Il Re da Pisa muoveva tosto verso Firenze, avendo parte delle sue genti mandato a Siena per altre vie. Ma perchè sapeva essere il popolo Fiorentino in armi e in fermentazione per la cacciata di Piero, soprastette a Signa alcuni giorni; e intanto andavano e venivano ambasciatori della Repubblica, i quali togliendo al Re i sospetti, regolassero l’ingresso suo nella città e pigliassero sicurezza contro ai disegni che si agitavano intorno a lui, dei quali era grande il timore. Imperocchè aveva egli mandato a invitare che tornasse Piero de’ Medici; non che si fidasse più in lui che nelle inclinazione dei Fiorentini verso Francia, ma perchè sperava con questa paura condurli ai patti che a lui piacessero. Piero da Venezia ricusò tornare, per consiglio (siccome fu detto) di quella Repubblica. A Signa proseguivano le pratiche ed i festevoli apparecchi; e il Re, avendo detto che si aggiusterebbe ogni cosa nella gran villa, faceva il giorno 17 di novembre il suo solenne ingresso in Firenze. Ricevuto alla porta dai Magistrati, venne alla chiesa di Santa Maria del Fiore per un largo giro, egli tutto armato e con la lancia sulla coscia, sotto a un baldacchino, che poi finita la cerimonia fu abbandonato alla rapina della plebe, com’era usanza. Destavano ammirazione grande le ricche vesti e le armi e le bardature e il portamento dei Baroni e Cavalieri che in grande numero seguivano il Re: gridava il popolo Francia, Francia. Carlo ebbe alloggio nella Casa dei Medici prestamente raddobbata: qui furono lunghi e difficili i negoziati, chiedendo i Francesi prima il dominio della città, dove il Re lasciasse un suo luogotenente; poi scendendo tortuosamente ad altre intollerabili pretensioni, secondo che, in mezzo a quel viluppo di cose, l’avarizia o l’ambizione o la paura gli sollecitavano.[18] Imperocchè è certo che il popolo aveva paura di loro, ed essi del popolo, in Italia, ed in Firenze massimamente, dove era una vita del tutto ignota agli oltramontani, e la potenza di una coltura dai sommi agli infimi equabilmente diffusa. Poi le vie strette impedivano i soldati, ed in questi era fama terribile del subitaneo levarsi in arme di tutto un popolo al suono d’una campana e dell’accorrere dal contado. Certa zuffa che nel Borgo d’Ognissanti destata per lieve cagione divenne un tumulto, parve essere indizio di moti più gravi. Ma sopra ogni cosa potè l’ardimento di Piero Capponi, il quale con gli altri ambasciatori venuto per conchiudere gli accordi nella presenza del Re, all’udire certe condizioni esorbitanti che un segretario leggeva, strappatagli a un tratto di mano la carta, la fece in brani e gettò a terra; al quale atto il Re gridando: noi suoneremo le trombe; replicava Piero, e noi le campane; uscendo impetuosamente co’ suoi compagni dalla sala. Non era già Carlo troppo male inclinato, e avea col Capponi avuta in Francia dimestichezza; laonde richiamatolo e sorridendogli familiarmente, quel giorno stesso fu sottoscritto l’accordo, pel quale Firenze rimase libera e da quella escluso Piero dei Medici: per le cose della guerra dovevano due ambasciatori seguire il Re, che ne terrebbe due in Firenze, che intervenissero quando si trattasse cose che importassero alla Lega; i Fiorentini pagare in sei mesi cento venti mila fiorini d’oro; le fortezze cedute dal Medici rimanessero ai Francesi finchè durasse la guerra, e le terre di Lunigiana fossero rese alla Repubblica: rimanevano in sospeso le cose di Pisa. Fatto l’accordo e dal Re giurato solennemente nel Duomo, questi che aveva in Firenze dimorato dieci giorni, progrediva per la via di Siena.[19]
