Non vide egli la incoerenza della comparazione e la prosaicità e la scolasticità degli ultimi versi? In paragone de' quali paiono belli questi nell'altra Vita rustica del Pompei:
Cosí mai sempre liete
Ei va passando l'ore
In mezzo a solitudini remote.
Spegne nel rio la séte,
E l'acqua è a lui migliore
De le bevande a i nostri climi ignote.
I sonni a lui non scuote
Il timido sospetto,
Che s'ange e s'addolora
Di mal non giunto ancora;
Ma sicuro è dormir sott'umil tetto
Di povera capanna
Fatta di felce e canna.
Quella strofe nelle edizioni del Gambarelli e del Giusti precede l'altra, che è in tutte le stampe, dove il poeta sona la cetra sempre con un viso. E l'avrebbe sonata male da vero, anche peggio di quello che ci parve già, se avesse seguitato con questa strofe qui, che séguita veramente nelle due edizioni:
Non fila d'oro nobili
D'illustre fabbro cura
Io scoterò, ma semplici
E care a la natura.
Quelle abbia il vate esperto
Nell'adulazïon:
Che la virtude e il merto
Daran legge al mio suon.
E il Giusti non si fece caso del gergaccio accademico dei primi quattro versi? Quelle fila d'oro, che sono anche nobili; e non basta, sono anche cura d'illustre fabbro (un fabbro per le corde del chitarrino! ma le son d'oro!); e quelle altre che sono semplici; e non basta, sono anche care a la natura (dove si va a cacciar la natura!); quelle fila che il poeta scuote, non lo scossero lui? Egli raccattò la strofe; e i due versi Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon con quel tronco nasale non gli calarono come un pugno negli orecchi a fargliela cascar di mano?
Dopo la preghiera agli dèi, anzi ai cieli, acciò l'inimico destriero non calpesti i campi di Brianza, viene nelle due ricordate edizioni questa altra strofe che il Parini aveva rigettato:
E, perché a i numi il fulmine
Di man piú facil cada,
Pingerò lor la misera
Sassonica contrada,
Che vide arse sue spiche
In un momento sol;
E gir mille fatiche
Col tetro fumo a vol.
Per due bei versi, gli ultimi (e ci sarebbe che dire su quel mille determinante di fatiche), dover sorbirsi il momento sol e portare in pace la scioperataggine di quel Pingerò! Vi pingete voi, o lettori, l'abate Parini là in Brianza che sonando la cetra, descrive, anzi dipinge, a Domeneddio il guasto menato da Federico II in Sassonia nell'estate del '58, e Domeneddio che sta a sentire, aspettando il momento del pathos per lasciarsi cadere il fulmine di mano? E dire che Giuseppe Puccianti, il quale ha pur tradotto Orazio, ammette nella sua Antologia fra gli esempi della poesia italiana moderna non pur quest'ode, ma con queste strofe! Ah caro amico, se cotesti sono fiori, che saranno le ortiche?
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