(ha la firma di Pietro Ardinghelli, e sono di sua mano anche le parole che Leone X avrebbe aggiunte alla sottoscrizione.)

CAPITOLI SEGRETI FRA LEONE X E FRANCESCO I RE DI FRANCIA, DEI 20 GENNAIO 1519.

(Ciò che è scritto dopo la data è di mano propria del Re.)

Il primo di questi due Trattati fu da noi pubblicato nel primo volume dell’Archivio Storico Italiano (pag. 379); l’altro, ignoto anch’esso agli storici, per quanto noi sappiamo, sta nel proprio originale fra i manoscritti donati al nostro Archivio di Stato dai Marchesi Torrigiani, che gli ebbero dai Del Nero già eredi degli Ardinghelli.

I motivi pe’ quali ebbe il Papa a desiderare più stretta lega con Carlo di Spagna, si trovano esposti in questo terzo tomo, pag. 149, nè più si ha dai Copialettere che, di pugno dell’Ardinghelli, stanno fra’ manoscritti Torrigiani; dove neppure è cenno delle trattative che naturalmente precedettero quella Lega: che non passassero per la mediazione del cardinale Egidio, ch’era Legato presso il Re Cattolico, ma per le mani di qualche altro negoziatore; o piuttosto, che l’ambasciatore di Carlo ne trattasse in Roma personalmente col Papa. Ben altrimenti andò la cosa per la Lega col Cristianissimo. Stava presso di lui, come Legato pontificio, il cardinale Dovizi da Bibbiena: a lui scriveva da parte del Papa, e anche in nome proprio, il cardinale Giulio de’ Medici.

Leone X, e come papa e come Medici, aveva molto da sperare per parte del Cattolico, alla Corte del quale disegnava mandare il giovinetto Ippolito, e «darglielo in perpetuo per servitore;» tanto più quando ebbe inteso che, vivente ancora Massimiliano, gli Elettori pensavano di dare a Carlo il titolo di re de’ Romani, e così agevolargli la via all’Impero. Questo confortava il Papa a carezzare lo Spagnolo; di che Francesco si mostrava geloso. Luisa di Savoia, madre di lui, non ne taceva al Bibbiena; al quale commetteva di scrivere a Leone X, che «avvertisse a tutte le pratiche che tiene con gli altri Principi,» perchè la corte di Francia era bene avvisata «delle cose che si trattano in tutte le bande.» Rispondevano da Roma: non avere il Cristianissimo cagione di sospettare del Papa; al quale pur conveniva non scoprirsi tutto francese, e anzi intrattenere «con qualche amorevolezza gli altri Principi:» essere gli Elettori disposti a nominare Carlo in re de’ Romani, e alla dieta di marzo 1519 si pubblicherebbe: avere Carlo scritto al Papa fino dal settembre del 1518 dandogli parte della futura elezione, e domandandogli la conferma dell’investitura di Napoli, dalla quale, per antico patto, l’eletto re de’ Romani verrebbe a decadere: essergli stata finalmente dall’Imperatore domandata la corona senz’obbligo di venire a prenderla in Roma; e avere il Cattolico unite le proprie alle istanze di Cesare. Aggiungevasi, che il Papa non aveva promesso nè l’investitura nè la corona; pur vedendo il pericolo che porterebbe il rifiuto. E poichè dalla parte di Francia si esortava il Papa a non compiacere nè il Cattolico nè Cesare; Leone faceva domandare al Cristianissimo quali aiuti sarebbe disposto a dargli, quando quei potentissimi volessero vendicarsi del suo rifiuto.