Non si appartiene al nostro assunto raccontare l’impresa di Carlo VIII in Italia, nè le altre guerre che da questa ebbero causa e principio infelicissimo: diremo i fatti solo a mostrare come si producessero, e quali effetti ne seguitassero. Andato il Re a Siena, vi si trattenne alcun poco e vi lasciò guardia, continuando il cammino direttamente inverso Roma. Avea Ferdinando duca di Calabria, che tornava di Romagna, avuta intenzione di fare testa in Viterbo; ma perchè il paese tumultuava, ed i Colonnesi minacciavano da Ostia e dalle terre ch’erano loro, indietreggiò fino a Roma, dove il Pontefice lo lasciò entrare, sebbene con l’animo incerto e agitato da varie paure, massimamente poi da quella che volesse Carlo insieme ai Prelati che lo seguitavano promuovere nella Chiesa una riforma; pensiero a lui molto terribile. Cercava pertanto rassicurarsi per via di negoziati, che furono lunghi mentre avanzavano i Francesi; i quali essendo per un primo accordo entrati in Roma mentre ne usciva il Duca di Calabria, si chiuse il Papa in Castel Sant’Angelo; e i negoziati continuavano, infinchè avendo conchiusa una lega col Re, lo accolse molto solennemente in San Pietro, da lui ricevendo le dimostrazioni consuete. Ferdinando tornato in Napoli, trovò gli animi in fermento per la memoria delle crudeltà d’Alfonso e degli inganni da lui consigliati al padre suo, come teneasi da molti: nè bastò ad Alfonso che gli avanzi della fazione Angioina fossero distrutti, mostrandosi i popoli per odio di lui disposti ad accogliere i Francesi: ond’egli agitato da questi terrori e dai tormenti della coscienza, i quali abbatterono quell’animo tanto superbo e feroce, non trovava requie nè il dì nè la notte, appresentandosegli nel sonno le ombre di quei signori morti, e il popolo concitato che cercasse il suo supplizio; fuggiva pertanto come forsennato dallo spavento, e ricoverandosi con pochi legni in Sicilia, cedeva la corona a Ferdinando: questi con l’esercito si raccoglieva in San Germano, sperando vietare il passo ai nemici. Ma già i soldati impauriti e i Capitani per salvare gli Stati propri, vacillavano di fede e d’animo; e dietro alle spalle era il Reame in grandissima sollevazione. Levatisi quindi vergognosamente da San Germano, si ridussero in Capua; nè in questa potè fermarsi il nuovo Re, perchè Giovan Giacomo Trivulzio, che aveva la guardia di quella città, facea con iniquo tradimento segreto accordo co’ Francesi, ai quali rimase poi sempre fedele. Lo stesso Virginio Orsini, che tanto fu innalzato dagli Aragonesi, mandava prima agli stipendi di Carlo il figlio suo, e quindi da Nola chiedeva ritrarsi con le sue genti. Così da tutti abbandonato il giovane Re, avendo prima radunati sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale, quanti potè dei Napoletani, gli discioglieva da ogni giuramento, bruciava o affondava le galere che erano nel Porto perchè non venissero in mano ai nemici, si opponeva con animo regio alla irrompente cupidità o all’iniqua levità degli uomini che tutto sperano dalle cose nuove, ed egli con la famiglia sua passava nell’isola d’Ischia. Carlo entrava in Napoli a’ 21 di febbraio 1495.
Ma tosto s’avviddero i Francesi quanto poco fondamento avesse la troppo facile conquista. Più attendevano a godersela che a darle fermezza, insolentivano con la presunzione cresciuta in essi per l’altrui viltà; il Re, intento ai suoi piaceri, non badava nè a fare giustizia nè a mettere ordine nel governo: bentosto il falso amore dei popoli si mutò in odio contro allo straniero. E intanto i Principi, non d’Italia solamente ma d’oltremonte, si commovevano, quelli impauriti e questi sollevati a nuovi pensieri dall’essersi accorti, l’Italia essere un paese che in sè medesimo non aveva la propria difesa. Lodovico Sforza, poichè ebbe veduto procedere innanzi rapidamente i Francesi, e che gli ostacoli da lui sperati all’impresa loro cadevano tosto, entrò in discorsi col Senato Veneziano, uscito al fine dalla ponderata inerzia sua, e col Pontefice già disposto a entrare in quella Lega; la quale però non ebbe effetto sin ch’ell’era di soli italiani: ma fu in Venezia per ambasciatori solennemente conchiusa nel mese d’aprile, essendovi entrato Massimiliano imperatore, allora col titolo di re de’ Romani, e Ferdinando e Isabella che insieme tenevano il regno di Spagna. Questi più volonterosi degli altri avevano mandata una loro armata in Sicilia, di là preparandosi a portare la guerra in Calabria. Non era in Italia più da soprastare pei Francesi dopo una Lega tanto formidabile; e divenendo pericoloso l’indugio, il Re con la maggior parte dell’esercito partiva da Napoli dopo tre mesi dacchè vi era entrato, lasciati a guardia del Reame sotto Gilberto di Montpensier parte degli Svizzeri e dei Francesi, e cinquecento uomini d’arme italiani che aveva egli a soldo. Traversò Roma, donde il Papa ed il Collegio de’ Cardinali si erano ritratti in Orvieto; e in Siena fermatosi alcuni giorni, senza toccare Firenze, per la via più breve s’incamminò a Pisa.[20]
