Le pubbliche cerimonie sacre o profane dipendano in tutto dal Duca e suoi Quattro Consiglieri, i quali abbiano i patronati delle chiese o benefizi che prima spettavano alla Signoria.
Cessi la distinzione tra le Arti maggiori e minori, e la divisione dei Quartieri che prima concorrevano partitamente alle elezioni.
Fu questo un molto ingegnoso modo che manteneva, fuori del sommo, gli antichi magistrati collegiali con l’aggiunta sola d’un Principe di cui fossero Ministri, perchè egli di tutti diveniva anima con l’arbitrio: poi si fece un passo, ed anche il nome della Repubblica fu abolito. Nel tempo medesimo i Dodici Riformatori davano a Cesare annunzio della nuova forma di Governo da loro stessi deliberata, dove tolta via per sempre la dominazione di quel Magistrato creato dal popolo ad opprimere la nobiltà, sia oggi ristretto il Governo nel Duca ed in Quattro suoi nobilissimi Consiglieri.[252] Il primo di maggio 1532 cessava l’antica Signoria, che ebbe ultimo Gonfaloniere Giovan Francesco de’ Nobili.[253] Quel giorno avrebbesi dovuto installare solennemente la Signoria nuova; ma invece l’antica, uscita di Palazzo la mattina presto, se ne andò a casa privatamente. Il Duca ed i Quattro Consiglieri, udita prima una Messa piana in San Giovanni, andarono con accompagnamento di guardie al Palazzo, dove rogato e sottoscritto l’atto della presa di possesso, e avendo costituito il Magistrato degli Otto e gli altri che ivi dovevano rimanere, tornava il Duca collo stesso seguito alla Casa Medici, divenuta sede dello Stato. In questo giorno ed in tale modo finì la Repubblica.[254]
Nè poi alcun moto civile in Firenze turbò la quiete del Principato. Il quale però fu tirannesco sotto Alessandro, come volevano la natura di lui e l’odio di molti e in tanta penuria pubblica non sapere o non potere usare larghezza. Non che però fosse egli senza ingegno, nè da principio senza cura della privata giustizia; ma un breve regno bastò a mostrarlo sfrenato e violento e pronto ai delitti. Moriva, secondo ogni credere, per suo comando di veleno il giovane Cardinale Ippolito dei Medici, nel quale pigliavano speranza grande i fuorusciti. Questi facevano per l’Italia un popolo sparso di Fiorentini, operosi nelle industrie, e molti di essi autorevoli per grado o per loro valore proprio: era imminente un’altra guerra di Francia in Italia; Paolo III, che succede a Clemente, aveva in odio i Medici; Andrea Doria favoriva presso a Cesare un governo che in Firenze si accostasse a quello di Genova. Furono quindi i principali dei fuorusciti accolti onoratamente ed ascoltati dall’Imperatore quando egli venne a Napoli, e vi era il Duca Alessandro andato con molti dei suoi cortigiani e consiglieri. Quelli chiedevano l’osservanza della Capitolazione e della Sentenza imperiale, e il Duca gravavano di molte accuse: ordinava quindi Carlo V che fosse la causa dibattuta per iscritto più volte, ma infine uscita sentenza che ogni cosa rimetteva in mano del Duca, i fuorusciti si partirono, lasciata una molto nobile protesta nel nome di tutta la loro patria. Indi a poco morì Alessandro: un suo congiunto, dopo averlo vilmente servito, chiamato un sicario, tra loro due lo uccisero crudelmente; nè si può ben dire se lo muovesse gelosia di famiglia, dissennato amore di gloria, o forse per ultimo qualche pensiero di libertà e la vergogna dell’abiettezza in che era vissuto: dopo il fatto, Lorenzino fuggì da Firenze.