«Nostro Signore (scriveva a’ 3 dicembre 1518 il Vicecancelliere Cardinale de’ Medici al Bibbiena) ha molto bene da pensare et misurare più d’una volta come si metta ad negare queste domande et offendere queste due Maestà tanto nel vivo, provocandoseli imperpetuo inimici, senza sapere al certo dove possi ricorrere per adiuto quando da loro fussi sforzato o infestato, havendo maxime el Catholico molti modi facili da offendere la Chiesa et Sua Santità, sanza che se li possi reprobare che da lui vengha tala offesa; perchè la vicinanza del Regno di Napoli et la parte grande che hanno in questi Baroni di Roma, et maxime ne li Colonnesi, possono in un punto con piccola cosa molestare Sua Santità et le terre di Roma: et quando più copertamente anchora volessino farlo, non manca travagliare lo Stato di Siena sotto colore et protectione di Borghese, et apiccare il foco in Toscana, et nel transito di qua con le loro gente fare qualche disordine. La S. V. mi potria respondere, che il Cristianissimo sarà quello lui, che, quanto a le forze, è potente ad removere ogni iniuria, et desposto ad farlo, et lo desidera, et di già lo ha promesso. A questo l’ultima mia lettera potria replicare ad sufficentia, che se Nostro Signore vede li Franzesi procedere con sì poco respecto de lo honore et dignità di Sua Beatitudine in un tempo che epsa ha poco bisogno di loro; che coniectura si può fare che habbino ad essere poi quando Sua Santità si troverà in necessità, et havere offeso tucti questi altri ad petitione di Francia? Non voglio anchor tacere, ad ciò che V. S. non creda che questo punto si sia passato senza considerarlo, che se Nostro Signore col negare la corona a Cesare et col non potere S. M. venire per epsa a Roma, et con qualch’altro impedimento si interrompessi et variassi questa electione del Catholico; forse quelli Electori potrieno fare novi pensieri, et volgersi con la fantasia al Cristianissimo con quelli mezi che si sono usati per il Catholico, et con maggiori et più potenti anchora, quanto Francia ha più che dare et più che promettere che Spagna: et se oltre a la auctorità et grandeza ordinaria che si trova ne la corona di Francia, vi si adiungessi questa altra extraordinaria de lo Imperio, Nostro Signore conosce molto bene che il Cristianissimo andrebbe in cielo, et in tucto Sua Santità resterebbe a discretione ec. Nondimeno, con tucte queste considerationi che, come ho decto, non si passano per ignorantia; poi che una volta si è inclinato et unito con S. M., et così si starà constantemente; et quando trovassi riscontro, di novo si unirebbe et colligherebbe più strectamente, riposandosi in su la fede et iuramento di S. M., et in su una certa ragione naturale, che per exaltarlo et farli bene non havessi ad patire et ad ricevere danno o vergogna; et quando di novo si capitulassi con honore et commodo de l’uno et de l’altro, et si levassi via materia di generare diffidentia et mala contenteza, si potrebbe confidare che la capitulatione havessi ad durare et essere observata. Verbigratia, chiarire lo articulo di Milano, che di queste cose spirituali o simili, che domandano, non si parlassi et la Sede Apostolica vi havessi quella auctorità che si conviene: che li ribelli non si racceptassino nè da le parte, nè da subditi o feudatarii ec.: che la cosa dei Sali si observassi in tucto: che le cose di Ferrara si stessino come le stanno; et che il Re si obbligassi ad defendere in facto tucto quello che tiene et possiede hoggi Nostro Signore, et non solo con 500 lance et XII.M ducati el mese, ma con tucto quello che fussi di bisogno, et si facessi in tempo et in modo che giovassi; che sapete nel subsidio di Urbino come passorono le cose; et che Sua Santità non sia molestata poi con domande extraordinarie ec. In tal caso Nostro Signore parteciperebbe sempre tucto quello che intendessi da ogni parte, et non piglierebbe alcuno partito sanza consiglio del Cristianissimo, et in queste cose di Cesare et del Catholico si governerebbe come paressi a Sua Maestà; penserebbe di continuo a la exaltatione del Re, indicando che in epsa fussi coniuncta quella de la Sede Apostolica et de la Casa sua. A Nostro Signore è parso aprirvi tucto el suo secreto, et chiarirvi meglio la ultima mia lettera.»