Le cose di questa città procedevano allora in tal modo; le dubbie parole del Re ai Fiorentini e la grande propensione dei Capitani francesi davano animo ai Pisani, che usciti al tutto dall’antica suggezione, intendevano a fortificare di genti e d’armi lo Stato loro, avendo a sè amiche le due città vicine di Siena e di Lucca, e giovandosi del favore e degli aiuti che ad essi dava, benchè in segreto, lo Sforza, ma scopertamente in nome proprio i Genovesi: attendevano anche a liberare tutto il contado; e già cominciavano le offese quando in Roma, essendo al Re venuti ambasciatori delle due città nemiche, mandava questi il Cardinale di San Malò suo principale ministro a comporre, come si diceva, le cose di Pisa; il quale avuto con tale esca il rimanente dei danari al Re promessi dai Fiorentini, e andato a Pisa, nulla fece, dando così ai Pisani del loro proposito maggior conferma. Non è da dire se queste cose dispiacessero a Firenze, dov’era grandissimo sospetto del Re che nel ritorno conduceva seco Piero de’ Medici, e non si spiegava quanto alla via che piglierebbe per traversare la Toscana.[21] Si aggiungeva che i Senesi aveano in quel tempo fatto ribellare Montepulciano; talchè la Repubblica scoperta da più lati e minacciata, si diede a mettere in città soldati rafforzando le difese, intantochè a Poggibonsi gli mandavano per la seconda volta ambasciatore il Savonarola, che bene accolto, ne riportava benigne parole. Ma quanto a Pisa le incertezze duravano sempre, anche dopo esservi entrato il Re, perchè i consigli erano divisi, potendo in alcuni l’idea d’un diritto che stava pei Fiorentini, e l’oro sparso da questi in Corte, ma nel maggior numero quel sentimento che è molto vivo nei Francesi di farsi liberatori degli oppressi: muovevano Carlo i pianti delle donne e dei fanciulli che udiva sotto alla sua casa, e le supplicazioni delle più belle tra le Pisane che si raccoglievano a mesto ballo intorno a lui.[22] Partiva da Pisa contuttociò in fretta per la imminente guerra, nulla ivi mutando e con le solite promesse ambigue alle due parti.[23]
Di già si formava innanzi a lui nelle gole dell’Appennino l’esercito della Lega per chiuderne il passo: erano i Francesi in numero forse meno che di ventimila, il Re avendone separate alcune squadre per la conquista di Genova che i Fieschi e gli altri fuorusciti a lui promettevano, ma inutilmente, come avean fatto con gli Aragonesi: quindi traversava Pontremoli che si rese a patti, ma una vendetta dei suoi soldati lo mandò a sacco e a filo di spada. Giunto il Re a Fornovo sul fiume Taro, si trovò a fronte l’esercito veneziano che si ordinava, e non molta parte di quello del Duca di Milano che aveva in casa un’altra guerra, come bentosto diremo: insieme superavano di gran lunga il numero dei Francesi. Era il 6 luglio quando i due eserciti sul greto del fiume vennero a battaglia fiera e memorabile, sebbene fosse di breve durata; un solo urto della cavalleria francese avendo sbaragliati gli Italiani che attorno a quel punto già erano vincitori, e che non seppero poi rannodarsi, massimamente perchè gli Stradioti, milizie greche o albanesi al servigio dei Veneziani, veduto i bagagli del Re abbandonati, uscirono dalla mischia per darsi al saccheggio. Il Re combattendo animosamente corse due volte pericolo d’esser preso; Francesco Gonzaga capitano dei Veneziani condusse quanto era in lui virtuosamente la battaglia: ma la vittoria fu pei Francesi, che si apersero la via con perdita assai minore di quella dei nemici. Non osarono però assalirli di nuovo nel campo dove si erano raccolti; nè dall’altra parte il conte Niccola Orsini di Pitigliano potè ai suoi persuadere di tornare indietro contro ai Francesi disordinati, e restaurare la battaglia. Il Re non senza difficoltà grande pervenne in Asti dopo alcuni giorni. Questa città, era di pertinenza del