: nell’esame di lui che abbiamo a stampa si legge avere egli detto che di quel giudizio non s’era impacciato, ma che Lorenzo Tornabuoni aveva raccomandato al Valori. Inoltre non era egli arbitro di quelle vite, nè allora padrone per modo alcuno della Repubblica; questa era già in mano d’uomini politici, e la legge che ai rei concedeva l’appello al popolo uscì diversa da quella che aveva Fra Girolamo consigliata. Poteva ben egli con verità dichiarare, che in cose di Stato non gli era piaciuto d’ingerirsi mai, e che nel fondare il Governo popolare non ebbe altro fine che il bene delle anime e la riforma dei costumi. Predicatore d’una idea, non fu egli mai ordinatore di un disegno: il guardare gli uomini dall’alto gli aveva educato il senso pratico delle cose; grande si mostrava nell’ordinare lo Stato di Firenze, ma di condurlo non si brigava; era il profeta di quello Stato, ma non avrebbe voluto esserne il ministro; di queste ambizioni non ebbe egli mai, sebbene avesse in sè le passioni dell’uomo di parte e a quelle servisse. Vietò da principio si perseguitassero gli amici di Casa Medici; ma l’adoprarsi a ricondurne la dominazione era col promuovere una tirannide contrastare alla grande opera che stava in cima di ogni suo pensiero, e alla quale si sentiva egli chiamato da Dio; era delitto cui non poteva essere indulgente. Quando sul pulpito veniva a dire dei provvedimenti che via via occorrevano per lo Stato, ciò a lui era farsi banditore del Vangelo in tutta quanta l’ampiezza sua, nè al predicatore credeva bastasse ripetere sempre come a stampo certi temi della vita spirituale; ma le sue prediche volea pigliassero tutto l’uomo direttamente, svelatamente, l’uomo in famiglia, l’uomo nella vita civile, secondo che i tempi e i costumi volessero certe più specificate riprensioni e più immediate, o certi consigli che a cose pubbliche riguardassero.

Intanto però benchè il Savonarola propriamente non fosse capo di quella Parte, ne aveva in sè l’anima e la forza pei tanti che a lui erano devoti con cieca credenza. In lui certamente la sicurezza ch’egli ponea nell’affermare le cose future derivava dalla fede che Dio non potesse a lungo restarsi permettitore del male; e chiunque ignori quel che sia fede e non la creda capace a muovere di per sè sola le azioni umane, non potrà intendere il Savonarola. Ma quando agli uomini manifestava e persuadeva con tanta efficacia quel ch’egli sentiva dentro dell’anima esaltata, era impossibile non si credesse dotato fra tutti di un superiore conoscimento, e quindi in lui non si destasse di quella superbia che suole isterilire i nostri più alti pensieri. Bene credo fosse inconsapevole di sè stessa, poichè si mesceva alla umiltà religiosa; ma era in lui nutrita dalla potenza di una parola capace a trarre dietro sè le moltitudini, che spesso inebria chi la possiede e quasi fa l’uomo seduttore di sè stesso; vedeva il Frate dalle sue labbra pendere il popolo allora più colto che fosse nel mondo.

La dottrina del Savonarola si era formata in profezia pigliando certezza dalla sua propria rettitudine e dalle promesse d’un forte animo ed appassionato. Usava dialogizzare nelle prediche con gli uditori a questo modo: «Oh Padre, ma se tutto il mondo ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio.» La parte che aveva in ciò la superbia era di continuo fomentata dal grande numero dei seguaci e dalla fede ardente dei semplici, in faccia ai quali a lui pareva essere da meno, se una qualche volta l’intelletto dubitasse. Si aggiunga poi l’urto delle fazioni che si raccendono l’una l’altra, pigliando credenza in cose impossibili; ed in quel caso, l’essere tutta la purità dalla parte sua contro ad uomini sacrileghi, malvagi e rotti ad ogni vizio. Gli eventi più volte aveano data ragione a lui: quando i saggi del mondo temevano, il Frate affermava che nulla sarebbe; e in modi affatto inopinati erano i pericoli più volte svaniti. Il Frate diceva: «la Chiesa di Dio ha bisogno di riforma e di rinnovazione; sarà flagellata, e dopo i flagelli riformata e rinnovata: gli infedeli si convertiranno a Cristo ed alla sua fede. Sarà flagellata e rinnovata Firenze, e verrà quindi a prospero Stato: avverranno queste cose ai giorni nostri.» In tutto ciò nulla era che sapesse d’eresia, o che in sè avesse rivolta o scisma. Nel Trionfo della Croce, ch’è la maggiore delle sue opere, affermava con parole amplissime l’unità della Chiesa e la supremazia del Pontefice Romano. Ma Roma batteva di continuo pei molti suoi vizi, le profane sommità del Clero metteva nel fango, a preti nè a frati non faceva grazia; e perchè incontro a tutti questi poneva sè stesso, veniva a farsi senza volerlo autore e capo d’una Riforma. La quale a promuovere e ad effettuare nulla aveva in pronto, nulla preparava; sincero del pari come imprudente, non aveva compagni nè gli cercava, per nulla pensava ad usare mezzi i quali andassero a quel fine. Dentro era la fede e fuori usciva la parola; Iddio farebbe il resto da sè. In chiesa dal pulpito s’acquistava egli i partigiani, e quindi tornato in cella scriveva postille sui libri della Bibbia, e trattati filosofici o ascetici, quando non lo venivano a cercare. Ma erano troppi quei suoi partigiani, troppo lo innalzavano agli occhi suoi stessi, e come fanatici nutrivano quella sua fede altiera; intanto che rimanendo in sè disgregati, nè a lui nè all’opera sua portavano aiuto bastante, e molti tra essi erano facili a voltare. Così nel fatto egli come solo si tirava addosso la forte compagine dell’ecclesiastica Gerarchia e Roma e i grandi Prelati e tanta potenza e ricchezza, e tutto può dirsi il Clero e tutti gli altri ordini religiosi, e i potentati d’Italia e gli uomini politici, e quelli che scuoteano il capo increduli in faccia a un Profeta disarmato.

