Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli; nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato.

Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata, fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato, e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze. Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici, partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato ed altri molto ricchi benefizi.[242]

Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici, che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito, nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica, fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della città.[243]

Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici, nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore. Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore. Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati, stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244]

Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore, lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa, interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano, baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto. Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro popolo a gridare Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca. Questi, tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria; nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245]

Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles, ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore, disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città, come lo avevano avuto i suoi maggiori. Non accennò alla Capitolazione tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria. Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto, e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi, nè signori.

Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti; ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un Bargello; poi levare le armi ai cittadini e non lasciarle portare a persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non studiò in altro. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava, se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro, faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze. Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo, che è d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non si allontanassero. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini, il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e famiglie tanto strettamente che lei senza loro, nè loro senza lei, non possino vivere: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi, fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247]

Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo. Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249] e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla città di Firenze.

Ma prima importava bene assicurarsi d’averla spogliata di tutte le armi, delle quali per l’innanzi non era casa che non fosse piena; al quale effetto erano usciti ripetutamente bandi severissimi, e le armi consegnate furono senza numero. Ma perchè dalle spie, che erano a ogni passo, fu rapportato che molti avevano nascosto in luoghi occultissimi i migliori giachi, o altre più care armature, andavano i birri a cercare nelle case insino a quelle dei più dichiarati amici dei Medici, e ivi facevano da padroni: materia di colpa erano gli stessi arnesi domestici, quando potessero divenire armi da offendere; avendone ad alcuni gettate la notte per le buche delle cantine, entravano il giorno dopo e gli accusavano. Le condanne andavano fino all’essere posti in fondo di Torre a carcere perpetua, finoattantochè poi per grazia del Principe n’erano liberati. Donde era grandissimo nella città il terrore: comandava le esecuzioni un ser Maurizio da Milano, cancelliere degli Otto, e usava tanta asprezza di parole e tanta crudeltà di fatti nell’esaminare e nel dare i martori, e così brusca cera aveva, che solo il vederlo metteva spavento, nè chi per le vie lo riscontrasse aveva più bene quel giorno.[250] Vi era poi la forza dei soldati, i quali in mano di Alessandro Vitelli pronti ad ogni cosa, tenevano questa come una città nemica, ma bene costretta in sè a ricevere ogni forma che il Papa volesse.

Stavano in Roma, con molti altri affezionati della Casa Medici, Iacopo Salviati, parente del Papa, e Benedetto Buondelmonti ambasciatore fiorentino: vi andò, chiamato, Filippo Strozzi; e questi e i due Cardinali Salviati e Ridolfi quella vernata si ritrovavano a ristretto quasi ogni sera in camera del Papa a ragionare sulla forma da dare al Governo; tra’ quali Filippo metteva innanzi l’assoluto principato, solo capace a rassicurare la Casa dei Medici ed i più scoperti amici di essa, dicendo essere da levare la Signoria di Palazzo e tutti gli ordini civili ed insegne pubbliche, dove potessero in tempi pericolosi ricorrere e avere autorità i malcontenti; essere ancora più onesta cosa darsi un Principe assoluto di nome e di fatto, che vederselo di fatto ma senza nome comandare ai Magistrati ed alle leggi più da tiranno che da legittimo signore. Andava Filippo sino a promuovere ed instare che si fabbricasse una Fortezza, la quale fosse un freno in bocca alla città e la costringesse in ogni tempo all’ubbidienza. Ma in contrario Iacopo Salviati, grande lodatore dei modi tenuti dal suo suocero Lorenzo, ricordava come dopo alla morte di Leone lo stato ai Medici fosse mantenuto dal solo amore dei cittadini senza soldati nè fortezze le quali mettevano in cuore dei sudditi maggiore sospetto di quello che dessero ai principi sicurezza; e di Filippo soleva dire con voce presaga: voglia Iddio che egli non disegni la fossa che a lui sia sepoltura. A questi discorsi molti da Iacopo si allontanavano, intendendo la voglia del Papa; il quale infine, poichè nessuno voleva scuoprirsi temendo la pubblica indignazione, risoluto a comandare quello che invano sperava gli fosse chiesto; una volta che circa a mezza quaresima Filippo de’ Nerli andò a chiederli licenza per dover tornare a Firenze, gli disse queste proprie e formali parole da questo medesimo riferite: «Dirai per nostra parte a que’ cittadini che più giudicherai a proposito di dirlo, che noi siamo ormai condotti col tempo pressochè a ventitrè ore, e che noi intendiamo e abbiamo deliberato di lasciare dopo noi lo stato di Casa nostra in Firenze sicuro. Però di’ a quei cittadini che pensino a un tal modo di governo che eglino corrano in esso i medesimi pericoli che la Casa nostra, e che lo disegnino di tal maniera che alla Casa nostra non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne fossimo cacciati e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato restassero in casa loro come restarono. Però bisogna che le cose s’acconcino in modo e di tal maniera che dovendosi perdere lo Stato, noi ed essi ne andiamo tutti di compagnia. E dirai a quei cittadini apertamente e in modo che l’intendano, questa essere l’intenzione e volontà nostra fermissima: dell’altre cose ci contenteremo com’è giusto e ragionevole, e ch’elle s’acconcino in modo che gli amici nostri, che vogliono correre la fortuna di Casa nostra, tirino de’ comodi dello Stato quella ragionevole parte che a ciascheduno ragionevolmente si convenga.» Andò Filippo, e dal maggior numero di quei cittadini gli fu risposto, che le cose della città erano ridotte in luogo che essi non potevano nè manco volevano opporsi a quello che il Papa volesse; dovere egli considerare come dopo le cose seguite non potrebbono essi senza la grandezza di Casa Medici, non che avere luogo nel governo, nè manco godere le facoltà loro e stare sicuri in Firenze: bene raccomandavano alla Santità Sua la città e loro stessi, qualunque altra forma piacesse a lui di dare allo Stato; ma lo pregavano che egli si facesse meglio intendere e meglio dichiarasse la mente sua.[251]