A questa lettera, che racchiudeva la sostanza dei Capitoli da stipulare, ne tenne dietro una del cardinal Giulio, più aperta e alle cose temporali più accomodata. Esagerando il pericolo in cui si metteva il Papa col negare a Cesare di mandar la corona, e di confermare l’investitura al Re di Spagna quando fosse eletto Re de’ Romani, non s’astiene di parlare col Bibbiena del danno che potrebbe venirne a Casa Medici; perchè il Cattolico offeriva un Ducato di quindici o ventimila ducati liberi a Lorenzo de’ Medici, e a Ippolito uno Stato della rendita di seimila; occasioni (scriveva Giulio) che, «non che a la vita di un papa, ma non tornano in mille anni; et chi non le sa pigliare al tempo, invano si sforza poi di andare lor dreto.» Questa lettera è de’ 21 dicembre. Ai 30 poi dello stesso mese «Sua Santità (scriveva il Vicecancelliere al Legato) va di mano in mano togliendo la speranza a li Spagnoli del mandar la corona a Cesare, per esser cosa extraordinaria, et havendo compreso quanto questo prema al Cristianissimo: ma quella Maestà ha bene ad pensare che Nostro Signore non può in su le spalle sue reggere questo peso, et ha da fare dal canto di S. M. in modo che il Papa intenda potere securamente negare, et restare con lo animo quieto.»

Così tutto il mese si andò stringendo il trattato. A’ 19 gennaio scriveva il Cardinale Giulio al Bibbiena, confortandolo «a non perder tempo di redurre a particulari quel tanto che vole fare S. M. circa al novo restringimento di Nostro Signore col Cristianissimo.» Ma lo spaccio non era ancora partito, che il Cristianissimo consegnava al Bibbiena la Capitolazione da lui sottoscritta il 20. Al Papa giunse il documento autentico con le lettere del 4 di febbraio, mentre si trovava alla Magliana. Non gli parve che i Capitoli contenessero quanto avrebbe desiderato; ma fidando nelle buone disposizioni del Re, ratificò i Capitoli, e ne mandò al Bibbiena un esemplare sottoscritto di sua propria mano e suggellato coll’anello del Pescatore.

Queste notizie tanto precise e tanto chiare intorno alla Capitolazione col re Francesco I, destano in noi un grave dubbio quanto al Trattato con Carlo di Spagna. Abbiamo voluto qui a ogni modo ripubblicarlo, perchè nel buio di quei viluppi e in quei giorni tanto decisivi, giova sottoporre agli storici ogni documento atto a recare una qualche luce. Ma noi crediamo che qualche cosa dovesse nascere tra ’l 17 e il 19 gennaio perchè il Trattato a cui l’Ardinghelli aveva già ogni cosa preparato e fino alle parole che Leone X doveva aggiungere al suo nome, cotesto Trattato non avesse altro seguito e non andasse in Ispagna mai per la sottoscrizione del Re. Nè pare a noi che altro motivo si debba cercarne fuori della morte istessa di Massimiliano, avvenuta l’11 di quel mese, la quale saputa in Roma tra ’l 17 e il 19 facesse rompere il Trattato con Spagna, perchè nell’imminenza d’una elezione all’Impero, nè il Papa voleva troppo impegnarsi, nè fare troppo; nè si fidava che il Trattato restasse segreto, nè avrebbe sofferto di romperla in modo scoperto e irrevocabile con Francia. Qui frattanto la morte medesima saputa in quei medesimi giorni persuase a rompere ogni indugio che ritardasse la Capitolazione; e al re Francesco fece scrivere di propria mano, come si vedrà più sotto, quelle parole tanto sviscerate verso il Papa, del quale Francesco aveva bisogno o che poteva assai giovargli nella elezione ora imminente di un imperatore. S’aggiunsero gli stimoli del Bibbiena, che tutto Francese, appena udita la morte di Massimiliano, si affrettò a stringere quell’accordo prima che da Roma gliene fossero pervenute le istruzioni; allora, cred’io, cominciò a perdere il Bibbiena la grazia del Papa. Gli altri negoziati dovevano essere corsi personalmente tra l’Ardinghelli e lo Spagnolo Ambasciatore in Roma: rotti una volta, non ne rimase alcuna traccia, e ai 19 l’Ardinghelli potè scrivere in Francia con nuove istanze per la Capitolazione, la quale poi giunta innanzi tempo e non come il Papa l’aveva voluta, fu da Leone ratificata per la meglio e per non rimanere solo, trovandosi avere offeso ad un tempo i due possenti competitori. Queste cose delle quali ora solamente abbiamo notizia, ci spiegano per quale motivo il Trattato con Carlo di Spagna rimanesse tra le carte dei ministri di Leone X come Atto che mai per circostanze sopravvenute non giunse ad avere la sua perfezione.