Ma intanto queste cose destavano gli animi a nuovi pensieri, per tutta Italia se ne parlava e dalla Germania veniano lettere di consentimento: Roma non poteva lasciare quei semi pigliare radici. Si cominciò prima con le blandizie; Alessandro VI scriveva lettera tutta laudatoria a Fra Girolamo, per il molto bene che egli facea nella Chiesa, confortandolo a recarsi a Roma con parole nelle quali era una intimazione. Questo fu nel luglio del 1495. Il Frate era infermo, e i Magistrati amici a lui s’interposero tanto che il Papa gli concesse rimanere; intanto pratiche si faceano intorno a lui ed offerte di onori e di gradi fino al cappello di Cardinale. Come le offerte disdegnasse non occorre dire, ma si conobbe da un Breve per via obliqua diretto ai Frati di Santa Croce, dove al comando si aggiungevano minaccie, chiamando lui seminatore di falsa dottrina. Il Savonarola si era quei mesi taciuto; ma tornò in pulpito nella Quaresima del 96 più fiero di prima, rigido ai suoi, a tutti severo, mantenendo la suprema potestà del Papa e in ciò diffondendosi con calde parole, ma dichiarando che a lui quando erra manifestamente non deve ubbidirsi. A contenere gli uditori avevano in questa Quaresima alzato gradini in Duomo fino all’altezza delle finestre; la folla seguiva il predicatore quando usciva, ed uomini armati gli stavano appresso, temendosi oltre ai nemici di dentro, sicarii che si dicevano appostati contro lui dal Duca di Milano. In quelle Prediche ogni cosa è vivo; e quivi sono ampiamente svolti gli eterni precetti della morale e della fede, le cose presenti ed i propri suoi pericoli. Nell’ultima diceva: «Qual sarà la fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico invece, morire ed essere tagliato a pezzi.» Scrivendo alla madre sua, cercava che avesse l’animo preparato a sentirlo morto.

