Questa nuova forma di Repubblica, a tutti ignota e a molti spiacente, fu accettata per la grandissima autorità di cui godeva allora in Firenze Fra Girolamo Savonarola. Questi nato in Ferrara l’anno 1452, vestiva in Bologna l’abito dei Domenicani riformati essendo nell’anno suo ventitreesimo; e forse avendo un poco assaggiato le tempeste della vita secolare; ma perch’egli s’era fuggito dal padre occultamente, scusavasi a lui del fatto proposito, al quale gli erano stati motivi, «la grande miseria del mondo, l’iniquità degli uomini che più non si trova chi faccia bene;» ond’egli soleva dire con Virgilio: heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum: «e questo perchè io non potea patire la gran malitia dei ciechati popoli d’Italia e tanto più quanto i’ vedea le virtù essere spente al fondo, e i vizii sollevati; questa era la maggior passione che io potessi avere in questo mondo.[27]» Per la qual cosa pregava Dio che gli mostrasse la via d’uscire da questo fango; e Dio l’aveva ora a lui mostrata degnandosi farlo suo militante cavaliero. In questa lettera pare a noi che sia già tutto intero il Savonarola. Vestiva quell’abito per farsi riformatore religioso, riformatore dei costumi e della disciplina; appassionato, ardito e ripieno della coscienza di sè stesso.
Aveva di lettere buona tintura: della filosofia sapeva molto, ed in questa la precisione del suo linguaggio, l’elevatezza dei pensieri e la franchezza dei giudizi, mostrano ch’egli avrebbe potuto esercitare in Italia un apostolato di alte dottrine, se le tranquille meditazioni dell’ingegno in lui non erano impedite dal cuore bollente e non di rado anche dai sogni della fantasia. Ma innanzi tutto il Savonarola era uomo religioso, mistico a un tempo e moralista: la scienza sua era la Bibbia, dalla quale uscivano come da fonte viva e perenne i molti suoi scritti editi e inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture, o applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare tutto era nutrito di bibliche ricordanze: pare a me che nella povertà nostra sia egli il solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, tanto egli si mostra efficace non per arte tribunizia e non per impeti inconsulti, ma grave, ordinato, potente di quella che a lui era sola scienza; severo altamente e ad un tempo familiare tra quanti mai fossero oratori, l’indole sua ed i propositi a lui insegnando un certo suo fare per cui sembra volgersi parlando agli ascoltatori suoi, uomo per uomo, e ad ognuno era come se dicesse particolarmente a lui medesimo.
Fin da principio della sua predicazione fu riprenditore franco dei vizi del Clero e più che mai di quelli più in alto locati; con quest’animo era entrato in convento, ed era questa la sua milizia; tanto più acerbo e veemente quanto più crescesse in lui l’alterezza di sè medesimo: non poteva un forte sentire in cose di religione andare disgiunto dalle acri riprensioni, nè vivere senza quella brama di riforme che tutti i migliori aveano comune. In lui era fede che Dio vorrebbe torre via le brutture della sua Chiesa e gastigare quelli che n’erano autori. Per questa fede le sue parole pigliarono tosto affermazione di profezia, nella quale tanto più s’incaloriva quanto più i tempi ingrossavano: già un terrore cupo regnava negli animi degli Italiani ed agitava gli uomini religiosi dopo ai principii del papato d’Alessandro VI e pe’ disegni di Carlo VIII. Gli eventi sembrarono verificare le profezie; dipoi la guerra che a lui era mossa dai politici del Clero, e d’altra parte l’assenso fanatico dei suoi più devoti, facevano che egli ardente di fede, ma con l’animo in tempesta, cercasse rifugio a sè medesimo nella sicurezza dell’uomo ispirato, allora sentendosi potente a quella opera cui Dio lo chiamava. In fine a questa vedeva in mente il sacrifizio della vita sua, non la grandezza; e se le passioni sue e le altrui lo fecero qualche volta minore a sè stesso, nessuno lo accusi d’artifizi calcolati. Abbattere il male con la potenza della parola, ciò solo voleva, non alzare in contro all’altare profanato un suo altare; ma co’ soli uomini corrotti e malvagi avendo battaglia, non mai si trova ch’egli cercasse d’alterare in nulla non che le dottrine ma nemmeno gli ordini della gerarchia. L’intera sua vita e l’esame ch’ebbero i libri suoi da chi più l’odiava, fanno di ciò fede certissima; era egli uomo essenzialmente italiano, e la natura e le tradizioni nostre negano a noi la facoltà e la voglia d’alzare i trovati del nostro intelletto fuori del sentire universale, di confidarsi troppo in una dottrina da noi vista nascere, e d’inventare noi stessi una forma per quindi adorarla.