Duca d’Orléans, rimasta a lui dalla eredità di Valentina Visconti ava sua: credeasi per questa avere un titolo su tutto il ducato di Milano, che fino d’allora ambiva togliere allo Sforza; ed essendo lasciato dal Re ivi a guardare la Lombardia, occupò Novara per sorpresa, e vi si era fortificato. Lodovico Sforza, quando si fu riavuto dal primo spavento ch’era sempre in lui grandissimo, arruolò in grande numero soldati Tedeschi e Svizzeri, buoni a resistere ai Francesi più che non fossero gli Italiani. Fu l’assedio lungo e vario di casi, avendo Carlo cercato da Asti di liberare l’Orléans; crudele la guerra, la fame in Novara miserabile oltre ogni dire. Già da Fornovo, Carlo aveva mandato il Comines a trattare della pace separatamente con Lodovico, la quale ebbe finalmente conclusione ai 10 di ottobre; e sciolto l’assedio, il re Carlo VIII tornava in Francia.[24]
Mentre accadevano queste cose, i popoli delle provincie napoletane si levavano per Ferdinando. Gaeta, che fu prima ad insorgere ne soffriva pena crudele, i Francesi avendo fatta dei paesani orribile strage. Ma le ribellioni moltiplicavano da per tutto; le quali a viepiù eccitare ed a farsi un piede sulle coste dell’Adriatico, il Senato di Venezia aveva mandato Antonio Grimani con ventiquattro galere; cui essendosi unito con altre poche Federigo d’Aragona fratello d’Alfonso, occuparono Monopoli in Puglia, che dagli Stradioti fu messo a sacco. Frattanto il giovane Ferdinando passato in Sicilia, scendeva da Messina in Reggio con gli Spagnuoli, pochi e poco buoni, ma condotti da quel Consalvo di Cordova, a cui rimase nella posterità il nome di Gran Capitano che aveva dal grado. Questi allora costretto dall’appassionata volontà del Re ad avanzare fino a Seminara, ed ivi incontrato il d’Aubigny che teneva la Calabria nel nome di Francia, furono sconfitti. Ferdinando, tornato in Sicilia, formò un ardito e savio divisamento: avendo raccolte quante navi potè rinvenire (ed erano ottanta male armate e senza numero bastante di marinari), entrò con esse nel golfo di Salerno, certo di empirle degli uomini che accorrerebbero a lui da ogni parte. Nè s’ingannava, poichè essendosi accostato a Napoli, vi entrava chiamato dal popolo in arme, che in città e fuori avendo assaliti i Francesi sosteneva lungo e animoso combattimento: ciò fu ai 7 luglio, giorno susseguente a quello del Taro. Giungeva notizia d’altre città che si liberavano; e dentro a Napoli essendo i Francesi chiusi nei Castelli, il Montpensier per inopia di vettovaglia era sul punto di capitolare, quando altre schiere Francesi muovendo di Puglia rinfrescarono la guerra intorno a Napoli.
Qui, anticipando i tempi, diremo come variamente si combattesse in più parti del Reame, i Veneziani avendo al Re mandato il Marchese di Mantova e seco una grossa schiera di soldati, a patto che Ferdinando cedesse loro sull’Adriatico cinque delle città principali che gli avrebbero fatti padroni di quel mare fin dove il suo nome si tramuta in quello di Ionio. Fu lunga e aspra guerra, le due parti contendendosi il grosso provento della dogana di Manfredonia su’ bestiami che in grandissimo numero dalla pianura di Puglia risalivano ai monti d’Abruzzo. Una grossa mano di Tedeschi ai soldi di Ferdinando resisterono fino a che tutti non fossero uccisi: gli Orsini e i Vitelli si posero al soldo dei Francesi, i Colonna stando per Ferdinando, contro al quale insieme raccolti facevano testa gli antichi Baroni angiovini: e il Montpensier accorreva per dare forza ai suoi, quando per mancanza di soldo essendo abbandonato dagli Svizzeri, dovette chiudersi in Atella di Basilicata; ma crescendo le diserzioni e la fame, e avendo Consalvo di Cordova con la prima e migliore tra le grandi vittorie sue rotti a Laino i Baroni che andavano al soccorso d’Atella, s’arrenderono i Francesi a patti, e la guerra cessava: tornarono al Re le fortezze presso che tutte, ed i Baroni a lui facevano ubbidienza: le ultime reliquie dell’esercito francese, ridotte a numero piccolissimo nelle micidiali paludi di Baja, ottennero grazia di tornare in Francia.[25]
Capitolo II. NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.]