Al morto Alessandro succede Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, giovane che non compiva diciotto anni; il che a taluni dei Quarantotto che lo elessero parve occasione di porre un freno al principato come l’avevano i Dogi a Venezia; ma egli che sapeva già da sè volere, e aveva natura tutta di principe, sgominati facilmente gli ostacoli dentro, si voltò contro agli avversari che stavano fuori. Non erano solamente i confinati e gli sbanditi del 1530, nè uomini appassionati pe’ governi popolari; ma in cima stavano di coloro che avendo prima data la mano ai Medici per salire, non ne raccolsero che sospetti per avere potuto credersi una volta più forti di loro. Filippo Strozzi primeggiava tra questi pel nome e per il seguito; due suoi figli, migliori di lui, Piero e Leone, sfuggiti alle trame d’Alessandro, poi s’acquistarono dalle armi bella fama e morte onorata: Baccio Valori, che si teneva male dei Medici soddisfatto, s’era anch’egli posto co’ fuorusciti. I due cardinali Salviati e Ridolfi, come nipoti legittimi del vecchio Lorenzo, avevano prima fatto malviso ad Alessandro: nè potendo accomodarsi oggi a che la grandezza della famiglia fosse andata nell’altro ramo di Casa Medici, erano in gran fretta venuti a Firenze credendosi farvi qualcosa a pro loro; ma Cosimo tosto gli fece andar via per bella paura, nè più altro tentarono. Gli Strozzi attendevano a far genti, e Piero co’ primi assoldati si era mosso da Bologna dove intorno a Filippo stavano i più dei fuorusciti. Pareva la guerra farsi per lui, tanto grandi erano il nome suo e le ricchezze; ma egli uomo nuovo agli ardimenti di tali imprese ed alle cautele, andava innanzi come prediletto infino allora dalla fortuna, ed ebbe fiducia di farsi con pochi forte in Montemurlo, antica rôcca e allora piuttosto villa dei Nerli, a poche miglia da Firenze: era venuto anche Piero Strozzi di fianco al Poggio di Montemurlo. Cosimo intanto fatto sicuro del favore di Carlo V, e avuti due mila soldati Spagnoli, gli fece andare per vie torte con Alessandro Vitelli addosso al debole campo di Piero che non se gli aspettava e che potè a stento salvare la vita: di là il Vitelli si voltò contro a Montemurlo, dove con piccola resistenza ebbe prigioni Filippo e il Valori e quanti vi erano fuorusciti, i quali furono in quel giorno istesso condotti a Firenze come a trionfo; Filippo e Baccio sopra due vili ronzini, quegli fino allora tenuto il maggiore uomo privato che fosse in Italia, e Baccio dopo essere stato più mesi come principe nella patria sua. Filippo solo, che si era dato prigione al Vitelli, andò in Fortezza; gli altri tutti menati al Bargello, ne furono tratti per essere in piazza, a pochi per giorno, secondo il grado o decollati o impiccati. Un anno durarono le pratiche e le ambascerie di Cosimo a Carlo V per avere nelle mani lo Strozzi, essendo la Fortezza allora tenuta nel nome di Cesare. Il quale infine avendolo poi ceduto, fu sparso lo Strozzi essersi ucciso di sua mano, lasciando anche scritte intorno a quella sua determinazione parole solenni. Ma è più verisimile che egli avesse la morte in segreto, forse per una sorta di compromesso tra lo Spagnolo Castellano che rifuggiva dal consegnare un tale uomo in mano del boia, e Cosimo stesso a cui non piaceva mandarlo al patibolo in mezzo a Firenze.
Non fu da quel tempo la professione repubblicana che una memoria e un sentimento: la città frattanto, «prostesa e stanca per le tante mutazioni, si era riempita di tale diffidenza di sè stessa, che i cittadini levando l’animo dai negozi pubblici, si rivolgevano a stimare e procurare solamente non senza sospetto la salute delle cose private.[255]» Cosimo I ciò non ostante esercitava scopertamente una inquisizione minuta e severa contro ad ogni atto che sapesse di libertà, e questi reprimeva con leggi fierissime da spaventare fino al pensiero. Curava anche i pubblici costumi, e faceva esercitare sopra gli stessi fatti privati una sorta d’ispezione per mezzo d’uomini reputati onesti, i quali ciascuno nel suo vicinato vigilassero sopra ogni azione scorretta o eccessiva, il tutto dovendo al Principe riferire. Ordinava l’amministrazione della Giustizia, e ogni parte del Governo con savie leggi e istituzioni, chiamando a tal fine anche di fuori uomini dotti dei quali tuttora è viva la fama. Benchè non fosse egli soldato, pose grande studio a bene armarsi di fortezze e di milizie sotto a buoni capi del resto d’Italia: fondò anche un Ordine cavalleresco sull’esemplare di quello di Malta. Fu ricchissimo di possessioni avute per via di confische; promosse i commerci a pro suo ed a pubblico guadagno; favorì le Arti belle, ed ebbe amicizie di uomini letterati; ornò la città di pubblici edifizi; fondò quasi a nuovo l’Università di Pisa, molto provvide a pro di questa città e del negletto suo territorio; fece col suo denaro e sotto alla direzione sua la guerra contro a Siena, la quale ottenne dagli Spagnoli con fina politica di aggiungere allo Stato di Toscana, dove egli fu primo Granduca.