Da più anni era il Savonarola venuto a Firenze nel convento di San Marco, e predicava con grande fama di santità e dottrina, minacciando flagelli grandissimi e tribolazioni; tantochè Lorenzo de’ Medici, al quale lo stato presente pareva essere molto buono, lo fece ammonire che parlasse poco de futuris.[28] Nell’intervallo era dimorato qualche tempo in Brescia, la Provincia di Lombardia facendo allora tutt’uno con quella di Toscana, finchè lo stesso frate Girolamo non ottenne da Papa Alessandro che la Congregazione dei Frati Predicatori di Toscana si reggesse come Provincia da sè; la quale cosa lo fermò in Firenze. Si diede allora tutto alla riforma del Convento del quale fu Priore. Ai Domenicani stretti era vietato il possedere, ma da un cinquant’anni trascorsa la disciplina, avevano terre e case di molta rendita: il Savonarola in poco tempo vendè ogni cosa; ma tanta era la devozione che per lui ne venne al Convento da bastare a un numero sempre crescente di Frati; i quali di cinquanta ch’erano prima, si moltiplicarono fin oltre a dugento. Aveva comprato la Casa in Via della Sapienza, dove per lascito di Niccolò da Uzzano dovea risiedere lo Studio, e che venne unita a San Marco per via d’un passare sotterraneo a traverso la via del Maglio. Quivi erano scuole di greco e d’ebraico, di scienze sacre e di profane, a formare uomini capaci ad un voto che gli stava nella mente, quello di predicare il Vangelo ai Turchi. Faceva tutto questo col ritratto dei beni venduti; comprava dal Fisco per tremila fiorini d’oro la Biblioteca Medicea, che aggiunta all’antica di San Marco, eredità di Niccolò Niccoli, era quivi messa a pubblico uso; ed intanto sovveniva alle strettezze della Repubblica inabile a soddisfare i creditori di casa Medici, tra’ quali era Filippo de Comines, per mille fiorini dei quali il Frate si accollò il pagamento. Aprì anche una scuola di Pittura nel Convento, prezioso pei dipinti di Fra Giovanni Angelico, ed ora per quelli di Fra Bartolommeo, tanto devoto al Savonarola che dopo la morte di questi lasciava per due anni da banda i pennelli. Fra Girolamo sentiva l’arte come filosofo non di cuore arido, ed il Bello definiva con alti concetti, semplici ed evidenti, nei quali credo sia la sostanza di quante dottrine mai si facessero intorno all’Arte.[29] Fu inoltre poeta e non dei volgari, la sua mente a prodursi intera avendo bisogno d’espandersi anche per via della poetica espressione.