Poichè fu partito da Firenze Carlo Ottavo, la città libera da ogni servitù si trovò addosso vario e molteplice e mal definito il peso della insolita libertà. Nel giorno stesso in cui si erano fuggiti Piero de’ Medici e i fratelli suoi, i loro contrari correndo alla facile e pronta opera dell’abbattere, aveano abolito l’ufficio degli Otto e l’ordine dei Settanta ed il Consiglio del Cento, nei quali pareva che stesse la forza del caduto Governo, e avevano rivocati dall’esiglio quanti erano stati banditi dal 1434 in poi come avversi a parte Medicea. Sarebbono cominciate le vendette, ed un esattore di gravezze odiato dall’infima plebe fu tratto a morte; ma gli altri più invisi, per l’interposta di savi uomini, ebbero campo di fuggire. Quando poi si venne a ordinare il nuovo Governo, non seppero altro da principio che tornare sulle antiche orme, e decretarono si facesse un generale squittinio di tutti coloro tra’ quali dovrebbonsi tirare a sorte i magistrati; e per il primo anno, finchè lo squittinio non fosse compiuto, gli uffici si dessero a mano da Venti Accoppiatori, nome di già usato nel maneggio delle elezioni. Risuscitarono anche l’ufficio dei Dieci, che prima si chiamavano di Balía ed ora di Libertà e Pace, sebbene attendessero alla guerra: quindi si fecero anche gli Otto. Ma i Venti che in fatto venivano ad essere padroni della città, non però avevano in sè nemmeno quella potenza che si appartiene ad una fazione: insieme ad uomini di gran conto, v’erano di quelli che in qualunque modo si trovarono a galla in quel giorno o seppero imporsi alla città sopraffatta; scarso il numero di coloro che ai Medici avessero in qualcosa resistito; taluni ve n’era persino dei loro più sviscerati che ora si mostravano, come avvien sempre, i più zelanti. Quindi erano varie e male accorte le scelte; non potean fare senza coloro nei quali da tanti anni era la scuola delle pubbliche faccende, nè avrebbero voluto, temendo le vecchie passioni dei ritornati, o il nuovo scatenarsi di gente avida e corrotta: tra questi timori spesso eleggevano agli uffici uomini inetti a camminare per le vie scabre della libertà, e non di rado la Signoria usciva fuori per pochi voti, essendo divisi gli animi e le voglie ed il pensare degli Accoppiatori.
Ma intanto al di sopra delle private insufficienze e delle passioni, si alzavano quelli antichi spiriti popolari che a un tratto risorti, a sè cercavano una forma: quella delle Arti avea perduto la virtù sua, ed oggi l’ammirazione degli uomini si voltava alla Repubblica di Venezia. Conoscevano essere fondata sul vero quella sovranità che ivi risedeva nel Maggior Consiglio, dove i nobili rappresentavano i cittadini qualificati: poteva dirsi che il governo di Venezia per tale rispetto fosse un governo popolare. A questo miravano astrattamente i voti dei più assennati, sebbene gli ambiziosi lo avversassero e i più veggenti poco ne sperassero; ma quella sola via possibile si trovava essere anche la migliore, ed il sentire del maggior numero spingeva a tal fine. Poichè non avevano come a Venezia la nobiltà che segnasse il grado, erano costretti cercare per la formazione del Generale Consiglio quelli tra’ beneficiati o aggravezzati che avessero essi o il padre, o l’avo, o il bisavo loro, seduto nei tre maggiori uffici: questo era in Firenze il solo titolo d’aristocrazia, dentro alla quale si raccoglievano uomini di varie qualità e colore, andando sino alle famiglie di quelli che avevano tenuto lo Stato avanti al 1434. Per entrarvi era necessario avere compiti ventinove anni, ed essere netti di specchio: il numero incerto variava, essendo da principio di ottocento, e poi volendosi che fosse composto di sopra mille cittadini. A questo Consiglio si apparteneva l’autorità del fare leggi e la elezione a tutti gli uffici, pe’ quali traevasi a sorte un certo numero di proponenti, e i nominati da questi doveano poi essere approvati nel Consiglio per la metà almeno dei voti più uno: perchè le prime nominazioni fossero migliori, si dava un certo premio a chi avesse proposto uomini che indi pe’ voti fossero vinti. Questo Consiglio era il sovrano, come a Venezia, della città: spettava quindi a lui di eleggere ottanta uomini da quarant’anni in su, che si scambiassero di sei in sei mesi, potendo essere indefinitamente raffermati; l’ufficio de’ quali fosse consigliare la Signoria ed eleggere gli Ambasciatori e Commissari; le provvisioni vinte dai Signori e Collegi passassero per le mani di questo Senato, per quindi avere la finale perfezione nel Consiglio Grande. Avevano prima lasciato ai Venti l’elezione della Signoria; ma questi essendo venuti a disciogliersi, andava pur essa nel Consiglio Grande.[26]