Troppi ne scrisse il Frugoni, e senza mai affettazione di filosofemi o di moralità: a lui piaceva la mitologia decoramentale: ma fra i troppi ne ha di anche piacenti per impasto almeno di colori e di suoni.

Silvia, sovviemmi de la bianca Aurora,
Quando fu sposa del marito annoso.
Ahi sventurata! che non disse allora
Ch'ei se la strinse al vecchio sen rugoso!

Pianse, e di sua crudel lunga dimora
Accusò il pigro sol fra l'onde ascoso;
E al par del giorno sonnacchiosa ancora
Lasciò le ingrate piume e il freddo sposo.

Forse ancor tu di questo orror notturno,
Silvia, i silenzi e l'ombre in odio avrai?
Ti vedrà sorta il nuovo albor diurno?

Tirsi non è Titon: piú bella assai
Tu sei de l'Alba, e l'aureo letto eburno
Amor sa quando abbandonar potrai.[88]

Cotesto è in una raccolta. E le raccolte, massime nella seconda metà del secolo, offrono qualche fiore, e nominatamente de'due lirici estensi, Agostino Paradisi e Luigi Cerretti, inferiori d'assai al Parini e forse anche al Savioli, ma superiori a molti altri del tempo, per certa correttezza di forme non sempre disgiunta da nobiltà e civiltà d'intendimenti.

A Giuseppe Puccianti piacquero del Cerretti per la sua Antologia di poeti moderni i Fasti d'Imeneo. E di fatti le prime strofe, compendiate di su l'antico di Catullo, sono graziose.