Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco, intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12 giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre, quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’ 21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese. Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di più acquistarla.[221]

La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto. Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli. Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori, secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano costumi dei suoi più severi.[222]

Fino da quando il Ferrucci ebbe recuperato Volterra, molto in Firenze si bisbigliava contro a Malatesta, dicendosi che egli non voleva vincere, e che la città si consumava dopo tanta lunghezza d’assedio; doversi ora fare un ultimo sforzo, al quale il tempo era opportuno, perchè i soldati nemici male contenti abbandonavano il Campo, spargendosi dovunque trovassero da saccheggiare o da predare, come quelli che solo cercavano per tutte le vie ciascuno tornarsene a casa ricco. Ai quali rumori parve a Malatesta, per fare qualcosa, di riconoscere, come ora si direbbe, le forze nemiche per via d’una mossa di qualche importanza. Mutava egli stesso alloggio, recandosi alle case dei Bini oltr’Arno, le quali stando alla ridossa del Poggio di Boboli, era egli quivi sotto alla guardia delle sue genti e massimamente delle più fidate, che erano i Côrsi e i Perugini; laddove all’Orto dei Serristori gli pareva essere a discrezione della Città e delle milizie, avendo come sul capo i bastioni dei quali Stefano Colonna teneva il comando. Fu anche poi detto che egli volesse aprirsi l’uscita da Porta Romana, o fare da quella entrare i nemici. Ai 5 maggio mandava egli fuori da tre lati due colonnelli e trenta delle più forti compagnie di Firenze: quelli che dalla Porta Romana andarono all’assalto di un Convento diruto sull’imminente Poggio di Colombaia, lo espugnarono con la uccisione di molti Spagnoli che vi erano a guardia; se non che il Principe d’Orange, corso al rumore, vi mandò le fanterie italiane con Andrea Castaldo. Si combatteva in più luoghi, essendo comparso di verso Marignolle Ferrante Gonzaga con la cavalleria: Malatesta, che aveva animo di soldato, chiamati fuori altri colonnelli, si era gettato nella mischia, sebbene infermo sopra un muletto, tantochè convenne a trarnelo indietro usare la forza. Il Vicerè aveva fatto all’incontro condurre innanzi i suoi Tedeschi, tuttavia comandando che rimanessero in ordinanza: Malatesta fece allora suonare a raccolta, essendogli anche mancato il concorso di Amico da Venafro che doveva uscire dal cavaliere di San Miniato. La stessa mattina Stefano Colonna, sdegnato con lui per certa disubbidienza, lo aveva ferito e poi fatto da’ suoi uccidere barbaramente; selvaggio diritto che si arrogavano quei condottieri fuori d’ogni legge. Morirono in questo fatto d’arme Ottaviano Signorelli, grande amico al Baglioni, e un Piero de’ Pazzi, e Vico figliuolo di Niccolò Machiavelli: pochi giorni dopo in una piccola avvisaglia rimase ucciso Iacopo Bichi, valente uomo che ebbe in Firenze grande compianto e lutti, esequie solenni e onorata sepoltura.

