Il Parini aveva dato questa canzonetta al Passeroni una sera: la mattina di poi gli scrisse: «Stracciate di grazia la copia della canzone che vi diedi iersera, e sostituite la presente.» Il Passeroni—nota il Salveraglio, al quale dobbiamo anche questa notizia—accolse la nuova lezione, ma non distrusse l'altra; che fu publicata da esso Salveraglio[98]. È pur sempre curioso per gli uomini di gusto, se anche in questa ignobile trascuranza dell'arte della parola non serva piú a nulla, il notare con quanta insistenza, e in quante guise e con quanti assalti diversi, poeti e artisti quali il Petrarca, l'Ariosto, il Tasso, e, dopo loro, l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, tornassero e ritornassero su i loro versi, e come da monchi informi brutti pesanti li rendessero un po' per volta intieri agili raggianti volanti. Tant'è vero che nella poesia—s'intende, d'arte individuale—, dopo la barbarie scolastica del medio evo, la percezione del vero e la concezione del fantastico non fu né spontanea né facile né sincera. A noi moderni poi, dopo l'oscurazione dell'ingegno italiano nell'abiettamento degli ultimi tre secoli, bisogna con la profonda meditazione e con la perseverante osservazione levar via le scaglie agli occhi dell'anima contemplante, e gli sbozzi dei fantasmi ci bisogna con la paziente industria dell'arte rassettarli dalle storture e rinettarli dalla scoria che han dovuto pigliare passando per i canali del nostro sentimento, nei quali permeò con l'atavismo la falsità di tante generazioni. Non ci aduliamo, cari compatrioti e coetanei; noi siamo nati brutti, bugiardi e infelici. E l'ispirazione è una delle tante ciarlatanerie che siamo costretti ad ammettere o subire per abitudine.
La prima strofe dunque nella prima redazione diceva cosí:
È pur dolce in su i prim'anni
De la calda giovinezza
Lo sposare una bellezza,
Onde Amor già ne ferí.
In quel dí gli antichi affanni
Ci ritornano al pensiere:
Ed accrescesi il godere
Da la doglia che finí.
Inutile avvertire quanto non pur d'agilità e d'eleganza ma di verità nell'espressione abbiano acquistato dall'emendamento gli ultimi due versi: doglia in quella posizione e con quell'accompagnamento era senz'altro un'improprietà: vano e contraddittorio in termini accrescesi il godere da la doglia: increscioso per lo meno l'aggiunto di antichi agli affanni d'un amore oramai beato. Nei versi secondo e terzo quella giovinezza e quella bellezza erano coi loro doppi zeta due veri macigni; ed era proprio una smanceria d'astratto spropositato, da arcade di terzo o quarto grado, lo sposare una bellezza onde amor già ne ferí.
Della seconda strofe i primi quattro versi non ebbero mutamenti: s'intende: contengono non una rappresentazione ma una osservazione còlta e resa con sentimento istantaneo. I quattro versi di poi sonavano da prima cosí:
Quando riede a la mattina
Con la luce avventurosa;
Il bel volto de la sposa
Si comincia a contemplar.
Tiriamo via su la convenzionale ridondanza del sole che riede a la mattina con la luce avventurosa, ma quel contemplar!
Anche della terza il primo periodo restò immutato: il secondo diceva,