L'uomo ognor di natura
Fia la maggior, la piú ammirabil opra,
L'uom fia la miglior cura
Del mio pensier che in meditar s'adopra,
L'uom che ne' sensi frali
Simile ai bruti ha vita,
L'uom che i numi immortali
Per la ragione imita.
Io lui nel mondo antico
(Memoria orrenda) già selvaggio vidi.
Ora il deserto aprico
Or le selve assordar d'incólti gridi,
Ora i destrieri al corso
Vincer co i piè non pigri,
Or con l'ugne e co 'l morso
Sfidar lioni e tigri.
A i natii boschi tolto
Necessitate entro i tuguri il chiuse,
Poi crebbe in popol folto
E bisogni e voleri insiem confuse.
Allor le ghiande e l'erbe
Fûr mensa de le fere,
Allor città superbe
Erser le torri altere.
Conobbe ognun suo gregge,
Pose ciascun suoi limiti al terreno;
Sentí de l'util legge
La indomita licenza il primo freno.
La nuzïal facella
Piacque a l'amante ardito,
E rise la donzella
A l'unico marito[90].
Altrove descrisse gli abitatori della selva primitiva, la cui immagine dalla filosofia del Vico e di Gian Giacomo sorrideva spesso alle visioni dei poeti del secolo:
Vago per selve inospite
L'uom primo alpestre e duro
Non conoscea ricovero
Di tetto e d'abituro,
Né spoglia difendevalo
Dal vicin sole o da l'acuto gel.
Fra i perigli e il disordine
Terribili a mirarsi
I crin si rabbuffavano
Sovra le ciglia sparsi;
Gli occhi di furor lividi
Rado trovar sapean la via del ciel.
Quando le stelle inducono
Il sonno ai membri lassi,
Sotto chiomata rovere
Giacea tra fronde e sassi,
E nel feral silenzio
Ministro de' suoi sogni era il terror.
Se foglia in ramo tremula
Mormorava per vento.
Còlto da pavor gelido
Premea nel petto il mento:
Scosso raccapricciavasi,
E stringea freddo sangue il tardo cor.