Un poco più tardi Stefano Colonna, per fare anch’egli qualcosa e purgarsi di quel suo delitto, formò il disegno di sforzare per via di un assalto notturno il campo dei Tedeschi a San Donato in Polverosa, che era sotto il comando allora del Conte di Lodrone. Avrebbe in tal modo aperto a Firenze la via di Prato e di Pistoia: per il che fu la sua proposta molto aggradita, e Malatesta si offerse di stare sulla sponda dell’Arno a guardia dei nemici i quali tenevano l’opposta riva. Uscì dalla porta al Prato il Colonna gettandosi addosso al Campo tedesco, immerso nel sonno. Un altro assalto conduceva da porta Faenza Pasquino Côrso; ma questo in gran parte falliva, e i soldati del Colonna penetrati nel mezzo del Campo, e quivi datisi al predare fuor d’ogni ordinanza, molti uccidevano al buio, e persino di quelle donne delle quali erano pieni a quel tempo i quartieri dei soldati. Frattanto il Conte di Lodrone metteva in ordine i suoi fanti con tale prestezza, che dopo uno scontro più fiero che lungo, ai nostri convenne lasciare l’impresa; e già Malatesta si era tirato indietro dal fiume. Pure nell’assalto perirono molti. Stefano Colonna riportò due non molto gravi ma sconcie ferite: rifulse, com’era solito, il valore d’Ivo Biliotti capitano fiorentino. Ma intanto le condizioni degli assediati venivano a farsi più tristi ogni giorno; imperocchè tutti gli antichi amici o raccomandati della Repubblica, i Malespini, i Signori di Vernio, i Fabbroni di Marradi e altri tenevano la contraria parte: le città e le terre del dominio generalmente si adattavan a stare soggette piuttosto ai Medici che a tutt’un popolo, dove erano troppi padroni da saziare e spesso più avidi. Nella città si era venuti allo stremo di molte cose, ridotti spesso a fare cibo degli animali più immondi; se non che ogni tanto la diligenza e il valore delle milizie riuscivano a condurre dentro qualche branco di bovi o montoni, dei quali facevasi allegrezza molta. Si aggiunse la peste, che si era mostrata nel Campo degli assediatori e qualche poco nella città stessa. Ma non veniva qui però meno la costanza degli animi, ed anzi parevano crescere i fieri propositi, mantenuti vivi dalla speranza che dava il Ferrucci: quei molti che avrebbero bramato un accordo, non si ardivano a mostrarsi: scoperto un Lorenzo Soderini che teneva segreta corrispondenza col nemico, fu appiccato sulla forca e quasi dall’ira popolare dilaniato. Si volle mandare fuori le bocche inutili delle donne e dei bambini; ma la pietà vinse, nè altro se ne fece. Stringeva sopra ogni cosa la mancanza del danaro, invano chiesto alla Repubblica Veneziana che aveva largheggiato in vane profferte; e invano anche ai mercanti fiorentini che erano a Venezia e che temerono d’affrontare le ire del Papa: ma i fuorusciti di Lione mandarono ventimila scudi, messi insieme per lo zelo di Luigi Alamanni. Il primo di luglio entrò la Signoria nuova, che doveva sedere per luglio e agosto; mutandosi ogni due mesi, nonostante che il Gonfaloniere rimanesse; e perchè fu l’ultima fatta dal popolo, a noi pare debito di registrare quartiere per quartiere i nomi degli otto Priori, che furono: Tommaso di Lorenzo Bartoli e Andrea di Francesco Petrini, per San Spirito; Alessandro di Francesco del Caccia e Simone di Giovanni Battista Gondi, per Santa Croce; messer Niccolò di Giovanni Acciaiuoli e Marco di Giovanni Cambi, per Santa Maria Novella; Agnolo d’Ottaviano della Casa e Manno di Bernardo degli Albizzi, per San Giovanni; ed il loro Notaio fu ser Domenico di ser Francesco da Catignano.[223]

Accade sul fine dei movimenti popolari, che molti essendosi a poco a poco tirati indietro, i più eccessivi rimasti soli promuovano spesso di quei partiti che hanno in sè del generoso, mancando però di consistenza. Il gran fine era dare un assalto al Campo degli assedianti, avendo accresciuto di quattro mila il numero delle milizie nelle quali entrassero tutti dai sedici anni in su, e fosse vietato andare per la città in altro abito che militare. Doveva innanzi a tutti uscire il Gonfaloniere, e primo essere al combattimento: il che fu accettato con allegrezza da Raffaello Girolami, uomo che aveva del leggiero. Questo proposito annunziarono a Malatesta che prima in Consiglio lo aveva combattuto, essendo anche venuto a parole molto vive con Francesco Carducci: nè dopo quel giorno andò in Palagio senza buona guardia; poi cessò d’andarvi. Intorno aveva o con lui s’intendevano in segreto molti che temevano il saccheggio più che non amassero la libertà; o credevano quel Governo essere troppo licenzioso e non potere a lungo durare. Venivano tali pensieri a dividere persino la parte più amica agli ordini popolari; e per suggestione dei Frati di San Marco stava per vincersi una pratica, la quale con altre cose importava fermare la vendita dei beni di Chiesa e fare un atto d’umiliazione al Pontefice; se non che il Carducci, che sempre era innanzi a tutti, fece cadere il partito.

