Pubblicate a parti sparse in—Fanfulla della domenica, 25 dec. 1881—Domenica letteraria, 24 e 31 dec. 1882, 7 genn. 1883—Nuova Antologia, 1º genn. 1883—raccolte ora, emendate, ordinate con aggiunta di parti inedite.
I.
PRELIMINARE.
È egli permesso, in Italia, ai giorni che corrono, scrivere di critica e letteratura senza nascondere tra il verde e i fiori la trappola d'una tesi? e non per isfoggio d'abilità ne'salti mortali dei paradossi? e né meno col sottinteso di rifare noi il mondo da capo e con la esplicita dichiarazione che i nostri predecessori in materia furono un branco di brave persone sí, ma tutt'altro che critici, tutt'altro che dotti, giudiziosi ed onesti? E, data la permissione, si potrà egli scrivere critica italiana leggibile, senza prima, per cattivarsi il pubblico, proclamare che in fondo in fondo noi siamo tanti bei pezzi d'asini, che discorriamo secondo ci frulla, e che ci ingegneremo di tenerci bassini bassini e lisci lisci, e ci proveremo anche a fare, secondo le nostre forze, i buffoni, per divertire le signore e i signorini, maestri e giudici inappellabili del torneo in ogni arte e in ogni critica? O non si potrà in quella vece annunziare che noi intendiamo parlare d'arte di proposito e a minuto, e discutere, interpretare, raffrontare, tradurre, senza per altro volere impolverare i lettori? E a farci leggere, scrivendo cosí, riusciremo? O, per meglio dire, e parlando per mio conto, riuscirò io? Non lo spero, e pur mi provo a discorrere, nei modi che dissi, di quattro odi del Parini.
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Nel giudizio comunemente recato intorno alle odi di Giuseppe Parini poco c'è da aggiungere o da togliere e non molto da correggere. Anche nella lirica l'abate milanese fu, per una parte, il maestro e duca di quella scuola neoclassica la quale fece un po' piú che comporre versi antichi su pensieri moderni; e, per un'altra parte, in certi tócchi che qua e là osò, netti, precisi e nervosi, accennò anche, oltre ai limiti di quella scuola, a una rappresentazione del vero piú immediata che non soglia trovarsi nella poesia italiana, specialmente lirica, dopo il secolo decimoquinto.
Ma nulla dal nulla. Dall'elemento fantastico e affettivo d'un popolo, vivaio comune della poesia o spontanea o riflessa, è un continuo procedere di forme che si vanno organando secondo le attitudini della nazione negli ambienti delle età diverse; e, al mutar dell'ambiente, le deboli o troppo usate cadono a mano a mano formando il detrito storico, dal quale altre si svolgono e crescono, e le forti superstiti se ne giovano, fin che esse pure non perdano nel lungo attrito l'energia. Può quindi essere non inutile ricercare nelle odi del Parini ciò che resta del vecchio e ciò che è su'l cambiar colore, e ciò che spunta timido o già vigoreggia ardito: può esser utile seguire le tracce e i segni della trasformazione che il Parini, quando ebbe da vero il possesso e la conscienza della sua forza, fece nella poesia del tempo suo, e avvertire anche ai punti dove egli fu debole e incerto.