Il Foscolo dunque fu verseggiatore precoce. Tradusse molto: tutto Anacreonte, due odi di Saffo, un'ode di Pindaro, e pezzi di Teocrito, e da Orazio parecchie odi, ed elegie di Catullo e di Tibullo e Properzio; di latini moderni, dal Pontano; di stranieri, il libro terzo del Paradiso perduto, e idilli di Gessner, e canzonette inglesi, francesi, tedesche, tutto dal francese; fino una canzoncina di Thesdeher (?) anacreontico turco, del quale piú altre poesie affermava conoscere voltate in greco volgare. Tredici anni dopo, da Pavia, professore, scriveva: «Si canta canzoni greche, in canto fermo, a modo degli Albanesi, e ieri quelle arie, tra il barbaro e il passionato, esilararono la penosa anima mia.»[107] Forse il zacintio aveva dai primi anni ritenuto nella memoria di que' distici cosí amorosamente greci cantati ancora per le isole Jonie; come, a esempio, questi tre tutti Teocrito:

Quando il gelsomino fiorisce, le sue ciocche se ne ornano;
E quando la giovinetta s'abbiglia, i giovani escono di sé.
Papavero folto, folto, gentile,
Prestami i fior tuoi e'l tuo rossore,
Ch 'i' mi vesta, m'abbigli, nel lido scenda
E strugga d'amore.

Stilla il tuo tetto a correnti a correnti amarezza,
E io assetato la beo per il dolce amor tuo.[108]

Altrettanta, se non larghezza, varietà o divagazione di contatti, e, se mi sia permessa l'espressione, d'attingiture e intingiture, è attestata anche dal piano di studi, ove si abbracciano o fanno alle braccia i nomi di Omero e d'Ossian, del Tasso e di Milton, di Sofocle e di Shakespeare, dell'Ariosto e di Rousseau, di Swift e di Cervantes, di Teocrito e di Gessner, delle Georgiche e de' Piaceri dell'immaginazione, di Saffo e delle lettere d'Eloisa imitate da Pope, d'Orazio del Guidi e di Gray, del Frugoni e di Haller, del Savioli e di Whaller, di Richardson, di Arnaud e di Goethe. E tutte queste letture e versioni e imitazioni, se non potevano per una parte conferire di molto alla pronta e retta educazione del giudizio estetico, dovevano per un'altra promuovere il rapido svolgimento di quel senso d'una vita piú larga e piú mossa in una realtà passionata, che, pur con l'espressione enfatica e asmatica e torbida, distingue subito i poeti e gli scrittori in generale della fine del secolo dagli arcadi e dagli imitatori dei cinquecentisti nel principio o nella metà prima.

Del proprio il Foscolo giovinetto compose molte anacreontiche su l'innanzi del Vittorelli e del Bertòla, tredici odi savioliane—cosí egli—, molte odi oraziane, cioè a mo' di Labindo, e idillii gessneriani a strofette fra rolliane e frugoniane a mo' pur del Bertòla; i quali modi tutti erano la moda poetica dell'Arcadia trasmutantesi al filosofismo sentimentale. E con ciò scriveva anche un'ode mosaica e parodie (poveretto!) delle odi pindariche. Ma piú dovea tenersi di certe odi che accennava al Fornasini fin dal 19 agosto '95 e indicava e registrava nell'indice del '96. Non oraziane o fantoniane, non savioliane, non pindariche, non mosaiche; ma del conio dell'autore—cosí egli.—Dovevano andar raccolte in un solo libretto col motto Vitam impendere rero. Dovevano esser dodici, ma tra le finite nel '95 e le composte o da comporsi nel '96 e nel 97 io ne conterei diciassette. Vero è che alcune le avea rifiutate, e di tutte sentenziava nell'indice, «esigono la lima di molti mesi.» Di piú, per quelle già composte nel '95, «L'inquisizione—egli scriveva al Fornasini—si mostra severa; a primo leggerle sembrò sia stata presa da un accesso di febbre.» Eccone gli argomenti e i titoli: nel '95, A Dante, La verità, Il sacrificio o L'olocausto (allo Scevola: per nuova messa), La campagna (al Bertòla), In morte del duca G. C., L'ingordigia o L'avarizia, L'incontentabilità, I destini, Ai regnanti (qui—notava il poeta—l'inquisitore fa foco), L'adulazione (al Parini), All'Italia: nel '96, I Grandi, A mia madre, La musica (all'Ansani), Robespierre (ne fece poi in cambio una cantica), Il mio tempo. E a questa serie si lega l'ode Ai novelli repubblicani composta e pubblicata nel 97. Il Chiarini ritrovò e ha pubblicato le intitolate A Dante, La verità, La campagna, In morte del duca G. C., Ai novelli repubblicani.

La campagna è dei soliti pasticcetti gessnero-bertoliani. Quella su la morte del duca spira furori biblici contro gli empi. Nelle altre si sente la lettura del Parini, dell'Alfieri, del Mazza, ma senza rimembranze; e certe imagini profetali e certe forme quasi dantesche e piú le imitazioni di Young e di Ossian sono in viscida mescolanza impastate con la fraseologia filosofica sentimentale e democratica di quella età. Singolari per audacia di grottesco certi impeti e certe mosse. Al Bettinelli, cui piú tardi mandandogli i Sepolcri dovea salutare padre e maestro, nell'ode a Dante augura questo:

Pera!...

La lingua succida (sic)