Lorenzo de’ Medici lo aveva chiamato al suo letto di morte;[30] ma non appena mancato questi, si era Fra Girolamo sentito più libero nel predicare, dov’era tutta la forza sua. L’Avvento del 1493 in Santa Maria del Fiore espose intera la sua dottrina intorno alla fede e alla virtù delle opere; mostrò il Vangelo essere da tutti abbandonato; accusò le Corti dei Principi e il mondano fasto dei grandi Prelati; annunziò il flagello che si avvicinava. Assiduo sul pergamo, di là svolgeva i suoi concetti sempre più alto e più incalzante nel seguente anno 1494, mentre Carlo VIII scendeva in Italia. Questi giunse in Asti ai 9 settembre, e ai 21 di quel mese avendo il gran Frate, che predicava sulla Genesi, discorso più giorni dell’Arca mistica di Noè, doveva esporre le parole intorno al Diluvio. Sotto alle vôlte del Duomo la folla si accalcava da più ore oltre al consueto; la trepidazione grande; e quando la voce del Savonarola si udì ad un tratto tuonare dal pulpito queste parole: «Ecco, io manderò le acque sulla terra,» per tutta la chiesa furono grida e pianti di terrore e di spavento: raccontava Pico della Mirandola che un brivido gli era corso per le ossa, e i capelli gli stavano ritti sulla fronte; confessa Fra Girolamo ch’egli era commosso quel giorno al pari degli ascoltatori suoi.[31]
La potenza del Frate in Firenze non aveva chi la pareggiasse; e quando si venne a riformare lo Stato, la voce di lui era la sola che dominasse i voleri incerti o divisi, e che mettesse unità in questo popolo servo da tanti anni e disgregato, ricomponendo, quanto allora si potesse, quel grande fascio della comunanza, dov’era stata la forza in antico della città di Firenze. «O popolo mio, tu sai che io non sono mai voluto entrare in cose di Stato (predicava egli quando si venne alle Riforme): credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è necessario alla salute delle anime? — le mie parole vengono dal Signore — purificate il vostro animo; e se in tale disposizione voi riformate la città vostra, tu, popolo di Firenze, incomincierai in questo modo la riforma di tutta Italia....» Il Savonarola era di popolo come uomo e come frate e come santo; i vizi scendevano allora dall’alto, ed il popolo si manteneva pio e costumato al confronto della corruttela dei suoi capi, sia laici, sia cherici: nè altro governo qui era possibile a impedire la tirannia d’un solo. Il Frate in mezzo a tutti apparve temperato nei consigli, conoscitore degli uomini e degli ordini civili. Chiamato in Palagio, approvò la nuova forma con savie parole, mostrando che era allora assai fermare un modo che fosse buono in universale, e che i disordini si correggerebbero col tempo. Dopo questo volle raccogliere in Duomo i Magistrati ed il Popolo, escludendone le donne e i fanciulli. Propose e raccomandò un Governo popolare fondato sul timore di Dio e sulla riforma dei costumi, non guasto dal tarlo dei fini privati, eguale per tutti, non facendo distinzione tra gli uomini del vecchio e del nuovo Stato, perdonando le passate colpe, di modochè fosse pace universale. In seguito ebbe mano egli stesso nell’abolire il modo tirannico per cui si distribuivano le gravezze, volendo che una decima sulle possessioni, dipendente dal valore dei fondi, togliesse via le personalità che si usavano nell’imporre. Il tribunale della Mercatanzia, che aveva perduto l’antico credito mentre sotto ai Medici era in mano dei loro amici, fu rialzato con nuovi Statuti, i quali divennero un vero Codice di commercio. Il Monte di Pietà, predicato più anni prima da uomini religiosi, non si era mai potuto fondare; ma ciò venne fatto al Savonarola, ed una Legge tutta di carità si venne a porre contro all’usura praticata iniquamente dagli Ebrei. Raccomandava egli queste cose dal pergamo, e prima già erano accolte dai Capi dello Stato. Ma ciò che sopra ogni altra cosa diede carattere al nuovo governo, fu l’abolizione del tirannico diritto che, prima concesso ad altri magistrati, risedeva ora negli Otto di Guardia e Balía, potendo questi con sei voti condannare alla perdita della vita o della patria o degli averi quale si fosse cittadino. Per una legge, che indi ebbe nome di Legge delle sei fave, fu data l’appellazione da quelle condanne al Consiglio Generale. Aveva il Savonarola opinato bene, che la revisione di que’ giudizi dovesse farsi da Ottanta o Cento uomini principali. Ma i partigiani d’un Governo stretto con grande calore si opponevano a quella legge; da ultimo accettarono che l’appellazione si facesse al Consiglio Grande, più esposto alle brighe e alle seduzioni di quello che fosse un Consiglio stretto e scelto tra i sommi.[32] Vedremo da questo errore prodursi gravi disordini e fatali.
