Torniamo alle strofe accettate e riconosciute:

E te villan sollecito,
Che per nov'orme il tralcio
Saprai guidar frenandolo
Col pieghevole salcio;
E te che steril parte
Del tuo terren di piú
Render farai con arte
Che ignota al padre fu:

Te co' miei carmi a i posteri
Farò passar felice:
Di te parlar piú secoli
S'udirà la pendice.
Sotto le meste piante
Vedransi a riverir
Le quete ossa compiante
I posteri venir.

Ecco dunque i primi segni della trasformazione nel materiale poetico dell'idealismo arcadico. L'Androgeo del Sannazzaro, il tipo del genere arcadico puro, non ha fatto mai nulla al suo mondo, o ha fatto solo di quelle cose che nessuno fa, ed è morto per dare occasione al Sannazzaro di intessere una serie di versioni o variazioni virgiliane:

Chi vedrà mai nel mondo
Pastor tanto giocondo,
Che cantando fra noi sí dolci rime
Sparga il bosco di fronde
E di bei rami induca ombre su l'onde?...

Dunque fresche corone
Alla tua sacra tomba
E vóti di bifolchi ognor vedrai,
Tal che in ogni stagione,
Quasi nova colomba,
Per bocche de' pastor volando andrai:
Né verrá tempo mai
Che 'l tuo bel nome estingua,
Mentre serpenti in dumi
Saranno e pesci in fiumi:
Né sol vivrai nella mia stanca lingua,
Ma per pastor diversi
In mille altre sampogne e mille versi.[38]

Cotesto ideale ozioso dell'Arcadia napolitana spagnola romana, ora, nella Lombardia di Maria Teresa, tra le riforme e i bonificamenti, si va anch'egli riformando e modificando: Androgeo diventa il villan sollecito. Se il Gessner non avesse pubblicati i suoi Scritti nel 1765, cioè sei o sette anni dopo quest'ode, si sarebbe potuto credere a un influsso degli idilli svizzeri sul poeta de' Trasformati. Ma il secolo oramai s'avviava per quella strada. L'Arcadia passava al sentimentalismo progressivo e filantropico, per poi finire romantizzando. Ricordate la piantagione dei pini in Jacopo Ortis?

Io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno, quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a' raggi del sole sí caro a' vecchi; salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' dí che la gioventú rinvigoriva le nostre membra, e compiacendomi delle frutte che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mia fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, egli innalzò queste fresche ombre ospitali.[39]

L'Hölty (1748-1776), un de' lirici tedeschi che spiccò nel passaggio dalla scuola del Klopstock e del Gessner alla poesia della natura, finiva un'ode a punto su la vita campestre cosí: «Sovente (il cittadino in villa) passeggia solitario, pieno di pensieri di morte, tra le fosse del villaggio; si siede sopra una tomba e contempla la croce con la funebre corona agitata dal vento.»[40]