Ma tra gli amici di libertà era un voto e un pensiero solo: chiamare il Ferruccio. La via d’Empoli era fatalmente chiusa, nè mai avrebbe potuto egli con la poca gente che aveva sforzarla sugli occhi di tutto il Campo degli assedianti. Eletto il Ferrucci Commissario generale, con facoltà amplissime e affatto insolite, di tutta la campagna del dominio fiorentino; deliberarono che egli da Volterra andasse a Pisa, e quivi raccolto quel maggior numero di soldati che potesse, voltando inverso Pistoia, o cercasse di recuperarla, o per la via dei monti si conducesse insino a Fiesole, donde potrebbe facilmente senza offesa entrare in Firenze, costringendo Malatesta con quella aggiunta di forze ad assaltare il Campo nemico. Lasciava il Ferrucci non bene assicurata Volterra: nelle sue lettere avea tempestato sempre perchè gli mandassero un soccorso di gente da Pisa, e almeno polvere o salnitro. Il Tedaldi era, sebbene d’animo vigoroso, in là con gli anni, e scriveva non potere sulle sue spalle portare il carico della difesa; onde a lui fu dato lo scambio, e i due nuovi Commissari, Marco Strozzi e Gian Battista Gondi, usciti a piedi da Firenze, non senza molta difficoltà poterono entrare in Volterra. Pigliando il Ferrucci con un migliaio e mezzo di soldati la via di Livorno, giungeva in Pisa ai 18 luglio: ma qui, oltre alla ferita del ginocchio non bene guarita, gli si scoperse una febbre che lo tenne in letto per tutto quel mese. Fu danno gravissimo, e forse cagione che rovinasse l’impresa sua, perchè i nemici ebbero tempo di prepararsi e di offenderlo nel modo che tosto vedremo. In Pisa era stato Commissario Iacopo Corsi, il quale insieme con un suo figliuolo essendo venuto in sospetto d’intelligenza col nemico, fu per sentenza della Quarantia mozzata la testa ad entrambi, e Pier Adovardo Giachinotti mandato in sua vece.[224] Attendevano egli e un suo compagno diligentemente alle provvisioni e al far danaro, e a procacciare che Giovan Paolo Orsini da Ceri si unisse al Ferruccio di buona voglia e andasse seco, siccome avvenne,[225] essendo entrati insieme in Pescia il primo d’agosto.

Fino dal giorno in cui dovette sapersi in Firenze la mossa del Ferruccio e il disegno pel quale era egli uscito da Volterra; Malatesta, che se lo vedeva (se il fatto riuscisse) venire sul capo, appiccò pratiche in segreto col Vicerè, avendo mandato a lui un Perugino molto suo fidato, di soprannome Cencio Guercio. Sperava Malatesta fare un accordo che a lui dovesse fruttare la grazia del Papa insieme e dei Fiorentini: se non che avendo il Vicerè posta come prima condizione che i Medici fossero rimessi in patria con l’autorità che prima avevano, fu impossibile accordarsi, Malatesta dicendo che si andava in tal modo incontro a un certissimo rifiuto. Propose allora che il Principe mandasse don Ferrante Gonzaga, il quale appresentandosi in forma solenne al Grande Consiglio, mettesse spavento negli animi dei cittadini con la esposizione delle forze di quell’esercito e dei duri propositi ai quali avrebbe suo malgrado dovuto condurlo; e che ne uscirebbe inevitabile il saccheggio, qualora si fosse la città ostinata in quell’inutile resistenza. Queste cose suggeriva Malatesta che si dicessero, ma non però dava sicura fede nè si assumeva egli impegno quanto al primo punto, che era di rimettere i Medici in Firenze. Nel che Malatesta rimase fermissimo tanto, che il Principe e il Gonzaga, i quali credevano Firenze essere agli estremi, maravigliati sospettarono che in quel punto fosse venuto avviso di un qualche aiuto di Francia; e intorno a questo dubbio cercavano di sapere meglio.[226]

