Perché di nozze pingermi
Lieta pompa festevole?
Non sai che vita celibe
Trarre promisi al ciel?

Tu schifosetta e rigida
Ma desiosa vergine
Mi fai veder, che vassene
Sposa a garzon fedel.

Sguardi furtivi e cupidi
E sospir caldi narrimi,
Ch'esser potrebbon mantice
Al sopito desir.

Abbiansi moglie e talamo
Que' ch'altra vita seguono;
Io di cose a me indebite
Non vo' novella udir.[99]

Il Parini almeno, in quel vagheggiamento del matrimonio dal suo stato di celibatario obbligato, è piú sincero e meno impuro. Peggio, per la morale, da vecchio e a letto, misurava e palpeggiava col classico verso le rotondità e le morbidezze delle carni della procuratessa Tron e della contessina di Castelbarco. Ma il Giusti ebbe scrupolo ad accogliere nella sua scelta pariniana Le nozze; e certa gente a ogni passo rinfaccia a questo e quello la purità e la severità dell'arte pariniana. O inchiostranti italiani, se non vi scusasse l'ignoranza, sareste pure di gran begli impostori!

Dissi l'altra volta due essere gli amminicoli o gli ingredienti della poesia nuziale arcadica: la lascivia e l'adulazione. Il Parini riuscí a trasmutare i luoghi comuni della lascivia nella viva rappresentazione di legittime gioie; non riuscí a trasmutare, come pur volle, l'adulazione in civile moralità.

All'ode Le Nozze dopo le prime cinque strofe cascano le ale; o, meglio, ella trascina i frasconi per anche tre; una sola bella, questa: