I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio, da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero. Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria, come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta, parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo. Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.
Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde, udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati, da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare l’antico.[232]
Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio; questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più ardenti a voler la guerra.
Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo; onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]
Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini, portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici, il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore: della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte, servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze, convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]
Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove; e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo: imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani. I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi, e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato, fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata. Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere. Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando allora di togliere ai vinti la patria.
Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati. Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti. Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa. Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini. Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini, ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa, tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che avevano su quello il loro sostentamento.[238]
Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini, mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239] Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano, dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese e vi acquistarono qualche lustro.[240]
Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo, città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo: questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa, il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni: ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.
Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi nel libro chiamato il Cronista di Palazzo, quello che più occorresse o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non empievano l’ingordigia di pochi maggiori.