Pochi giorni dopo, mentre il Ferrucci era infermo in Pisa, i Capitani andarono in Palagio sull’invito del Gonfaloniere; il quale annunziando l’intenzione di combattere, Malatesta e il Colonna si dichiararono con parole generiche pronti a morire in servigio della città. Nell’indomani si fece rassegna delle milizie, che erano ottomila, e poi dei soldati, che si trovarono seimiladugentosettanta pagati e numerati, con ventidue pezzi d’artiglieria da campo. Dato il sacramento a tutti i Capitani, l’ultimo del mese, dopo lunga processione a piè nudi, comunicatisi il Gonfaloniere, i Magistrati e buona parte della Città, fattosi eziandio da molti testamento e ordinate le cose loro, si preparavano all’assalto pel giorno vegnente. Aveva già il Gonfaloniere nel Consiglio Grande annunziata la venuta del Ferruccio; ma il primo d’agosto nulla si fece, che dare le armi: ai 2, Malatesta e Stefano, interrogati sul luogo più acconcio a dare l’assalto, con lunga lettera e specificata dimostrarono alla Signoria essere follia tentare l’assalto del Campo da quale si sia luogo; e perchè il giorno seguente molti andavano a Malatesta dicendo che volevano a ogni modo; dichiarò questi con altra lettera, che avendo egli chiamati a consiglio i suoi Capitani, tutti erano stati contrari al combattere, salvo quelli che tra essi erano fiorentini. Aggiunse che avrebbe in conto proprio e del Colonna mandato al Principe per accertarsi dell’animo suo; e se avesse questi voluto che la città se gli rendesse a discrezione, sarebbono essi pronti ad escire, nulla curando le proprie vite, ma sempre fermi in quel consiglio che dato avevano dell’accordo.

Nel Campo si aspettavano ogni giorno d’avere l’assalto. Ma già fino dal 24 luglio uscito di Firenze un Signorelli, parente al Baglioni, aveva col Vicerè appiccato altre pratiche d’accordo, e in nome di questo aveva fatta a Malatesta la proposta di abboccarsi seco in certo luogo fuori delle mura; a questo invito Malatesta non diede risposta.[227] Scriveva intanto alla Signoria come abbiamo narrato; ma nel tempo stesso mandava nel Campo il solito Cencio Guercio chiedendo di nuovo andasse nella città il Gonzaga: prometteva però questa volta, nel caso che la Signoria non accettasse il partito, d’uscire egli dalla città con tutta la sua gente da guerra; il ch’era un privarla della più valida sua difesa. Noi sappiamo queste cose dallo stesso Gonzaga, al quale e al Vicerè parve con ragione che Malatesta si fosse allora con essi legato. Mandò l’Orange in Firenze a chiedere un salvocondotto pel Gonzaga; ma come di tutte queste cose la Signoria nulla aveva saputo, rispose voleva intendere prima di che si trattasse; e mandò a questo effetto Bernardo da Castiglione, il quale inteso dall’Orange a quali patti avrebbe questi concesso un accordo, senz’altro disse che del ritorno dei Medici era vano il discorrere: su di che si ruppe la pratica, essendo tosto il Castiglione tornato in Firenze.[228]

Qui nell’indomani si venne a sapere l’Orange col nerbo dell’esercito essersi partito la notte innanzi per andare incontro al Ferrucci. Su di che i Signori e gli altri del Governo di nuovo tornarono a Malatesta, facendogli maggior forza perchè non lasciasse cadere tanto comoda occasione di vincere. Questi, sebbene allegasse non essere vero che avesse l’Orange sfornito il Campo, disse che egli era pronto a combattere; ma in apparecchi e in riconoscimenti lasciò passare tutto quel giorno, avendo ancora impedito che mandassero due mila fanti al Montale in soccorso del Ferruccio. Venuta la sera, i Côrsi e i Perugini, fatto fardello e segregandosi dagli altri, andarono a porsi dov’era la stanza del Capitano; talchè in Firenze di già sospettandosi ogni più trista cosa, i giovani stettero tutta la notte vigilantissimi facendo la guardia alla Piazza, intantochè di là dal fiume i soldati stavano in arme con pericolo che venute le due parti tra loro alle mani, entrassero quelli di fuori portando l’estrema rovina. Ma niuno del Campo si mosse: abbiamo autore credibile, che tale era l’ordine del Principe per non essere rimasti più di quattromila; ed anzi in caso di difficoltà, ridursi tutti nella piazza in cima del Campo, abbandonando lì presso e all’intorno gli altri luoghi forti. Se fosse possibile in quel giorno espugnare il Campo, noi non possiamo determinare, nè chi era in mezzo a quelle passioni poteva con libero e sicuro animo giudicare. Che fosse trovata addosso all’Orange una cedola di Malatesta con la promessa di non fare alcuna mossa mentre egli era assente, scrissero taluni, ma senza affermarlo, e noi a crederlo non abbiamo bastanti motivi.[229]