Continuarono anche dopo Pasqua le Prediche: il Papa si teneva chiuso, e aveva commesso a una Congregazione l’esame della dottrina e del procedere di Fra Girolamo, senza che ne uscisse accusa: tentava nel tempo stesso di ricondurre la Congregazione toscana di San Marco sotto alla lombarda, o sottoporla ad un Vicario che avesse in Roma la residenza. Fine d’ogni cosa era levare il Savonarola di Firenze, o con l’escluderlo dal pergamo tôrre a lui ogni forza. Fu a lui vietato il predicare: al che taceva egli per alcun tempo, ma le gravi condizioni in cui la Repubblica versava fecero sì che i Magistrati a lui devoti lo richiedessero di fare udire la sua voce, da cui attingevano potenza e aiuto contro agli avversari che già si cominciavano a mostrare. Come si è detto, Piero de’ Medici era alle porte, la fame e la peste dentro la città e fuori. Fra Girolamo tornato in pulpito, avea predicato la Quaresima sopra Ezechiele; faceva sovente nella Bibbia suo tema i Profeti che nella antica legge tenevano il grado da lui più ambito nella Chiesa. Ma tosto che Piero si fu allontanato, le parti nemiche più si voltarono contro al Frate: questi, malgrado il divieto, aveva annunziata in Duomo una predica pel giorno della Ascensione, che già da molti si antivedeva sarebbe occasione di tumulti. Nella mattina si trovò il pergamo imbrattato d’ogni sozzura; pareva minacciata la vita del Frate, ed egli entrava circondato da molti de’ suoi che armati stettero intorno al pulpito. A un punto dato, ecco farsi un grande strepito nella chiesa dov’erano gli animi già preparati allo spavento: chi fuggiva e chi si armava: in mezzo a un infernale disordine, Fra Girolamo fu ricondotto al suo Convento, ed in quel giorno si trova scritto che a lui medesimo fallisse l’animo. La Signoria di maggio e giugno 1497 era in grande parte contro a lui; uscì bando che proibiva generalmente ad ogni frate il predicare: una Pratica si tenne sulla proposta di dare esiglio al Savonarola, ma non si vinse. Il Papa infine mandò fuori la scomunica, indirizzata col solito modo questa volta ai Frati Serviti, grandi affezionati di Casa Medici. La scomunica non condannava dottrine di lui, ma solamente la disubbidienza che si andò a cercare nei fatti circa alla Congregazione Domenicana. Grande era lo sdegno di Papa Alessandro; ma nulla infine potè trovare, nè tutto il misero poteva dire; era la condanna atto politico e non religioso. A 22 giugno fu la scomunica pubblicata in Duomo con le solennità consuete; donde un insorgere contro ai Frateschi, e nella festa del San Giovanni, grande lo sfoggio d’ogni mondanità che più riuscisse d’ingiuria ai Piagnoni: così appellavano i devoti al Frate. Incontro ad essi erano i Compagnacci, i quali professando un vivere sciolto, davano mano agli Arrabbiati, sotto il quale nome si raccoglievano gli amici d’un Governo stretto e i non avversi a Casa Medici. Un Ridolfo Spini, giovane ricco e licenzioso, immaginò un convito dove ogni delicatura ed ogni lautezza fossero profuse, lo sfoggio facendosi la notte a vista di popolo, e i convitati girando per la città con torchi accesi e musica, in onta manifesta del Frate e dei suoi.

La Signoria entrata il primo di luglio e la seguente, furono amiche al Savonarola, cercando col mezzo dell’Ambasciatore in Roma d’ammansire le ire del Papa, il quale percosso da un colpo crudele aveva sembrato volersi riscotere. Era nel Borgia una bontà sola, ma che a un Pontefice stava poco bene, l’amore ai figli; di questi il maggiore fu trovato ucciso una notte per domestica tragedia, secondo fu detto. Scrivea Fra Girolamo al padre afflitto lettera di conforto, ma insieme di ammonizione benevola, grave e prudentemente dignitosa. Ma il Papa, essendo tornato bentosto ai modi soliti, chiedea la consegna del Savonarola; e questi, dopo essersi più mesi tenuto in silenzio, cedendo a sè stesso e forse ai conforti di quei dello Stato, riavutisi dopo alle turbazioni pel caso dei Cinque, tornò a predicare. Cominciava l’anno 1498: il popolo radunato sulla piazza di San Marco (perchè la chiesa non bastava) era chiamato a una solenne preghiera: usciva il Frate col Sacramento in mano, e da un pergamo alzato fuori della porta della chiesa, benediceva il popolo e diceva: «Signore, se io non opero con sincerità d’animo, se le mie parole non sono da te, gastigami.» Il volto del Savonarola oltre al solito esprimeva la fede dell’animo, ed il popolo pregava. In Duomo le prediche andavano più che mai direttamente contro a Roma ed al Papa; il quale personalmente offeso ed impaurito del grande rumore che se ne faceva, minacciava sulla città l’interdetto, se a lui non dessero il Savonarola nelle mani: al che lo spingeva Lodovico il Moro, allora grande amico al Papa.[43] Mandar via il Frate sarebbe piaciuto alla Signoria nuova per marzo ed aprile; la quale non appena entrata in ufizio radunò una Pratica, dove però tale si mostrava la propensione verso il Frate, che fu costretta la Signoria stessa mandare al Papa lettera in difesa di lui con espresso rifiuto di fargli offesa o divieto. Abbiamo gli atti di queste Pratiche, dove nei pareri degli intervenuti si trova espresso mirabilmente lo stato dei partiti con le varietà loro: guidava i seguaci del Frate la fede in lui ed il sentimento della indipendenza cittadina; degli altri, chi temeva l’autorità del Papa e chi la potenza. Avevano chiesta a Roma una Decima, senza cui la Repubblica non poteva reggere alle spese; e quando venisse un interdetto, vedevano disertati i banchi di fuori e i commerci guasti.[44] Fu quindi scelta una via di mezzo, vietando le Prediche in Duomo; le quali continuavano in San Marco: finchè ad un’altra lettera del Papa la Signoria ordinava, fosse tolto a Fra Girolamo il predicare dovunque fosse. Questi, radunato prima come soleva le donne in San Lorenzo, le accomiatava con addio pietoso, e il giorno dopo agli uomini in San Marco faceva l’ultima sua predica.