Queste alienazioni dal Savonarola già si mostravano in seno ai Consigli; tra lui e il popolo bene s’intendevano, e aveva su questo un ascendente che nessun altri mai. Lo esercitava perchè ubbidiva egli medesimo a un dovere; per tal conto a lui non pareva mai fare di troppo. Firenze non era più la città del Magnifico, ma universale una professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si udivano invece dei sozzi Canti carnascialeschi. Tal era Firenze gli anni 95 e 96; nei primi di questo, gli ultimi giorni del Carnevale, tacquero le pazze feste consuete; uomini e donne e fanciulli, comunicatisi la mattina, andarono dopo desinare in numero grandissimo a processione per la città. Nei giorni prima erano molti fanciulli andati a frotte con certi ordinati modi a chiedere, o piuttosto a imporre limosina ai passanti per le vie, e per le case a farsi consegnare quello che appellavano le vanità, o gli anatemi; erano disegni e libri osceni, arnesi di giuoco e abiti da maschera: di questi aveano adunata grande piramide sulla Piazza della Signoria con entro materie combustibili, alle quali fu dato fuoco tra le grida e l’esultanza del popolo ond’era gremita la Piazza. Ai tempi nostri si cominciò a dire che erano allora state distrutte molte preziosità e capolavori dell’Arte, fu molto gridato contro alla barbarie del Savonarola: ma che un barbaro non fosse egli abbiamo mostrato, e oggi tutti sanno; e che per le cose bruciate le Arti non facessero iattura grande, prova il silenzio dei contemporanei, sebbene a lui poco amici, che non gli fecero tale accusa. D’opere che avessero pregio dall’arte non trovo ricordato che un tavoliere di ricco lavoro.[33]
Mentre in Firenze si facevano queste cose, quelle di Pisa divenivano sempre più dure ai Fiorentini. Tostochè il Re fu tornato in Asti, gli Ambasciatori della Repubblica aveano fatto seco un trattato per cui dovesse restituire le fortezze, ed ebbe a tal fine certa somma di danari. Di Francia venivano Ambasciatori per l’esecuzione del Trattato; ma il fatto non seguiva, contrapponendosi o per segrete istruzioni, o per cagioni private, o per danari avuti, l’Entraigues che n’era castellano. Anzi una volta i Commissari della Repubblica avendo raccozzate genti e mandatele fin dentro la città di Pisa, il Castellano francese cominciò a trarre addosso a loro con le artiglierie, per il che dovettono tornare indietro: e male potendosi tenere le terre in quella provincia, che ad ogni occasione che ne avessero si ribellavano, la guerra posava per allora. Il solo acquisto che facesse la Repubblica fu di Livorno, restituito poco dopo secondo i patti, che in tutto il resto erano violati: Pietrasanta venne in mano dei Lucchesi, Sarzana dei Genovesi, e la Repubblica vedeva dissiparsi l’antico suo Stato. Nemici i Senesi tenevano sempre Montepulciano, per il che una volta fu da Firenze tentata un’impresa contro Siena, la quale andò a vuoto perchè la città divisa si levò tutta, quando alle sue porte vidde la minaccia delle armi Fiorentine.[34] Scriveva Fra Girolamo a Carlo lettere di ammonizione in nome di Dio; gli Oratori in Francia continuavano le lagnanze, inutili sempre:[35] allegavano i Fiorentini che il Re avea giurato, ed essi, oltre al debito gli erano stati fedeli; per lui si avevano nimicata l’Italia intera. Ma quando faceano segno d’accostarsi alla confederazione contro lui, sapeva il Re che non l’avrebbono mai fatto, offesi dall’avere il duca Lodovico e i Veneziani pigliato la protezione di Pisa, che da questi ultimi fu occupata nel nome della Lega. L’unione d’Italia non faceva pei Fiorentini se non riavessero Pisa, e brutta parte era quella loro quando chiamavano essi soli il re Carlo VIII a una nuova spedizione, della quale rimasero vane non che le promesse anche le preparazioni che una volta ne aveva il Re fatte.[36]
