Da più giorni prima, col mezzo di spie e di lettere intercette, aveva il Principe saputo il disegno dei Fiorentini, e giudicandolo di quell’importanza ch’egli era, risolvè andare egli in persona a impedirlo, radunando contro al Ferruccio da ogni banda quelle maggiori forze che in fretta potesse. Scrisse in Pistoia ad Alessandro Vitelli, che facesse di avere seco certi Spagnoli ammutinati, che alloggiavano all’Altopascio vivendo di ratto. Comandò a Fabbrizio Maramaldo che, facendo punta da San Gemignano dove egli era, cercasse impedire il passo al Ferrucci verso Pisa; e non gli riuscendo, gli fosse alle spalle seguitandolo infinchè lo stesso Principe non giungesse. Il quale avendo lasciato in suo luogo Ferrante Gonzaga, e avvisato il Conte di Lodrone che stesse avvertito, muoveva la notte con mille Tedeschi veterani e mille Spagnoli, che rimandò poi, ed altrettanti degli Italiani con Giovan Battista Savello e Marzio Colonna e il Conte di San Secondo e Monsignore Ascalino, ai quali aveva ordinato di alloggiare in Prato la gente d’arme; ed egli seco menò trecento archibusieri e tutti i cavalli leggeri e gli Stradioti. Passato Arno a guazzo e avendo camminato tutta la notte, si fermò nella mattina a riposare ed a mangiare poche miglia distante da San Marcello, dove il Ferrucci si era condotto in quella stessa ora.

Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno a quattrocento cavalli; piccolo esercito, ma ottimamente provveduto di viveri per tre giorni e polvere e scale e ogni sorta di ferramenti e fuochi lavorati e moschetti da campagna che stessero invece di artiglierie: nemico il paese, in Lucca stavano il Cardinal Cibo e genti assai del Papa. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale, castello dei Cancellieri, posto allora in alto, e di là sempre per la via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto in Calamecca, donde piuttostochè seguitare l’Appennino, i Cancellieri lo fecero volgere a San Marcello; il quale, perchè era della parte Panciatica, fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s’avviavano da un lato Alessandro Vitelli e dall’altro lato il Maramaldo; intantochè il Principe d’Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli Stradioti, egli medesimo si avanzava per occuparla con le genti d’arme: in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i nemici. Entrò il Ferrucci dall’opposto lato, combattendosi lungamente con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più volte presa e perduta; ed in quel mentre avendo al di fuori Alessandro Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian Paolo Orsini, fu varia la mischia finchè le due parti non si separarono per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocchè la cavalleria del Principe mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima, l’Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio, che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo abbattendo un muro, già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci continuando il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli fosse condotto innanzi sulla piazzetta di Gavinana, prima di sua mano lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: «Fabrizio, tu ammazzi un uomo morto;» poi lo diede a finire ai soldati. Così moriva Francesco Ferrucci: vissuto fino ai quarant’anni semplice cittadino, era egli ad un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana. Giovan Paolo Orsini si riscattò pagando quattro mila ducati di taglia; Amico d’Arsoli, vecchio e rinomato capitano di quei del Ferrucci, fu comprato seicento ducati da Marzio Colonna, che a sfogo scellerato d’una privata vendetta l’uccideva di sua mano. Potè riscattarsi, tra molti, anche uno degli Strozzi, soldato di conto, ma cui troppo bene stava il soprannome di Cattivanza che tutti gli davano. Il corpo di Filiberto Principe d’Orange, portato fuori penzoloni attraverso un mulo, fu messo in deposito per essere quindi recato ai suoi. In quella battaglia, che aveva durato dalle diciannove alle ventidue ore, si trova che il numero dei morti e feriti andasse a duemila.[230]

La notizia della morte del Ferrucci e della rotta produsse in Firenze un generale sgomento, di mezzo al quale molti però sempre uscivano disperatamente a chiedere le armi, sorretti non poco dalla fede incrollabile dei Piagnoni. La Signoria stava sempre co’ più arditi; chiamò il giorno stesso i settantadue Capitani stipendiati che erano in Firenze, promettendo loro se difendessero la città il soldo a vita e altri benefizi; la quale promessa accolta con plauso, non però in essi potè ispirare fiducia durevole. A Malatesta pareva intanto d’avere alla fine toccato il segno: si era egli levata d’addosso la gloria importuna del Ferrucci e dall’animo la gelosia d’un uomo che non era nemmeno soldato; poteva ora offrire al Papa Firenze salvata dal sacco. Mandò chi dicesse al Gonfaloniere e alla Signoria che la guerra era perduta, e che era da porre giù l’ostinazione: Stefano Colonna, al quale il Giannotti era andato per tentare d’indurlo a uscir fuori, rispose non essere più tempo, e domandò licenza. Già era d’assai cresciuto il numero di coloro che apertamente s’intendevano con Malatesta, oltre ai Palleschi andando a lui molti di quei ricchi cittadini i quali sognavano un Governo stretto, e si credevano volere egli condurli a tal fine; primo dei quali era Zanobi Bartolini anticamente beneficato da Casa Medici, e che ora cercava un Governo dove a lui come a uomo capace toccasse una parte in qualunque modo prominente. Era egli uno dei quattro Commissari della milizia, nel quale grado e già da un pezzo fomentava gli andamenti di Malatesta; laonde la Pratica fece un passo molto ardito, cassando lui co’ tre suoi compagni, uomini da poco, ed eleggendo nei luoghi loro quattro più sicuri, dei quali era l’anima Francesco Carducci. Il che era un rompere le fila in mano a Malatesta, a cui aderiva in oggi il Colonna; onde il giorno stesso in nome di questi due andarono messaggeri a don Ferrante Gonzaga, il quale, per essere il Principe d’Orange morto e il Marchese del Vasto assente, aveva il comando di tutto l’esercito. Questi, non appena udito il messaggio, mandò per Baccio Valori Commissario generale del Papa, ed insieme formarono una bozza di Capitoli, i quali portavano che la Città rimanesse libera ancorchè il Papa vi ritornasse, e che nello spazio di quattro mesi all’Imperatore spettasse dare forma al governo; salvo però sempre a tali proposte il consentimento di Clemente.

Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene: al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni.

Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa, tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza. Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai: per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa, minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della Milizia venissero avanti.

Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà, e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava: Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere, vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi; al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano, alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la sua fine.

La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta, rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta signore ed arbitro d’ogni cosa.

I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e i fuorusciti e banditi sieno ipso facto restituiti alla patria e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà; che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città, infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni; che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231]

Capitolo XI. FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA.

Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori. Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso, e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza, comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi, taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche, dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di Palle si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una nuova faccia.