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Nelle poesie di Giuseppe Parini, segnatamente liriche, primi i coetanei accusarono un po' di stento e certa fra ruvidezza ed asprezza. Saverio Bettinelli, che nella dedicatoria delle Lodi del Petrarca (1787) avea concesso a Milano il vanto di possedere un vero Orazio, introdusse poi in certi Dialoghi d'Amore[20] esso il nume, nume allora comune dei filosofi e degli abati, a giudicare, parlando col Petrarca, il poeta milanese cosí: «Un gran poeta talor mi invoca ed onora: ma latino dietro Orazio vuol dirsi per l'asperità e lo sforzo nella lingua e piú pe'l fiero animo catoniano, e poco a te (Petrarca) somiglia.» A cotesto giudizio dell'Amore gesuita uno de' due amici che nel 1801 pubblicarono dieci lettere Della vita e degli scritti di Giuseppe Parini, e propriamente Luigi Bramieri piacentino, primo anche a dare nel 1805 una edizione critica del Giorno secondo l'ultime intenzioni del poeta, opponeva: «L'autor delle odi intitolate Il brindisi, Il piacere e la virtú, Le nozze, non era egli padrone, se ben gli piacea, di portare in tutti i suoi scritti la mollezza e la facile soavità di quei componimenti? Ma egli aspirava ad una gloria maggiore ...»[21]
Il Bramieri ha ragione. Lasciando Il piacere e la virtú all'efimero onore di essere stata una delle tante strimpellate per il matrimonio dell'arciduca Ferdinando con l'ultima Estense; le due piú veramente canzonette, Le nozze e Il brindisi, e le due altre piú tecnicamente odi ma di natura musicali, La vita rustica e L'impostura, meritano di essere un po' studiate in loro stesse e nelle attinenze con l'arte del tempo, per vedere fino a qual punto l'autore si avvicini a'suoi contemporanei o se ne discosti e gli avanzi, o se altri per avventura non avanzi lui, o se egli regga intiero al confronto degli antichi.
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Anche il Parini, come tutti, salvo l'Alfieri, i nostri poeti del secolo decimottavo, move dall'Arcadia: anzi, si potrebbe fin dire, senza fargliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del piè sinistro ce l'ebbe sempre. Cominciò Ripano Eupilino a ventitre anni (1752) con sonetti e componimenti pastorali, «in tempo—scriveva egli stesso nella prefazione—che era ogni maniera di letteratura al suo colmo venuta.[22]» Circa trent'anni dopo (1780), mandava, sotto il nome di Darisbo Elidonio, al volume decimo terzo delle Rime degli arcadi, ordinate a raccolta dall'abate Gioachino Pizzi custode generale, quattordici sonetti quasi tutti pastorali, e con questi un'ode Su la libertà campestre, che poi egli od altri rititolò La vita rustica.[23] Cosí nessuna meraviglia che le sue odi per quattro gruppi almeno si ricongiungano a quattro forme liriche che l'Arcadia aveva a preferenza rinnovate, coltivate e lavorate.
Il primo gruppo è a punto delle odi, La vita rustica, La impostura, Le nozze, Il Brindisi. Queste per il motivo idillico e famigliare, per gli argomenti accademici, vezzosi e scherzosi, quasi da conversazione, per le strofe di settenari e ottonari, che nella nostra poesia sono i versi piú antichi e piú popolari a uso del canto, alternate di sdruccioli e di piani e di tronchi, appartengono alla forma lirica piú caratteristica dell'Arcadia, alla lirica mezzana musicale. Non è l'anacreontica, come si ostinarono a chiamarla i trattatisti, se bene qualche volta imiti le imagini delle piccole poesie degli eroti attribuite ad Anacreonte; non è la chanson francese, cantata a coro con l'allegro o entusiastico ritornello, se bene qualche volta possa prenderne gli andamenti. È la canzonetta; la canzonetta che i provenzali non ignorarono; che in Italia prevalse fra i generi popolari dalla fine del secolo decimoterzo alla fine del decimoquinto, coi vari nomi di ballata, di ballatina e ballatella, di frottola; che tacque per tutto quasi il Cinquecento, ristrettosi a cantare, almeno nelle società eleganti, il madrigale e l'idillio; che risorse alla fine del Cinquecento, prendendo col Rinuccini e col Chiabrera nuovi congegni di strofe e di rime per servire alla musica rinnovata e trasformantesi; che furoreggiò in tutti gli immani divertimenti teatrali e musicali del Seicento; che l'Arcadia raccolse, e la ravviò e la pettinò e le insegnò a fare il minuetto e la riverenza in contegno; che il Rolli e il Metastasio recarono al sommo della perfezione, come poesia classica per musica da sala; e il Frugoni tentò di restituirle piú lirica andatura, e il Parini riuscí a farla piú seria e morale. Per ciò a punto le canzonette del Parini non furono mai cantate, e sono odi.
II.
LA VITA RUSTICA.
La Vita Rustica, scrive il De Sanctis, «sembra posta in fronte alle poesie del Parini quasi come prefazione; è lo spirito che aleggia in tutte le sue composizioni»[24]. Certo l'illustre critico ebbe il pensiero alla strofe meritamente famosa, Me non nato a percotere; per la quale, io credo, e per l'attrattiva del metro, rapido piú che non sogliano averlo le liriche pariniane e che simula una certa concitazione, l'ode piacque e piace ed è ritenuta anche a memoria. La strofe settenaria doppia della Vita rustica è come la prenunzia dei metri manzoniani, e la novità dell'aver fatto seguire a un primo membro alternato di sdruccioli e piani, già trovato a Bologna nel 1747[25] ma non divenuto ancora popolare negli Amori del Savioli, un secondo membro alternato di piani e di tronchi, fu feconda di effetti armonici, che sono tanta parte della impressione lirica. Se non che forse il riscontro vicino troppo de'due ossitoni finali, massime quando sono non di vocali ma di consonanti tronche se specialmente nasali, offende un po' l'orecchio. Rileggiamo, a prova, le due piú belle strofe; la prima,