Qualunque si fossero le azioni e i consigli della Repubblica di Firenze, mettevano capo al Savonarola: continuava questi a predicare in Santa Reparata con maggiore udienza che mai avesse predicatore alcuno, e apertamente cominciò a dire che egli era mandato da Dio ad annunziare le cose future. Dal che nascevano divisioni e mali umori nella città, dove molti non credevano naturalmente a queste cose, e dispiaceva a molti il Governo popolare, che da lui era tenuto fondamento di ogni cosa che fosse salute alla città e all’Italia ed alla Chiesa. Qualche segreta macchinazione fu tosto repressa; ma la divisione cresceva, alienandosi non pochi da lui secondo che il Frate andasse più innanzi e i tempi divenissero più difficili. Tutti i seguaci di lui favorivano la parte di Francia, avrebbono gli altri voluto accordarsi colla Lega; gli uomini più autorevoli, o erano seco o si tenevano in disparte. Francesco Valori era tutto col Savonarola; Pagol’Antonio Soderini teneva la stessa parte, ma nell’animo altro non cercava che una forma somigliante a quella della Repubblica di Venezia, dove era egli stato lungamente ambasciatore e s’era formato a quella scuola. Guid’Antonio Vespucci, giureconsulto di autorità grande, molto adoperato nelle ambascerie, aveva servito i Medici, e nulla amava fuori dei governi stretti, benchè si sapesse molto bene destreggiare nei Consigli. Piero Capponi per forza d’animo soprastava, ma era tenuto vario e subitaneo; uomo di fatti più che di parole, nelle Consulte s’impazientiva, co’ popolani sviscerati male s’intendeva, e poco al Frate credeva. La vita dei campi si confaceva alla natura sua, talchè mandato a governare come Commissario la guerra di Pisa, riusciva meglio di quanti v’erano prima di lui stati; ma in guerra del pari odiosa e meschina, ebbe fine miserando. Soiana è castello delle colline Pisane dove guardano a Volterra, o piuttosto corte rettangolare, poco vasta, ma cinta di grosse mura. Il Commissario per abbatterlo attendeva a piantare una bombarda, quando dalle mura la palla di un falconetto lo colse in fronte: così moriva, toccati appena i cinquant’anni, Piero Capponi, e benchè non da tutti amato, lasciava di sè grandissimo desiderio nella città ed un nome anche dai posteri onorato.
La fortuna dei Pisani in quei giorni prosperava molto, avendo efficaci aiuti dai Veneziani che aveano abbracciato con ardore quella impresa. Del che insospettito Lodovico il Moro, si pensò accrescere la reputazione sua chiamando in Italia l’imperatore Massimiliano che gli era parente, ma del quale conosceva la levità dei consigli e l’inopia di moneta, per cui non sarebbe altro che un nome da usare in suo pro. I Veneziani dall’altra parte, che temeano allora un’altra spedizione di Francesi e un altro voltarsi del Moro, prestarono anch’essi danari a questo Imperatore vendereccio: pareano tornati sotto al predecessore di Carlo V i tempi nei quali veniano in Italia i Cesari a fare parte di mendichi. Nè Massimiliano aveva potuto raccogliere altro che trecento soldati a cavallo e mille cinquecento a piedi; del che vergognandosi, scansava le grandi città, e si condusse così fino a Genova. Aveva mandato ambasciatori ai Fiorentini e questi ne aveano mandati a lui; ai quali non volendo dare risposta, disse che l’avrebbono dal Legato del Papa, che gli rimandò al Duca di Milano. Gli ambasciatori, ch’erano Cosimo de’ Pazzi vescovo di Arezzo e Francesco Pepi, di ciò indignati, presentandosi al Duca che gli aveva ricevuti con molta pompa ed apprestava solenne discorso come grande arbitro dell’Italia, dissero non avere altro mandato che solamente di fargli reverenza; nè in altra materia volendo entrare, se ne andarono con grande sdegno del Duca. Massimiliano da Genova essendo sceso innanzi Livorno, l’assediava. Una parte delle sue genti entrate in Maremma trattarono crudelmente Bolgheri e Castagneto, terre dei Gherardesca: fu questa la sola impresa in Italia di Massimiliano imperatore; il quale guidando pessimamente la guerra, e le sue navi essendo malmenate dalle tempeste autunnali e per la sopravvenienza di navi Francesi, ritrattosi dopo un mese appena dacch’era disceso, tornò in Allemagna.[37]