Ma tutto un popolo educato nei pensieri di libertà era impossibile che di subito si addottrinasse alla ubbidienza: mutò la vita, ma l’uomo antico qualche rifugio lo trovava sempre. Ai letterati si aprì allora un nuovo arringo nelle Accademie, le quali si andavano moltiplicando per tutta Italia, cercando in esse anche i signori l’indipendenza che danno le lettere. Spesso pigliavano strani nomi, e alcune volte per bizzarria, altre per genio pedantesco, ma non di rado anche per un qualche più arcano pensiero si ricuoprivano d’uno strano gergo. N’era in Firenze di questa sorta; e una col titolo d’Accademia del Piano aveva intenti politici, ai quali allora se ne mischiava dei religiosi per la brama ch’era in molti d’una riforma. Iacopo Pitti, che era uno di quell’Accademia, racconta averne in Inghilterra dato notizia alla regina Elisabetta, la quale un giorno per udirne maggiori ragguagli lo fece andare in un suo giardino e gli ascoltò con diletto grande. Era in Firenze un’altra Accademia che non essendo piaciuta a Cosimo, si voltava quindi tutta allo studio della lingua. Vi erano poi le Confraternite di devozione o Compagnie, molte e diverse dai primi gradi insino agli infimi; regnava in esse l’antico spirito, e si governavano come altrettante repubblichette a porte chiuse, talchè i regnanti cercarono spesso di porvi la mano, in quelle incontrando le ultime e minute e non di rado anche risibili resistenze. Ma ivi ed in tutta la città il genio popolare fu sempre il più forte, nè in alcun tempo alla nobiltà venne fatto d’esercitarvi l’ascendente che altrove godeva: non erano veramente tra’ due ceti cagioni d’odio, perchè il popolo non era qui oppresso, ma usando osservanza meno rispettosa, pigliava licenza di dare la berta alla cortigianesca servilità che a lui pareva essere nei signori: del che abbiamo esempio curioso in certe memorie scritte nella prima metà del passato secolo e che sono appresso di noi. Ma pure tra’ nobili viveva qualcuna delle tradizioni che erano guerre molto accanite tra’ loro antichi; vi erano famiglie le quali si davano cento anni fa nome di guelfe ed altre di ghibelline, secondo che ognuna di esse guardasse più a Roma o a Vienna.
I Principi stessi di Casa Medici e le Corti loro qualcosa mantennero del vivere popolano e mercantile, sebbene a Cosimo I, che ebbe indole da tutti diversa, piacesse mostrarsi altero e terribile come lo ha ritratto in bronzo il Cellini. Sarebbero anche scene di sangue avvenute nella figliolanza di Cosimo e alcune di sua mano stessa; non abbiamo noi di nessuno di quei vari casi intera certezza, ma duro sarebbe negare ogni fede a quanto fu scritto segretamente dai nemici di quella Famiglia e che dagli storici fu poi ripetuto. Coteste ferocie ben tosto finirono, e spenta quella generazione della quale molti erano vissuti dentro alla Repubblica, sviati gli animi dalle cose gravi, si diedero alle più facili e allegre, promosse dai Principi non tanto oramai per arte di regno, quanto per gli umori di quella famiglia: soleva questa essere assai numerosa di figli e fratelli bene provvisti di appannaggi, e che amando conversare familiarmente co’ belli ingegni, portavano in Corte i costumi popolari e molta licenza di vita e di lingua. Ma lode migliore venne ai Medici dall’avere favorito molto le scienze e gli scienziati di tutta l’Europa, tenendo con essi carteggio frequente. Come per mezzo dei residenti loro aveano continua e molto specificata informazione degli eventi e dello stato dei vari paesi (del che fa fede il nostro Archivio), così anche volevano sapere i fatti scientifici, e d’ogni bella invenzione avere un saggio; raccomandavano che a loro fosse mandata ogni cosa nuova o rara, che fosse possibile di rinvenire. Quest’era un genio antico della famiglia, comune a tutti quei principi che avevano empite di curiosità preziose le camere e le guardarobe di Palazzo Pitti; infinchè un giorno Pietro Leopoldo, in quel fastidio d’ogni vecchia cosa che allora correva, le vendè a prezzo vile come uomo che non le curava, e oggi varrebbero un tesoro. La Corte dei Medici, sempre magnifica nella sontuosità elegante delle Case e delle Ville e dei Giardini, ebbe anche fama per gli spettacoli e le feste, nelle quali andavano insieme al bello delle Arti le nuove invenzioni; qui si udirono per la prima volta le Opere in musica.
Dacchè il governare divenne facile in Toscana, mostrò a paragone del resto d’Italia sempre qualcosa di più franco e di più largo, che era il prodotto di una cultura molto diffusa e dell’esperienza di tante cose e tanto varie che questo popolo avea fatta, e del non essere stato mai condotto da pochi nei quali ogni azione venisse a rinchiudersi. I dolci tempi ebbero principio dal terzo Granduca, e si protrassero due altre generazioni. Ferdinando I, tra molti buoni suoi provvedimenti, fondò la città e il porto di Livorno, per lui divenuto emporio comune anche agli Stati circonvicini, dove i commerci assai languivano: fece suo studio attirare mercanti in Livorno di ogni nazione, usando con essi larghezze insolite fino a quella del libero e pubblico esercizio dei vari culti: avendo in proprio grandi ricchezze, si mescolava egli medesimo in quei commerci, com’era costume della sua famiglia; ma fu dopo lui dismesso affatto. La nuova città crebbe in modo che parve sproporzionato alla Toscana, cui se da un lato diede guadagni, innestò pure la mala usanza di vivere sopra i capitali e le industrie forestiere con meno fatica, e disusandosi al lavoro. Nel tempo stesso fu anche ampliata la marineria da guerra, comandata dai Cavalieri di Santo Stefano, che si acquistarono qualche gloria con l’espugnazione d’Ippona, oggi Bona, sulla costa d’Affrica. Male inclinato verso gli Spagnoli, Ferdinando I fu grande amico e spesso utile ad Enrico IV, cui diede in moglie una sua nipote che fu la regina Maria de’ Medici.